Reprimenda del capo dipartimento dell’istruzione ai presidi per i contributi irregolari chiesti alle famiglie degli alunni…(di Polibio)

 

Il primo avvertimento era stato inviato dalla dott. Lucrezia Stellacci ai presidi con la nota del 20 marzo 2012. La reprimenda è venuta quasi  un anno dopo, il 7 marzo 2013. Segno evidente che in molti hanno fatto “orecchio da mercante”.

inviato da Polibio, 16.3.2013

Il primo avvertimento era stato inviato dalla dott. Lucrezia Stellacci ai presidi con la nota del 20 marzo 2012. La reprimenda è venuta quasi un anno dopo, il 7 marzo 2013. Segno evidente che in molti hanno fatto “orecchio da mercante”. Con la nota del 20 marzo 2012, il capo dipartimento dell’istruzione Lucrezia Stellacci aveva informato i direttori generali degli Uffici scolastici regionali che continuavano “a pervenire a questo Dipartimento” – espressione che il “fenomeno” era stato precedentemente evidenziato e che tuttavia non aveva trovato la dovuta “accoglienza” da parte dei dirigenti scolastici – “segnalazioni in merito a pratiche poco trasparenti poste in essere dalle istituzioni scolastiche nella richiesta alle famiglie e nella gestione dei contributi versati in favore delle scuole”. Sì, “pratiche poco trasparenti … nella richiesta alle famiglie e nella gestione dei contributi versati a favore delle scuole”! Così continuando: “In particolare, è stata più volte denunciata la prassi di chiedere il versamento del c contributo quale condizione necessaria per l’iscrizione degli studenti, mentre risulta spesso deficitaria l’informazione data alle famiglie in merito alla destinazione e all’utilizzo delle somme acquisite”. E affermava che era “noto”, “il caso di un istituto che, con toni intimidatori, considera il mancato versamento del contributo come infrazione disciplinare tale da incidere sulla valutazione del comportamento degli studenti”. Non è dato sapere se nei confronti di quel preside-padrone sono stati attivati gli atti conseguenti, quelli disciplinari compresi. Ma tant’è.

Segnalazioni erano pervenute su singoli casi, ma dall’indagine conoscitiva avviata, così da parte del capo dipartimento dell’istruzione nella nota del 20 marzo 2012, “non sembra siano emerse situazioni di particolare irregolarità”. Sì, non di “particolare irregolarità”! “Ciò nonostante, il Dipartimento intese “richiamare ancora una volta l’attenzione” dei direttori generali degli Usr – dandone conoscenza all’Ufficio di Gabinetto del Ministro, al Dipartimento per la programmazione e la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali, nonché alla Direzione generale per la politica finanziaria e per il bilancio e alla Direzione generale per lo studente, l’integrazione e la partecipazione e la comunicazione – “sulla problematica in essere e, al tempo stesso, farne chiare indicazioni al riguardo”.

In primo luogo, precisando che “i versamenti in questione sono assolutamente volontari, anche in ossequio al principio di obbligatorietà e gratuità dell’istruzione inferiore” (cioè, fino al terzo anno della scuola secondaria superiore), che “le risorse raccolte con contributi volontari delle famiglie devono essere indirizzate esclusivamente ad interventi di ampliamento dell’offerta culturale e formativa e non ad attività di funzionamento ordinario e amministrativo”, che “all’atto del versamento le famiglie vanno sempre informate in ordine alla possibilità di avvalersi della detrazione di cui all’art. 31 della legge n. 40/2007”, che “le istituzioni scolastiche dovranno improntare l’intera gestione delle somme in questione a criteri di trasparenza ed efficienza. 

