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La poesia è sempre al centro della poetica pavesiana, anche quando egli si dichiara “prosatore”

“Carissima, non sono  più in animo di scrivere poesie”.Così- scrive Cesare Pavese- a Constance Dowling, l’amata Connie irraggiungibile come tutte le altre donne di Pavese, emblema dell’ estremo scacco, specchio della propria impotenza. E’ una delle raccolte poetiche più originali e dalla fortuna più particolare di tutto il Novecento letterario. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi è una storia che è anche un destino.

Vittorio Gassman :Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Soltanto dieci liriche in tutto -otto in italiano e due in inglese ritrovate -all’interno di una cartellina rossa all’indomani del suo suicidio avvenuto il 26 agosto del 1950 in una camera al secondo piano dell’Hotel Roma diTorino.


Un destino evidenziato dal tenore, dallo stile e dal contenuto di queste dieci liriche, la prima delle quali, contiene già al quinto verso il riferimento a quel vizio assurdo, che ha dominato come un demone in agguato, la vita di Cesare Pavese, anche dopo la sua morte. Il vizio assurdo è infatti il titolo della biografia di Pavese scritta qualche anno più tardi dall’amico scrittore Davide Lajolo, portata al grande successo di pubblico negli anni ’70, grazie alla interpretazione magistrale, a teatro e poi in televisione, di Luigi Vannucchi, l’attore nisseno che, al termine di un percorso di totale identificazione con lo scrittore, finì per seguirne tragicamente il destino, suicidandosi anch’egli nel 1978, dopo aver completato la registrazione televisivo del dramma di Lajolo.
Il vizio assurdo, cioè il suicidio, l’ombra minacciosa della morte, che perseguitò in vita sotto forma di depressione Pavese, ritorna con un tono lirico essenziale, assoluto, nella raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, dieci disperate liriche dedicate all’ultimo amore per l’attrice americana Costance Dowling. Si erano conosciuti verso le fine del ’49, si erano amati per tutta la primavera seguente, poi la storia era finita. La fine di questo amore è il preludio (la causa ? l’occasione?) per il gesto definitivo da tanto tempo immaginato vagheggiato. Verrà la morte rappresenta con esattezza spoglia la concezione di Pavese della vita, come avventura senza speranza. Quell’ultimo verso -«Scenderemo nel gorgo muti»- sembra non lasciare illusioni.
Eppure nella raccolta si accendono echi di speranza, luci che sembrano aprire spiragli sulla concezione dell’esistenza da parte di Pavese: quasi non sembrano liriche scritte da un imminente suicida. «Ci saranno altri giorni, / altre voci e risvegli, / Soffriremo nell’alba, / viso di primavera»; così si conclude, ad esempio, The cats will know. Le dieci liriche furono scritte da Pavese (probabilmente tutte a Torino) nell’arco di un mese, tra l’11 marzo e l’11 aprile del 1950. Portavano titoli e date di scritte di suo pugno e furono pubblicate per la prima volta dall’editore Einaudi l’anno seguente, insieme alle nove poesie della raccolta La terra e la morte, del 1947.
Ad esse si riferisce il poeta nelle ultime lettere a Constance Dowling: «Carissima, non sono più in animo di scrivere poesie. Le poesie sono venute a te e se ne vanno con te. Questa l’ho scritta qualche pomeriggio fa, durante le lunghe ore all’Hotel in cui aspettavo, esitando, di chiamarti. Perdonane la tristezza, ma ero anche triste. Vedi, ho cominciato con una poesia in inglese e finisco con un’altra. C’è in esse tutta l’ampiezza di quel che ho sperimentato in questo mese: l’orrore e la meraviglia».
Nessuna sintesi renderebbe in modo migliore il contenuto di queste ultime poesie di Pavese. E Italo Calvino così provò, efficacemente, a tradurre gli ultimi quattro versi della raccolta, nella poesia Last blues, to be read some day:
Some one has died
long time ago –
some one who tried
but didn’t know.
Qualcuno è morto
tanto tempo fa –
qualcuno che tentò
ma non seppe.
Una quartina che sembra quasi l’epitaffio scritto da sé di uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento.Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido, si toglie la vita in una camera dell’ albergo Roma di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici. È il 27 agosto del 1950. Solo un’annotazione, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.».
Aveva solo 42 anni.
Antonio Catalfamo , cultore di Letteratura italiana presso l’Università di Messina ha pubblicato vari saggi critici, poesie, romanzi ed è coordinatore dell’Osservatorio permanente degli studi pavesiani nel mondo.

