TALENTI DELLE DONNE  ” UN PROGETTO DI GLORIA GAETANO 



La differenza delle donne sono millenni di assenza dalla storia.
Approfittiamo della differenza (Carla Lonzi)…

 

 

 

DIFFERENZE DI GENERE da “Società delle letterate italiane”

 Bisogna guardarsi a lungo nello specchio, a lungo e ripetutamente, prima di conoscere il proprio vero volto

(Sandor Marai) 

La crisi dell’Occidente non è solo economica, ma anche psicologica. Questo l’aveva intuito per primo un giovane psicanalista svizzero, allievo di Freud, Carl Gustav Jung. Studiando i sogni e le nevrosi il giovane Jung comprese come questi fossero i fattori di una crisi umana senza precedenti. Il suo contributo teorico non si limitò solo alla psicanalisi, ma anche allo studio delle religioni e dell’esoterismo per rintracciare la radice della decadenza moderna. Il razionalismo radicale aveva reso sterile l’uomo in ogni suo aspetto. La mancanza di una vita spirituale lo portò ad allontanarsi da quella natura che per millennio era stato motivo di vita. Ancora oggi il suo contributo viene riconosciuto con i tutti i meriti scientifici. (La rinascita è dentro noi stessi, di Alfredo Incollingo)

 

PRENDIMI L’ANIMA

film autobiografico in cui è narrata la profonda e tormentata storia d’amore fra lo psichiatra Carl Gustav Jung ed una sua paziente, l’ebrea russa Sabina Spielrein, poi diventata a sua volta celebre psicoanalista.

 “Io cerco la persona che sia capace di amare l’altro senza per questo punirlo,senza renderlo prigioniero o dissanguarlo; cerco questa persona del futuro che sappia realizzare un amore indipendente da vantaggi o svantaggi sociali, affinchè l’amore sia sempre fine a se stesso e non solo il mezzo in vista di uno scopo.”

 

Tratto da un’appassionata lettera di C.G.Jung a Sabrina Spielrein, la sua amante. 

SABINA SPIELREIN

Sabina Spielrein, fragile donna che nel 1904 fu ricoverata – a soli vent’anni – in una clinica nei pressi di Zurigo in quanto gravemente malata di isteria. Probabilmente in quanto maltrattata dal padre.

Qui la accoglierà amorevolmente uno Jung alle prime armi, dedito a sperimentare per la prima volta i metodi di Freud.

Metodi diametralmente opposti rispetto a quelli coercitivi in voga all’epoca fatti di docce fredde e camicie di forza.

Il metodo freudiano – che sarà poi alla base di quello junghiano – si fonderà infatti sul dialogo franco ed aperto fra paziente e medico e sulla libera associazione delle parole (mai come in questo film sono stati messi in evidenza, sul grande schermo, i rudimenti di tale metodo).

Sarà proprio la fiducia della Spielrein nei confronti di Jung a garantirle la piena guarigione. Una guarigione – raffigurata – nel film di Faenza, dalla bellissima scena della Spielrein (interpretata da una magistrale Emilia Fox) che canta e suona “Tumbalalaika”, canzone d’amore russa della tradizione ebraica, accompagnata dai sorrisi e dagli applausi di tutti i malati psichici della clinica. E da uno Jung che si farà coinvolgere nella danza, con l’evidente disapprovazione di tutti gli altri psichiatri, che già allora lo consideravano un tipo bizzarro.

Non ci può essere cura senza amore”, afferma Jung nel film stesso, che ricorda una delle sue celebri massime: “Dove l’amore impera, non c’è desiderio di potere, e dove il potere predomina, manca l’amore. L’uno è l’ombra dell’altro”.

Sarà così che, dopo la guarigione, Jung continuerà a frequentare la donna, incoraggiata da lui stesso ad intraprendere studi in medicina. E sarà così che i due si innamoreranno perdutamente l’uno dell’altra in un’unione perfetta e simbiotica, erotica e passionale.

Jung donerà alla Spielrein, dunque, una pietra, rammentandole che gli uomini primitivi erano soliti credere che l’anima umana fosse contenuta in essa. Egli l’aveva così allegoricamente resa “custode della sua anima”. 

