Fa male a me, docente precaria, sentire che la balcanizzazione dei docenti precari, messi scientemente l’uno contro l’altro  da governi interessati a fomentare una guerra senza quartiere tra disperati, allo scopo di gratificare col ruolo quelli disposti ad accettare le peggiori condizioni di lavoro, viene usata come paradigma negativo di risposta agli attacchi governativi, e citata per stornare dalle altre categorie il pericolo di cadere nella stessa esiziale trappola…
Devo tuttavia convenire, sia pure con dolore, che si tratta di un’incontrovertibile verità… Per questo non ho reagito quando il prorompente Franco, un Quota 96, cioè uno di quei prof. a fine carriera bloccati in cattedra dalla Fornero fino al 2017/2018, nonostante abbiano maturato il diritto alla pensione al 31 agosto 2012,  ha invitato energicamente (da quel rugbista che è, capace di prendere botte e di darne e, soprattutto, di rialzarsi sempre) le diverse categorie in piazza (esodati, quota ’96, ferrovieri etc.) a non anteporre la propria vertenza alle altre, prendendo a modello la nostra débacle. Il fatto è che chi non ha stipendio da 34 mesi (esodato), né “salvaguardie” estorte con la lotta, si sente più disperato di chi, pur vedendo sfumare la pensione, lavora e percepisce lo stipendio… Da precaria giunta a Roma a sostegno della lotta dei Quota ’96, ieri, a Montecitorio, sotto un sole cocente, ho sentito vacillare le gambe e offuscarsi la mente. Mi sono guardata attorno: la gente “buona” d’Italia era lì; lavoratori onesti, seri, che avrebbero diritto, me compresa, dopo un anno di levatacce alle 5 del mattino, due ore di viaggio per arrivare sul posto di lavoro e lavoro duro in aula e a casa tutto l’anno, a godersi un po’ di riposo e a cui, invece, è stato chiesto (dall’onorevole Di Salvo, di Sel, scesa in piazza a riferire le intenzioni del “Palazzo”) di continuare a presidiare i palazzi, come i pitocchi, come i pidocchi sotto il sole, perché la protesta “aiuta” chi lotta nelle stanze a far passare i provvedimenti giusti… Irenismo, rassegnazione all’esistenza di un Padrone cattivo (sono sempre gli altri, i cattivi, per chi scende a parlare con i cittadini!) che va convinto con le suppliche… E’ VERGOGNOSO! Nessun cittadino europeo è costretto a fare della protesta un secondo mestiere, con logorio fisico e mentale inusitato, per ottenere un diritto elementare quale quello alla quiescenza, dopo aver versato 41 anni di contributi! All’approccio “irenistico”, pacificante, alla politica “dei passettini” della Di Salvo (che ha cercato di indorare la pillola del mancato accoglimento delle richieste dei Quota ’96), ha fatto da contraltare l’approccio del grillino Rizzetto, sceso anche lui a fare un comizio vero e proprio, a dirci quel che noi denunciamo nei nostri proclami inutili, cioè che ci hanno tolto pure i soldi per andare a Roma a protestare (perché non tutti possono permetterselo, è vero!), che non hanno alcuna intenzione di destinare i miliardi della Tav o degli F35 alla tutela dei diritti e che “loro” non voteranno i provvedimenti che ammazzano i lavoratori. Bene; bravo. Lodevole, ma del tutto inutile. Qui non si tratta di fare l’interroganzioncella parlamentare per l’una o l’altra categoria: qui si tratta di additare lo scempio costituzionale che un governo non eletto sta portando avanti, avallato da un presidente della Repubblica che da poco ha esaltato  il “senso dello Stato” di uno squadrista e fascista convinto quale Giorgio Almirante! C’è qualche forza politica o sindacale in grado di fare ciò, dando alla gente immobile e confusa la misura esatta di quello che il paese sta subendo e diventando?
Alle 14,00, sono state ricevute, in delegazione, 15 persone, esponenti dei diversi gruppi in lotta. Solo tre avrebbero parlato; uno è stato estromesso perché non aveva l’abbigliamento consono. Nell’Italia dei ladri a loro insaputa e dei capi di partito pluricondannati e mai rimossi; nell’Italia in cui la corruzione mangia 60 miliardi di euro all’anno (e la stima è per difetto); nell’Italia dei banchieri-cravattari, il “decoro” istituzionale è affidato alla giacca e alla cravatta!
Un’ora dopo, la delegazione è scesa. Rina aveva il volto atteggiato a sarcasmo. I referenti della delegazione, Damiano e “una certa Incerti”, hanno sostenuto di non aver avuto “dati sicuri” dall’Inps (non è vero: i Quota ’96 sono stati contati dieci volte: sono 4.500!), dai ragionieri di Stato etc. Rina ha riferito di aver ascoltato con rispetto i funambolismi verbali dei due, dopodiché ha fatto loro notare che i politici non possono essere ostaggio dei tecnici, perché hanno il dovere di prendere delle decisioni, aggiungendo che quella delle mancate stime le pareva un alibi bello e buono. Cosa ha fruttato, dunque, il colloquio? La promessa che l’emendamento sui Quota ’96, presentato da Sel e bocciato, sarà inserito nel Decreto sul Pubblico impiego già denominato “legge Madia”.
Franco si è messo a capo della nuova colonna di docenti incazzati, per muovere verso il Mef, il Ministero dell’Economia e della Finanza, a Via XX Settembre… E’ lontano? Ma no! A piedi; a piedi ce la si fa benissimo! Lungo la strada, l’ho sentito gridare che Renzi ha messo 80 euro nelle tasche di chi ne prende 1300, con uno spreco inutile, e poi non trova le risorse per esodati e pensionati, che sbloccherebbero posti… Io non l’ho seguito. Avevo al seguito mio nipote, quindicenne, a reggermi le bandiere, che si sentiva stanco. Ho pensato che per quel giorno avesse visto abbastanza del paese in cui vive e studia. L’ho portato alla Fontana di Trevi, ma – sfortuna! – era in restauro…
Sulla via del ritorno, non sono riuscita a togliermi dalla testa quella “F” tricolore e sinuosa che orgogliosamente brillava sulla giacca di un ferroviere lì, in piazza, sconcertato e un po’ titubante (forse era alla prima manifestazione), che aveva indossato la sua uniforme blu bellissima. Poi ho capito che mi era rimasta impressa perché strideva col volto dignitoso ma costernato del ferroviere, la cui fierezza di dipendente pubblico dei trasporti d’Italia è stata piegata dall’indegnità di una politica che lo costringe a mendicare quel che gli spetta.

Marcella Raiola