Il seguente testo critico passa in rassegna la quasi totalità della poetica di Cesare Pavese, dal metodo letterario alla politica, dal dittico città-campagna al problema sociale, dall’universo femminile al razzismo, la religione, il pensiero, le influenze culturali e affettive. Diviso in undici capitoli propone l’analisi dei maggiori capolavori: Paesi tuoi, La bella estate, Il diavolo sulle colline, Tre donne sole, Dialoghi con Leucò, La luna e i falò. I capitoli sono introdotti da una Premessa nella quale l’autore ci dà una panoramica degli studi pavesiani nel mondo. Ci stupiamo del fatto di come il nome di Pavese nel mondo sia conosciuto e le sue opere tradotte in varie lingue. Oltre che in Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna, Canada, Stati Uniti, troviamo traduzioni di sue opere anche nel lontano Vietnam dove nel 2000 è uscita una nuova edizione de La bella estate e in Brasile dove nel 2001 è stato pubblicato Dialoghi con Leucò.

Ciò che spinge la mano dell’autore in questo lavoro è soprattutto la passione, la quasi devozione verso Pavese; lo si intuisce facilmente già dalle prime pagine, dal primo capitolo ad esempio in cui tratta degli esordi, addirittura la tesi di laurea. Nel 1930 lo scrittore piemontese si laurea in Lettere con una tesi sull’ Interpretazione della poesia di Walt Whitman; allo stesso tempo studia la lingua americana parlata e si interessa di letteratura americana. Forse è ciò che gli vale la già citata notorietà nei paesi anglosassoni, dove studiosi e critici spesso risultano freddi verso i nostri autori. Nel nostro paese solo da poco è stata rimesso in discussione questo lavoro, da sempre comunemente considerato alla stregua di un’esercitazione scolastica. Ma ciò che interessa mettere in evidenza all’autore qui sono soprattutto le implicazioni politiche del periodo. Siamo nel pieno del regime fascista e tutto passa al setaccio della censura: anche la tesi di Pavese non sfugge a questa regola. Accusato di essere troppo “crociano”, che considera la poesia “intuizione lirica” e dunque in contrasto con le direttive della letteratura fascista propagandista e di esaltazione al regime, è costretto a cambiare, a rivedere, a disfare. Qui interviene l’autore a liberarlo dall’etichetta di “crociano”, infatti dice che egli, al contrario dei crociani puri, non esclude l’analisi sociologica, il legame tra letteratura e contesto sociale nel quale essa è nata: una smentita dunque di ciò che sostenevano i critici fascisti. Per quanto riguarda il problema della lingua, che sappiamo nella nostra letteratura essere scottante e sempre attuale, si tratta della profonda conoscenza che Pavese aveva della questione linguistica americana: Whitman è il poeta della ” primitività”, il cantore della purezza poetica, della ragione che distrugge. Una purezza che Pavese ricerca anche nel linguaggio, a rischio di vedersi impressa l’ennesima etichetta, quella di ” regionalista”. Anche in questo caso, il Catalfamo scagionando Pavese dall’accusa di essere “regionalista”, dice che egli “aspira ad una lingua letteraria che sia nazionale e che si nutra, al contempo, dei ” regionalismi”, perché solo così si potrà ottenere una lingua viva”.

Il secondo capitolo intitolato L’antifascismo, il confino e la nuova poetica si riallaccia al precedente per il motivo politico. L’antifascismo ha radici profonde in Pavese, anche se l’arresto fu dovuto ad un equivoco, una situazione in cui furono rinvenute delle lettere attribuite allo scrittore, legato in quel tempo a Tina Pizzardo. A conferma di ciò, dopo la caduta del regime pubblica Qualche motivo un racconto autobiografico di forte contestazione politica, pensato e scritto nel 1936, ma ostacolato da motivi facilmente individuabili. Del cammino di questo scritto si ripercorrono varie tappe, dalle accuse di essere “poeta” alla denuncia, fino all’arresto. E la poesia è sempre al centro della poetica pavesiana, anche quando egli si dichiara “prosatore”; una poesia non compresa pienamente dalla critica italiana la quale “non ne ha sottolineato sufficientemente il valore innovativo di “poesia-racconto” [… ] il suo carattere di rottura rispetto al resto della produzione poetica del ventennio fascista”. L’intero capitolo tratta di tali questioni in cui entrano in gioco argomentazioni letterarie e meno letterarie: sono riportate date, testimonianze, documenti.

