Silvana La Porta recensisce su La Sicilia “Di madre in figlia”,  l’ultimo libro di Marinella Fiume…

Esistono donne con le manine di fata, che non fanno sentire nessun dolore, quando toccano una parte malata. Poi, a volte, prendono al cappio una lucertola, la squartano e la strofinano sulla ferita, recitando a gran voce una preghiera. Proprio una di queste affascinanti sapienti ha reso una preziosa testimonianza alla docente e scrittrice Marinella Fiume, che con le sue parole ha creato un libellus frizzante (Di madre in figlia, Le farfalle, pp.91 € 12), prezioso documento insieme di storia delle tradizioni popolari, storia sociale e storia delle donne.

Si chiama Orazia Torrisi in Spina, nata nel 1885 a Fiumefreddo di Sicilia e morta alla veneranda età di 101 anni, la contadina guaritrice che ha dialogato con l’autrice, narrandole lu cuntu di tutta un’infanzia disgraziata, con la perdita prematura di padre e madre e la successiva adozione da parte della comunità dei vicini, che la educano in tutto e per tutto. Ma l’incontro decisivo è quello con Donna Lunarda, famosa guaritrice e conciaossi, la sua maestra prediletta, vera tutrice della giovane Razzia.

E qui il libro svela il suo aspetto più interessante, quello dove Marinella Fiume manifesta tutta la sua abilità nella restituzione dell’oralità con un’attenzione speciale alla fedeltà all’intervistata: il ruolo della donna nella società contadina di un tempo era davvero fondamentale ed ella non si limitava a fare figli e a tenere in ordine la casa. La medicina popolare era un patrimonio esclusivamente femminile, “cosa tra donne”, come si sussurrava in paese, femmine chiuse nelle loro cucine fumose, sedi privilegiate di elementari forme di alchimia tra elementi vegetali, animali e minerali. E all’alchimia si mescolavano preghiere, scongiuri e riti magici, sulla falsariga di majare e fattucchiere: attività importante, dunque, per la comunità, che spesso costò alle “medichesse” denunce e tribunali.

Ne viene fuori uno spaccato singolare di vita paesana e di una insolita forma di insegnamento e di tirocinio, durata dai 9 ai 18 anni, durante i quali Orazia, a piccoli passi, assume incarichi sempre più difficili, supera una lunga serie di esami pratici, con infusi, decotti, sciroppi, unguenti, fino a sposarsi e a procreare: solo allora diventerà anche ginecologa.

E’ stato così il potere delle donne: orale, faticoso, ma indispensabile per tutti i malati, ricchi e poveri, uomini e femmine, vecchi e bambini. Ed è passato di madre in figlia: ecco la catena di trasmissione del sapere per via matrilineare, dove sfera magico-sacrale e sfera naturale si intersecavano, in tempi non troppo lontani. Un grazie, dunque, all’autrice che ha permesso che questa magica testimonianza tornasse a vivere, sulla scia di un’orazione beneaugurante: “Fallu ppi Diu e tutti li Santi, stuta stu focu e tutti li vampi…”

Silvana La Porta (su La Sicilia del 19 giugno 2014)