In particolare, le famiglie dovranno preventivamente essere informate sulla destinazione dei contributi, in modo da far conoscere in anticipo le attività che saranno finanziate con gli stessi ed eventualmente decidere, in maniera consapevole, di contribuire soltanto ad alcune specifiche azioni”. Cosicché, “si eviterebbero versamenti indistinti, il cui utilizzo sia rimesso esclusivamente alla decisione dell’istituzione scolastica”; e “parimenti, alle famiglie, al termine dell’anno scolastico, andrà assicurata una rendicontazione chiara ed esaustiva della gestione dei contributi, dalla quale risulti come sono state effettivamente spese le somme e quali benefici ne ha ricavato la comunità scolastica”, “modalità operativa, del resto”, che “può contribuire ad una più corretta gestione delle risorse finanziarie della scuola e ad un uso più responsabile delle stesse, poiché consentirebbe di mettere in diretta correlazione le entrate e le spese riferibili a ciascuna attività, evitando di intraprendere azioni non sorrette da adeguata copertura finanziaria”.  

Non può esserci dubbio sulla disobbedienza di dirigenti scolastici in ordine alla nota del 20 marzo 2012 del capo dipartimento dell’istruzione dott.ssa Stellacci sulle “indicazioni in merito all’utilizzo dei contributi scolastici delle famiglie” se la stessa Lucrezia Stellacci ha avvertito la necessità di inviare il 7 marzo 2013 (ai dirigenti delle istituzioni scolastiche, ai direttore degli Uffici scolastici regionali e alla D.G. per la politica finanziaria e per il bilancio, nonché, p.c., al Dipartimento per la programmazione e la gestione delle risorse umane, finanziarie e strumentali e all’Ufficio di Gabinetto del Ministro) una nuova nota con all’oggetto “richiesta di contributi scolastici alle famiglie”, cominciando il testo della nota con l’espressione “nonostante le indicazioni fornite con la precedente nota prot. n. 312 del 20/3/2012, continuano a pervenire a questo Dipartimento da parte delle famiglie, numerose segnalazioni di irregolarità ed abusi nella richiesta di contributi scolastici. Le lamentale sono divenute ancora più pressanti in coincidenza con il periodo delle iscrizioni, al punto che persino una nota trasmissione televisiva ha messo in onda un servizio in cui denuncia la prassi di alcune istituzioni scolastiche di considerare come obbligatori i contributi deliberati dal consiglio d’istituto e di pretenderne il versamento all’atto dell’iscrizione”. E aggiungendo subito dopo un “si ritiene che simili comportamenti, oltre a danneggiare l’immagine dell’intera amministrazione scolastica e minare il clima di fiducia e di collaborazione che è doveroso instaurare con le famiglie, si configurano come vere e proprie lesioni al diritto allo studio costituzionalmente garantito”. 

La nota del 7 marzo 2013 è ben più articolata e ampia di quella del 20 marzo 2012. In essa, è scritto che “qualunque somma, ulteriore alle tasse erariali e a quanto strettamente necessario per il rimborso di spese sostenute dalla scuola per conto delle famiglie, può essere quindi richiesta soltanto quale contribuzione volontaria, erogazione liberale con cui le famiglie, con spirito collaborativo e nella massima trasparenza, partecipano al miglioramento dell’offerta formativa e al suo ampliamento al di là dei livelli essenziali”. Se è vero, per il Dipartimento dell’istruzione, “che il contributo delle famiglie rappresenta una fonte essenziale … soprattutto in considerazione delle ben note riduzioni della spesa pubblica che hanno caratterizzato gli ultimi anni …, si ritiene auspicabile che le scuole acquisiscano tale contributo non attraverso comportamenti vessatori e poco trasparenti, bensì facendo leva sullo spirito di collaborazione e di partecipazione delle famiglie”. Cosicché, “appare quindi evidente che subordinare l’iscrizione degli alunni al preventivo versamento del contributo non solo è illegittimo, ma si configura, per i soggetti che sono responsabili della gestione, come una grave violazione dei propri doveri d’ufficio”. Pertanto, così nella nota del capo dipartimento dell’istruzione dott.ssa Stellacci, ricordandola ai presidi, “qualunque discriminazione ingiustificata a danno degli studenti derivante dal rifiuto di versamento contributivo in questione, sia in termini di valutazione che disciplinari, risulterebbe illegittima e gravemente lesiva del diritto allo studio dei singoli”. Infine, oltre a invitare la Direzione generale per la politica finanziaria e per il bilancio “a voler sensibilizzare i revisori dei conti presso le istituzioni scolastiche ad operare, nell’ambito delle ordinarie procedure, specifici ed accurati controlli in merito alla modalità di richiesta, gestione e rendicontazione dei contributi delle famiglie”, la dott.ssa Lucrezia Stellacci ha posto in evidenza che “ove dovessero pervenire” al Dipartimento per l’istruzione “ulteriori segnalazioni di irregolarità, queste saranno trasmesse ai direttori degli Uffici scolastici regionali, i quali, nell’ambito della propria esclusiva competenza, provvederanno ad operare tempestivamente le opportune verifiche ed eventualmente ad assumere tutte le conseguenti determinazioni, anche di carattere sanzionatorio, in relazione alla gravità dei fatti contestati”.   