Ancora il motivo politico ritorna nel successivo capitolo, nel quale si passano in rassegna alcuni tra i più interessanti articoli giornalistici già vagliati da illustre critica ( Lorenzo Mondo, Marziano Guglielminetti ecc. ). L’autore tende a mettere in luce l’ideologia politico-sociale dello scrittore, non a caso il capitolo porta il titolo Percorsi ” ideologici” e letterari in Cesare Pavese; le sue implicazioni con il Pci, la simpatia per la classe operaia, la sua letteratura storicista.

L’analisi dei testi inizia con il IV capitolo; Paesi tuoi è la prima opera che viene presentata. E’ il primo romanzo che pubblica dopo il periodo di detenzione; da molti critici considerato come “romanzo naturalista” si presenta come la prosecuzione di Lavorare stanca. Il Catalfamo riporta alcuni titoli di opere alle quali Paesi tuoi potrebbe essere avvicinato: si va da Il Podere di Tozzi a Le terre del sacramento di Jovine. Accostamenti, l’autore tiene a sottolineare, che non sono mai delle imitazioni o riprese; il discorso di Pavese è diverso sia dal realismo di fine Ottocento sia dal Neorealismo del dopoguerra anche se da essi è fortemente influenzato. Nella sua opera, considerata di “realismo simbolico”, pur costruita in ambientazioni e geografie esistenti con personaggi della realtà, entra in gioco l’introspezione. Quello di Pavese è un viaggio alla scoperta delle cose oscure, di ciò che tutti rifuggono, e questa ricerca del misterioso la ritroviamo nel punto di vista di Berto, il protagonista nel quale il narratore si rispecchia. Di esso si serve come veicolo di conoscenza, di esplorazione della primitività; da ciò riaffiora il binomio città-campagna, il contrasto tra la vita frenetica spesa nelle grinfie dei prodotti del progresso e la semplicità e insieme la rozzezza della vita campagnola. Un’esplorazione che nell’intento del narratore dovrebbe portare ad una chiarezza non solo introspettiva ma universale. E come dicevamo poc’anzi, nel testo si parla molto di simbolo, centrale nella poetica pavesiana, come lo dimostra anche l’uso di strane immagini come i frutti ( la mela = simbolo della carne; La ciliegia = simbolo dell’anima ). Nel groviglio simbolico Berto, scappato di casa, si districa tra eventi a volte grotteschi andandosi a calare in un mondo nuovo, inimmaginabile dove tutto è dominato dall’istinto, dalla selvatichezza, dalla violenza. Molte sono le citazioni di cui l’autore si serve, anche dello stesso Pavese di cui si riportano pagine di diari e lettere.

Stesso discorso per il capitolo V nel quale troviamo l’analisi di La bella estate romanzo che si mantiene fedele al gusto pavesiano di unire realtà e immaginazione. Il motivo di distacco è costituito dallo stile, qui più “normale”, meno ricercato. Anche qui la protagonista Ginia si trova a che fare con un universo simbolico e il mistero diventa addirittura “onirico”, argomento trattato in particolar modo dalla studiosa spagnola Maria de las Nieves Muniz di cui si riportano alcuni passi di critica. A lei il Catalfamo tributa il merito di aver sottolineato l’autonomia della poetica pavesiana. Come per gli altri capitoli le citazioni sono numerose, date, indicazioni geografiche e biografiche, pagine critiche.

Il 1949 è l’anno de Il diavolo sulle colline romanzo il cui protagonista Poli è l’incarnazione di un eccentrico personaggio conosciuto dal Pavese a Serralunga di Crea, il conte Carlo Grillo. Questi si fa notare per la sua vita fuori dal comune al punto da considerare finanche la cocaina come strumento di conoscenza. Tra i due nacque anche un’amicizia immortalata da una raccolta di poesie scritte dal conte e dedicate all’amico scrittore. Sono gli anni in cui Pavese si pone i grandi interrogativi sulla religione, sulla ricerca dell’ignoto; determinante testimonianza è data dalle lettere tra i due nonché dalla voce dello stesso conte Grillo spentosi solo nel 1990. Come il precedente romanzo, anche questo tratta della contaminazione della campagna da parte della società cittadina. Le implicazioni sociali e politiche che comportano scelte e atteggiamenti dei personaggi che passano dall’una all’altra realtà mettendone in luce aspetti positivi e negativi. Si riporta perfino un passo di critica in tedesco della studiosa svizzera Dietrich Schlumbohm, forse per dare meglio l’idea della considerazione di cui ha goduto e gode Pavese presso gli studiosi stranieri.