Carl Gustav Jung è purtuttavia sempre un uomo sposato e si vedrà costretto ad interrompere bruscamente il rapporto con la Spielrein, che nel frattempo si laureerà e sposerà successivamente il medico russo Pavel Scheftel che le darà due bambine.

E’ così che la Spielrein tornerà nella sua Russia, a Mosca, ove fonderà un asilo per bambini: l’Asilo Bianco.

Jung, comunque, non la dimenticherà al punto che continuerà a sognarla e saranno proprio i suoi sogni premonitori (ricordiamo che lui stesso si occuperà in diverse occasioni della sua vita di questo particolare fenomeno della psiche, così come dei cosiddetti “fenomeni occulti” di cui si era già occupato nella sua tesi di laurea) a segnalargli i momenti di pericolo corsi dalla donna. Che saranno purtroppo molti.

Nell’Asilo Bianco la Spielrein avrà modo di sperimentare nuovi metodi educativi improntati allo sviluppo della creatività e della massima libertà dei bambini, insegnando loro anche primi rudimenti di educazione sessuale.

E’ davvero commovente la scena in cui la Spielrein riesce a far sorridere un bambino chiuso in sé stesso e profondamente triste, distraendolo con un simpatico scimpanzè. Quel bambino è Ivan Ionov, tutt’ora vivente ed ultra ottantenne che non dimenticherà mai quanto fatto dalla psicoterapeuta per lui.

 

A Mosca, Sabina, aderirà anche al nascente bolscevismo, ma dovrà presto ricredersi nel momento in cui la repressione stalinista le imporrà con la forza di chiudere l’Asilo e metterà all’indice i suoi metodi educativi, considerati contrari alla morale comunista.

E’ così che, morto il marito nelle cosiddette “purghe staliniane”, la donna tornerà nella sua natia Rostov per tentare di fondare un asilo clandestino, ma i nazisti che stavano avanzando in Unione Sovietica la prenderanno e la trucidetanno assieme alle figlie ed a centinaia di altri ebrei in una sinagoga.

 Tratto da RadioCivetta

 MANIFESTO DELLA DONNA FUTURISTA

 scritto dalla mitica Valentine de Saint-Point agli inizi del ’900.

È assurdo dividere l’umanità in donne e uomini. Essa è composta solo di femminilità e di mascolinità. Ogni superuomo, ogni eroe, per quanto epico, ogni genio, per quanto potente, è prodigiosa espressione della sua razza e della sua epoca solo perché è composto a un tempo di elementi femminili e di elementi maschili, di femminilità e di mascolinità: ossia perché è un essere completo.

Un individuo esclusivamente virile non è che un bruto; un individuo esclusivamente femminile non è che una femmina.

Per le collettività, e per i diversi momenti della storia umana, vale ciò che vale per gli individui.

  

I periodi fecondi in cui, dal brodo di coltura in ebollizione, scaturiscono più eroi e più geni, sono periodi ricchi di mascolinità e femminilità.

[… … …]

 Ciò che più manca alle donne, come agli uomini, è la virilità. Ecco perché il futurismo, pur con tutte le sue esagerazioni, ha ragione.

 Per restituire una qualche virilità alle nostre razze infiacchite nella femminilità, bisogna educarle a una virilità spinta fino alla brutalità. Ma bisogna imporre a tutti, uomini e donne, ugualmente deboli, un nuovo dogma di energia, per giungere a un’era di superiore umanità.

Ogni donna deve possedere non solo virtù femminili, ma qualità virili, senza le quali non è una femmina. L’uomo che possiede solo la forza maschia, senza l’intuizione, è un bruto. Ma nella fase di femminilità in cui viviamo, soltanto l’eccesso contrario è salutare: è il bruto che va proposto a modello.

 

Basta le donne di cui i soldati devono temere “le braccia come fiori intrecciati sulle ginocchia la mattina della partenza”; basta con le donne-infermiere che prolungano all’infinito la debolezza e la vecchiezza, che addomesticano gli uomini per i loro piaceri personali o i loro bisogni materiali!… Basta con la donna piovra del focolare, i cui tentacoli dissanguano gli uomini e anemizzano i bambini; basta con le donne bestialmente innamorate, che svuotano il Desiderio fin della forza di rinnovarsi!