Polibio è rimasto sbalordito nel leggere, come ha scritto il capo dipartimento Stellacci, l’esistenza di “numerose segnalazioni di irregolarità ed abusi nella richiesta di contributi scolastici” pervenute al dipartimento dell’istruzione da parte delle famiglie degli studenti, continuate “nonostante le indicazioni fornite con la precedente nota del 20 marzo 2012” e il divieto di astenersi. Ed è rimasto ancora più sbalordito nel leggere le “reazioni” di associazioni di presidi (per esempio, l’Anp), e individualmente da parte di dirigenti scolastici, che, invece di “condannare” i comportamenti illegittimi, e addirittura illegali, di determinati presidi (peraltro lo si evince con chiarezza dalla nota del capo dipartimento Lucrezia Stellacci) che non rispetterebbero le norme in vigore e peraltro ricordate dalla stessa Stellacci il 20  marzo 2012, rivolgono alla Stellacci l’espressione di assistere a un “abbandono sistematico delle responsabilità proprie” (della Stellacci o di chi?) “e la continua colpevolizzazione dei dirigenti scolastici” (ma se ci sono dirigenti scolastici che agiscono in violazione di norme di legge è giusto o non è giusto che vengano sanzionati?). 

Peraltro, non sembra che le associazioni di presidi e determinati presidi individualmente abbiano letto bene, perché la Stellacci non ha affatto detto che la “richiesta di contributi volontari” costituisce un abuso da parte delle scuole e dei loro dirigenti”. Ha detto, invece, che esistono norme precise e che quelle norme vanno rispettate, sia per quanto concerne la richiesta dei “contribuiti volontari”, sia per quanto concerne le finalità, l’utilizzazione di quei contributi volontari, ovvero la “gestione corretta”, la trasparenza e l’efficienza, la “rendicontazione chiara ed esaustiva della gestione dei contributi”. Ma forse i presidi non ricordano che determinate risorse debbono essere fornite dalle amministrazioni comunale e dalle amministrazioni regionali. E allora cosa hanno fatto per ottenerle? Ad essere “vittime” non sono i presidi. Ad essere vittime sono i genitori degli alunni, soprattutto se all’atto dell’iscrizione dei figli a scuola (nelle scuole comprensive e in quelle secondarie di secondo grado) “debbono” versare (sono “invitati” a versare) cifre che variano da 30 a 100 e magari a 150 euro. In una scuola con 1.000 alunni, il fondo di “contribuzione volontaria” corrisponde a 100.000 euro. E allora la “rendicontazione” è un obbligo da parte della scuola. Anche perché potrebbe verificarsi, per esempio, l’acquisto di apparecchiature costose (quale potrebbe essere un pianoforte a coda, il cui prezzo oscilla da 5-6.00 a 10.000 euro, magari destinato a un “improprio” corso svolto da una o due determinate persone, ovviamente retribuite, e poi abbandonato in una stanza) o la destinazione magari di gran parte delle risorse da “contribuzione volontaria” a qualcosa che ha “una ricaduta soltanto indiretta sull’azione educativa rivolta agli studenti”.