Il romanzo della maturità Tra donne sole considerato l’ultimo della trilogia La bella estate è pubblicato anch’esso nel 1949. E’ un capitolo questo più breve rispetto agli altri, anche perché il romanzo segue la linea narrativa dei precedenti: la donna, il simbolo, la coscienza di classe, la città e le sue regole utilitaristiche. Così l’autore si limita ad una rapida descrizione della trama con l’immancabile ausilio delle citazioni critiche. La piccola novità, come viene riportato nel testo, consiste nella rappresentazione della donna volutamente inquietante, mostruosa e la condanna esplicita, “senza appello” della società borghese cittadina.

Il capitolo VIII è dedicato alla ” Collana Viola” , una collezione di “studi religiosi, etnologici e psicologici” che Pavese animò in collaborazione con l’editore Einaudi. L’autore raccoglie documentazioni importanti, corrispondenze epistolari tra l’editore, esponenti del PCI, lo stesso Pavese; mette in luce le difficoltà incontrate per via di questioni politiche. Ricostruisce le fasi della nascita della testata con precisione riportando date, testimonianze, lettere.

Si ritorna alle opere con il IX capitolo dove troviamo l’analisi dei Dialoghi con Leucò il cosiddetto “romanzo mitologico”; in esso confluiscono i risultati degli studi etnologici e mitologici dello scrittore. Romanzo che godette di poca considerazione critica al suo apparire nel 1947, ma che in seguito fu rivalutato e considerato come uno delle vette della poetica pavesiana. Numerose sono le citazioni dal testo e dalle Lettere seguite dall’immancabile commento.

Prima di arrivare all’ultimo capitolo nel quale troviamo l’analisi del capolavoro pavesiano La luna e i falò, ci imbattiamo nel breve capitolo Bianca Garufi: la siciliana che ispirò il mito pavesiano. Sono pagine soprattutto biografiche quelle che l’autore ci presenta: dall’incontro con la donna che avvenne a Roma nel 1945 presso la Casa Editrice Einaudi alle fasi della loro amicizia e collaborazione artistica. La Garufi, donna impegnata in campo letterario e psicanalitico dovette colpire presto la curiosità di Pavese, visto che l’idea di scrivere un romanzo a quattro mani nacque pressoché ai primi incontri. Il mito intrecciato al motivo dell’ignoto, della morte, del mistero avvolgeva la figura della donna, figlia di una nobildonna siciliana unica superstite di una famiglia sterminata dal terremoto che colpì Messina nel 1908. Da allora la Garufi divenne una sorta di musa ispiratrice per Pavese, oltre che una grande amica come ci è testimoniato dalle interviste rilasciate dalla stessa donna e puntualmente riportate nel testo.

La luna e i falò, come dicevamo è analizzata nell’XI e ultimo capitolo: ci è presentata come l’opera della maturità, dove confluisce per intera la poetica pavesiana. L’autore si concede la licenza di accostare il lavoro di Pavese a quello di Dante che lasciò incompiuti il De vulgari eloquentia e il Convivio per dedicarsi interamente alla Commedia. Allo stesso modo Pavese concentrò tutte le sue forze su quest’opera divisa in “trentadue capitoli, che richiamano, nel numero e nella brevità, i canti della Divina Commedia”. Non solo, ma Pavese “si ispira a Dante anche come modello linguistico”. L’accostamento a Dante non è comunque il solo, scorrendo le pagine troviamo anche riferimenti a Giovanni Verga e Elio Vittorini; la trama è analizzata quasi per intero e i riferimenti critici riportati sono soprattutto d’oltralpe, anglosassoni anzitutto. Che l’autore tenga molto a quest’ultima opera è dimostrato dal fatto di averle dedicato il capitolo più corposo: le singole pagine sono di gran lunga più ricche rispetto a quelle degli altri capitoli. Egli mette l’accento sul fatto che in quest’opera sono racchiuse le risposte agli interrogativi, spesso inquietanti, sull’esistenza e il fitto imbroglio di misteri che regna tra gli uomini. Una specie di punto di approdo, di summa del pensiero pavesiano.

In ultimo ci piace riportare un passo del giudizio che Giovanna Romanelli dell’Università della Sorbona di Parigi dà della presente opera: “Catalfamo applica una critica integrale, che si avvale di tutti gli strumenti che possono contribuire a chiarire al lettore il testo letterario. Evidenzia il carattere unitario dell’opera di Pavese. Considera lo scrittore “complesso”, più che “contradditto- rio.” Prende le distanze da quel filone, pur fecondo, degli studi più recenti della critica pavesiana che privilegia l’irrazionalismo”.

Recensione già pubblicata
sulla rivista “Letteratura e società”