 Le donne sono le Erinni, le Amazzoni; le Semiramidi, le Giovanne d’Arco, le Jeanne Hachette; le Giuditte e le Calotte Corday; le Cleopatre e le Messaline; le guerriere che combattono con più ferocia dei maschi, le amanti che incitano, le distruttrici che, spezzando i più deboli, agevolano la selezione attraverso l’orgoglio e la disperazione, “la disperazione che dà al cuore tutto il suo rendimento”.

 Che le prossime guerre suscitino eroine come la magnifica Caterina Sforza, che durante l’assedio della sua città, vedendo dall’alto delle mura il nemico che minacciava la vita di suo figlio per costringerla ad arrendersi, mostrando eroicamente il proprio sesso gridò: “Uccidetelo, ho ancora lo stampo per farne altri!”.

 È vero, “il mondo è marcio di saggezza”, ma per istinto la donna non è saggia, non è pacifista, non è buona. Mancando totalmente di senso della misura, essa diviene fatalmente, durante i periodi sonnolenti dell’umanità, troppo saggia, troppo pacifista, troppo buona. Il suo intuito e la sua immaginazione sono allo stesso tempo la sua forza e la sua debolezza.

Essa incarna l’individualità della folla: fa da corteo agli eroi, o, in mancanza di meglio, sprona gli imbecilli.

 Secondo l’apostolo pungolatore dello spirito, la donna pungola la carne, immola o cura, fa scorrere il sangue o lo stagna, è guerriera o infermiera. È la stessa donna che, nella medesima epoca, a seconda delle idee prevalenti circa i fatti del giorno, si stende sui binari per impedire ai soldati di partire in guerra, oppure si getta al collo del campione vittorioso.

 

Ecco perché nessuna rivoluzione deve escluderla. Ecco perché, invece di disprezzarla, bisogna rivolgersi a lei. È lei la conquista più feconda che si possa fare, la più entusiasta, quella che, a sua volta, moltiplicherà gli adepti.

 Ma niente Femminismo. Il Femminismo è un errore politico. Il Femminismo è un errore cerebrale della donna, un errore che il suo istinto riconoscerà.

[… … …]

Da secoli si contrasta l’istinto della donna, se ne apprezzano solo il fascino e la tenerezza. L’uomo anemico, avaro del suo sangue, le chiede solo di fargli da infermiera. E lei si è lasciata domare. Ma gridatele una parola nuova, lanciatele un grido di guerra, e con gioia, cavalcando nuovamente il suo istinto, lei vi precederà sulla via di conquiste impensate.

Quando vi serviranno le armi, sarà lei ad affilarle.

 Tornerà ad aiutare la selezione. Infatti, pur tarda nel discernere il genio, che tende a confondere con la fama passeggera, lei ha sempre saputo ricompensare il più forte, il vincitore, colui che trionfa coi muscoli e col coraggio. Davanti a questa superiorità, che s’impone brutalmente, lei non può sbagliarsi.

 Che la donna ritrovi quella crudeltà e quella violenza che la portano ad accanirsi sui vinti, proprio perché sono dei vinti, fino a mutilarli. Smettiamo di predicarle la giustizia spirituale, verso cui si è sforzato invano. Donne, tornate ad essere sublimi e ingiuste, come tutte le forze della natura! Sciolte da ogni controllo, con il vostro ritrovato istinto, voi riprenderete posto fra gli Elementi, opponendo la fatalità alla volontà cosciente dell’uomo. Siate la madre egoista e feroce, che sorveglia gelosamente i suoi piccoli, e ha su di loro tutti i diritti e tutti i doveri, finché essi hanno fisicamente bisogno della sua protezione.

 Che l’uomo, svincolato dalla famiglia, viva la sua vita d’audacia e di conquista fin da quando ne ha la forza fisica, benché sia figlio e benché sia padre. L’uomo che semina non si ferma al primo solco da lui fecondato.

Nelle mie “Poesie d’orgoglio” e ne “La sete e i miraggi” io ho rinnegato la sentimentalità come spregevole debolezza, perché imbriglia le forze e le immobilizza.

La lussuria è una forza, perché distrugge i deboli ed eccita i forti a spendere le energie, e quindi a rinnovarle. Ogni popolo eroico è sensuale. La donna è per lui la più esaltante dei trofei.