In definitiva, soltanto gli studenti delle ultime due classi delle scuole secondarie superiori, quale conseguenza dell’attuale normativa dell’obbligo scolastico che dall’obbligo scolastico li esclude, debbono pagare il premio per l’assicurazione (che debbono pagare anche tutti gli altri alunni in  età di obbligo scolastico) e le tasse e i contribuiti, a beneficio dello Stato, per la frequenza delle classi quarta e quinta superiore: euro 6,04 per la tassa di iscrizione; euro 15,13 per le tasse di frequenza e di ritiro del diploma). Per quanto concerne il “contributo volontario” (“volontario”, quindi non dovuto, ma soltanto “concesso” se la famiglia dell’allunno/a ha deciso di “concederlo”), la cui entità è fissata dal Consiglio di istituto, la scuola ha il dovere di informare formalmente le famiglie in ordine alla possibilità di detrarre il “contributo volontario” dalla dichiarazione dei redditi.   

La “reazione” nei confronti del capo dipartimento dell’istruzione, che da parte sua ha rassegnato ai dirigenti scolastici il dovere di attenersi alle disposizioni vigenti, e quindi alla legalità, sembrerebbe quella tipica (ovviamente, posta in essere da un numero alquanto minimo, ma i cui comportamenti, purtroppo, “oltre a danneggiare l’immagine dell’intera amministrazione scolastica e minare il clima di fiducia e collaborazione che è doveroso instaurare con le famiglie, si configurano come vere e proprie lesioni al diritto allo studio costituzionalmente garantito”) da carbone bagnato, di chi pratica comportamenti illegittimi, di chi non rispetta le regole. 

Ma quel tipo di “reazione” nei confronti della Stellacci per avere assunto una doverosa “iniziativa” non è nuovo a Polibio. Se la memoria non gli si è sbiadita, ricorda qualcosa che sarebbe accaduta in Puglia, quando la dottoressa Lucrezia Stellacci era là direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale. Un preside, forse perché si riteneva coperto da particolare immunità, di certo particolarmente arrabbiato nei di lei confronti, le avrebbe scritto, dopo avere ricevuto uno o due visite ispettive, peraltro inviate correttamente senza preavviso (com’è corretto che avvenga e come è sempre avvenuto per il personale docente e per il personale Ata), interrogandola con un se si sarebbe comportata allo stesso modo l’anno precedente o due anni prima (forse perché in quel tempo era presidente regionale o provinciale di un sindacato di presidi dal quale sarebbe stato espulso). 

Lo Stato, quale conseguenza della disastrosa “riforma epocale” del sistema scolastico attuata dal trio Tremonti-Gelini-Brunetta, le amministrazioni comunale e le amministrazioni provinciali, quale conseguenza degli sperperi e dei dissesti finanziari, non provvedono (a parte le macroscopiche carenze in ordine alle condizioni di agibilità e di sicurezza degli edifici scolastici, nonché le classi con almeno un quindici per cento in più di alunni rispetto a quanto dovrebbero averne, le ore dell’attività settimanale delle attività didattiche ridotte e le ore in cui gli studenti restano da soli nelle aule a giocare a carte, a rincorrersi e a dilettarsi con i cellulari) a fornire le risorse, economiche e di oggetti assolutamente necessari, alle scuole. Ed è per questo che tutti, a partire dai presidi, debbono essere indignati (ovviamente, anche Polibio), nonché se, soprattutto da parte di chi le ha ricevute, il capo dipartimento dell’istruzione Lucrezia Stellacci, vengono evidenziate “segnalazioni di irregolarità ed abusi nella richiesta di contributi” alle famiglie degli alunni. Si tratta di rispettare le norme di legge e di farle rispettare. Chi non le rispetta non può essere protetto dal silenzio, che è complicità, né da reazioni inconsulte soprattutto se nei confronti di chi ha evidenziato il mancato rispetto di quelle norme, reazioni che sono anch’esse complicità, ma deve essere sottoposto a procedimento disciplinare seguito, se accertato che quanto contestato corrisponde al vero, da “tutte le conseguenti determinazioni, anche di carattere sanzionatorio, in relazione alla gravità dei fatti contestati”.   

Polibio

polibio.polibio@hotmail.it