il meccanismo dei test, basato sulle risposte rapide (i quiz sono a tempo) e spesso automatiche, sfavorisce chi ha studiato in modo attento e critico (o quanto meno ha provato a farlo).

Riforma. La scuola fa schifo? Colpa dei docenti. 

di Luigi Cozza – 22 agosto 2015

Qualsiasi discorso sulla qualità della scuola in Italia dovrebbe partire da una semplicissima verità: negli ultimi 20-25 anni (si potrebbe cominciare da prima, ma fermiamoci qui) una serie di sciagurati tentativi di riforma ha progressivamente raso al suolo quanto di buono c’era nella scuola pubblica, agendo in particolare su tre fronti: tagli, abbassamento culturale, autonomia. Vediamo un po’ più analiticamente che cos’è successo, a partire da D’Onofrio, che ha eliminato gli esami di riparazione istituendo il ridicolo meccanismo, poi ulteriormente “perfezionato” da altri, dei debiti (che raramente vengono recuperati).

I tagli operati, sempre per motivi di bilancio – quando servono soldi si prendono da sanità, scuola e ricerca – riguardano non solo i fondi e i ritardi nell’adeguamento dei contratti, ma anche le cattedre (decine di migliaia tagliate dai vari ministri, tra cui primeggia la Gelmini) e di ore di lezione per varie materie. Ciò ha provocato il fenomeno delle classi pollaio, situazione che non solo ostacola una didattica efficace e individualizzata, ma mette a serio rischio la salute degli alunni e dei docenti. Le norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, che prevedono al massimo 26 PERSONE (compresi i docenti curriculari e di sostegno e gli itp) in ciascuna classe, e che obbligherebbero a ridurre
il numero degli alunni ove siano presenti allievi diversamente abili, sono puntualmente aggirate (con assunzione di responsabilità del preside) o spesso ignorate, anche in caso di sentenze del TAR che invocano lo sdoppiamento (es. TAR Sicilia, sentenza n. 1831/2015 del 22 luglio). Quasi mai sono rispettate anche le altre norme, che riguardano spazi a disposizione, riscaldamento etc, e molte scuole versano in condizioni statiche disastrose, checché dica la Giannini.

Ci sarebbe molto ancora da dire, ma passiamo al secondo punto: la progressiva riduzione e banalizzazione dei programmi di studio, imposta dai teorici del ministero, in ossequio a un’idea di modernizzazione che si estrinseca soprattutto nell’enfasi posta sulle “competenze”, ossia “comportamenti mirati all’esecuzione di un compito, che sono la risultante di un insieme di conoscenze teoriche e di abilità tecnico-pratiche”, riducendo progressivamente le conoscenze teoriche.

Non si vuole qui negare l’importanza delle competenze, ma per sviluppare abilità pratiche è necessario un adeguato bagaglio teorico, ed è sotto gli occhi di tutti come questo si stia drasticamente riducendo anno dopo anno. Si provi a confrontare le conoscenze di chi ha studiato 20-30 anni fa con quelle degli studenti di oggi: forse allora si peccava di eccesso di teoria, oggi siamo indiscutibilmente caduti nell’eccesso opposto, e il discorso vale tanto per le materie umanistiche, forse le più colpite, che per quelle scientifiche, come puntualmente denunciano i docenti delle università, che hanno a che fare con diplomati con scarsissime conoscenze teoriche (senza che questo abbia migliorato sensibilmente le loro competenze…).

La riduzione generalizzata dei programmi, a favore di fumosi didatticismi imposti dall’alto, ha prodotto un visibile abbassamento culturale che coinvolge tutti gli ordini di scuole. Nelle prime classi delle superiori (realtà che conosco meglio) riceviamo ragazzi che mancano delle più elementari nozioni di matematica, per non dire altro, e io non credo affatto che sia colpa dei colleghi degli ordini precedenti, ma delle disposizioni impartite dall’alto. Corollario di tutto ciò è l’imposizione dei famigerati (e costosi, decine di milioni l’anno) test, ampiamente messi in discussione nei Paesi che per primi li avevano introdotti, per i loro effetti negativi sulla didattica e sulla crescita dei ragazzi (negli Stati Uniti, un vasto movimento di genitori e studenti ha ottenuto in vari stati la possibilità di esercitare l’opt-out, ossia di non sostenere i test). La pervicacia con cui si cerca di imporre questi test è pari soltanto alla negligenza con cui sono stati trattati i temi dell’istruzione. I test portano con sé un diverso atteggiamento, che coinvolge i ragazzi come i docenti nell’addestramento al superamento del test piuttosto che all’apprendimento e all’approfondimento; il meccanismo dei test, basato sulle risposte rapide (i quiz sono a tempo) e spesso automatiche, sfavorisce chi ha studiato in modo attento e critico (o quanto meno ha provato a farlo).

Infine, una parola sull’autonomia: finora ha significato competizione sfrenata tra scuole, spesso al ribasso (una scuola troppo “difficile” riscuote minori domande di iscrizione, quindi si accontenta la clientela abbassando il livello) e la nuova legge è fatta apposta per attirare l’ingresso di capitali e interessi privati nei consigli d’istituto, con prevedibile ricaduta su programmi, progetti e simili e per mettere nelle mani del Dirigente l’indirizzo della scuola… l’uomo solo al comando può essere illuminato ma anche provocare ingenti danni… Ecco, ci sarebbe molto altro da dire, ma se la stampa almeno prendesse in considerazione due o tre argomenti prima di sparare sui professori…

Luigi Cozza, docente

http://www.orizzontescuola.it/news/riforma-scuola-fa-schifo-colpa-dei-docenti-lettera