Se al posto di un dannosissimo JobsAct, Renzi junior avesse fatto approvare un serio piano per sconfiggere la disoccupazione in particolare al sud, il colloquio, la moglie del capotreno (e milioni di potenziali corruttibili per fame, disperazione, disoccupazione) l’avrebbe fatto al Centro per l’Impiego, non al settore HRM di Alfredo Romeo. Ecco.

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Chi di Renzi ferisce, di Renzi perisce

La storia paradossale di un’Italia nella morsa di due Renzi, padre e figlio, delle cui gesta sarebbe quasi il caso di dimenticarsi, se non fosse che lo junior vuole rimettersi in gioco come rieletto Segretario del PD e come candidato Premier, rimangiandosi la promessa post-scosuta referendaria, mentre il senior qualche tibia o femore nell’armadio (forse non l’interezza di uno scheletro) ce l’ha.

di Marika Borrelli – 6 marzo 2017

E c’è la storia paradossale di un’Italia nella morsa di due Renzi, padre e figlio, delle cui gesta sarebbe quasi il caso di dimenticarsi, se non fosse che lo junior vuole rimettersi in gioco come rieletto Segretario del PD e come candidato Premier, rimangiandosi la promessa post scosuta referendaria, mentre il senior qualche tibia o femore nell’armadio (forse non l’interezza di uno scheletro) ce l’ha. Forse solo millantato credito, ancorché mezzo reato, il ché è sempre miglior motivo che una statua alla Madonna di Medjugorje nell’ospedalino del Meyer, scusa poco plausibile, e — diciamo anche un po’ ridicola — non foss’altro perché la Chiesa non ammette tutta la faccenda di Medjugorje, figurarsi una statua ufficiale nel nosocomio pediatrico pubblico fiorentino.

A proposito di madonne, probabilmente qualche ‘maremma’ sarà pure volata, a casa Renzi — i cui due prodi si son fatti vedere in pubblico al paesello in questi concitati giorni, proprio per ostentare serenità e sicurezza nel mentre delle indagini — quando finalmente la stampa si è accorta che l’affaire Renzi-Romeo-Rossi-Lotti s’ingrandiva talmente che era un peccato non darne contezza al pubblico a ridosso delle prossime primarie del Piddì. Non si sa mai a Renzi ritornasse la spocchia del vincitore e a molta parte di Italiani l’amnesia per il periodo non meraviglioso vissuto sotto Matteo il Bomba. Periodo che pagheremo molto caro dal punto di vista economico-finanziario, con una manovra suppletiva del valore di circa 10 miliardi, altro che noccioline.

Il sistema-Renzi non consisteva altro che in una grande distribuzione di uova ai braccianti scelti dal capo. L’antropologia agricola, infatti, narra che il proprietario dei campi esortasse i lavoranti destinatari del premio avicolo a lavorare con più lena, considerato l’omaggio. Renzi junior vuole passare allo sconto per quantificare il ritorno delle prebende e delle nomine concesse in mille giorni di potere pressoché assoluto.

Per carità, quasi tutti i potenti fan così, ma pochi sono stati spregiudicati, avidi e insolenti come Matteo Renzi. E le cronache narrano di un Renzi senior non da meno. Talis pater talis filius.

Poi c’è la storia paradossale di un capotreno che aiuta Alfredo Romeo e gli rivela il tentativo, fallito, dei carabinieri di mettere mano sul suo cellulare mentre viaggia verso Roma. L’episodio è raccontato da Romeo a Bocchino. «Questa mattina al treno incontro il capo stazione (in realtà era un capotreno) il quale intenerito… mi dice… io non ce la faccio più glielo devo dire perché per affetto perché lei prende il treno sempre una volta a settimana… (incomprensibile) lei è un signore una persona perbene poi quando io le chiesi di fare un colloquio a mia moglie lei me lo fece fare subito… poi non è andato va bene… però io capisco… però io glielo devo dire… lei è stato oggetto di un’aggressione sul treno ma che non era prevista così, era prevista molto più grave».

Il paragrafo precedente l’ho preso pari pari da «La Stampa». L’ho letto più e più volte, quasi allibita per il contenuto.

L’ho letto più volte, mettendomi nei panni di Romeo, commosso da cotanta devozione, tanto da confessare ai giudici l’episodio, mettendo — di conseguenza — nei guai il capotreno e nel contempo dimostrare l’accanimento dei detective nei suoi confronti.

Mi sono messa pure nei panni del capotreno, il quale a suo tempo chiese a Romeo un colloquio di lavoro per la moglie, considerata la famigliarità col personaggio che prendeva quel treno tutte le settimane. Ho immaginato il conflitto di lealtà del capotreno: da una parte tenere il silenzio su di un’operazione dei Carabinieri, dall’altra corroborare la stima e la fiducia da parte di un potenziale datore di lavoro attraverso una siffatta confessione.

Eh sì, perché in quest’Italia così van le cose: un pubblico ufficiale che preferisce confidarsi con un imprenditore ricco e spregiudicato, anziché contribuire a sconfiggere la corruzione.

E poi dovremmo convincerci che — almeno dal punto di vista antropologico e psico-sociale — la vicenda di Renzi padre non sia plausibile.

Morale?

Se al posto di un dannosissimo JobsAct, Renzi junior avesse fatto approvare un serio piano per sconfiggere la disoccupazione in particolare al sud, il colloquio, la moglie del capotreno (e milioni di potenziali corruttibili per fame, disperazione, disoccupazione) l’avrebbe fatto al Centro per l’Impiego, non al settore HRM di Alfredo Romeo. Ecco.

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