La donna deve essere o madre, o amante. Le vere madri saranno sempre amanti mediocri, e le amanti, madri inadeguate per eccesso. Uguali di fronte alla vita, questi due tipi di donna si completano. La madre che accoglie un bimbo, con il passato fabbrica il futuro; l’amante dispensa il desiderio, che trascina verso il futuro.

 

Concludiamo:

La Donna che con le sue lacrime e con lo sfoggio dei sentimenti trattiene l’uomo ai suoi piedi è inferiore alla ragazza che, per vantarsene, spinge il suo uomo a mantenere, pistola in pugno, il suo arrogante dominio sui bassifondi della città; quest’ultima, per lo meno, coltiva un’energia che potrà anche servire a cause migliori.

 

Donne, troppo a lungo sviate dai moralismi e dai pregiudizi, ritornate al vostro sublime istinto, alla violenza, alla crudeltà. Per la fatale decima del sangue, mentre gli uomini si battono nelle guerre e nelle lotte, fate figli, e di essi, in eroico sacrificio, date al Destino la parte che gli spetta. Non allevateli per voi, cioè per sminuirli, ma nella più vasta libertà, perché il loro rigoglio sia completo.

 

Invece di ridurre l’uomo alla schiavitù degli squallidi bisogni sentimentali, spingete i vostri figli e i vostri uomini a superare sé stessi.

Voi li avete fatti. Voi potete tutto su di loro.

All’umanità dovete degli eroi. Dateglieli.

 (Valentine de Saint-Point, Parigi, 25 marzo 1912. 19, Avenue de Tourville).

 

Ecco un richiamo alle donne, un invito ad affermare la loro autonomia e indipendenza, da parte di Dacia Maraini

Donne mie che siete pigre, angosciate, impaurite,

 

sappiate che se volete diventare persone

e non oggetti, dovete fare subito una guerra

dolorosa e gioiosa, non contro gli uomini, ma

contro voi stesse che vi cavate gli occhi

con le dita per non vedere le ingiustizie

che vi fanno. Una guerra grandiosa contro chi

vi considera delle nemiche, delle rivali,

degli oggetti altrui; contro chi vi ingiuria

tutti i giorni senza neanche saperlo,

contro chi vi tradisce senza volerlo,

contro l’idolo donna che vi guarda seducente

da una cornice di rose sfatte ogni mattina

e vi fa mutilate e perse prima ancora di nascere,

scintillanti di collane, ma prive di braccia,

di gambe, di bocca, di cuore, possedendo per bagaglio

solo un’ amore teso, lungo, abbacinato e doveroso

(il dovere di amare ti fa odiare l’amore, lo so)

un’ amore senza scelte, istintivo e brutale.

Da questo amore appiccicoso e celeste dobbiamo uscire

donne mie, stringendoci fra noi per solidarietà

di intenti, libere infine di essere noi

intere, forti, sicure, donne senza paura”.

 

(Dacia Maraini (1936-), Itinerari, p.180-183; Marianna Ucria)

 

Donne mie di Fernanda Romagnoli 

 Il segno di un presenza femminile forte e amante della vita, nelle parole di Fernanda Romagnoli:

 Stigmata

 

Qui dunque fui bambina. Alla marina

crescevo accanto: l’anima digiuna

d’ogni perché – famelica altrettanto.

Gigli ad oriente, la riva era una spada.

Stupendo sacrilegio imporvi un segno

– l’arco del piede – premere col viso

La freschezza deposta dalla luna.

Il mare straripava nel sereno

a livello dei cigli. Ah, la bellezza

che pativo, non mia, che mia stringevo

in quel primo singhiozzo di creatura

che s’arrende all’immenso – era già il pegno,

la stigmata che in me sfolgora e dura.

 

Fernanda Romagnoli nacque a Roma nel 1916 e vi morì nel 1986. Il suo libro più importante, Il tredicesimo invitato, da cui è tratta questa lirica, fu scelto nel 1980 da Attilio Bertolucci per Garzanti e pubblicato con prefazione di Sereni, ma il risvolto editoriale, per volontà dell’autrice, non riportava alcuna notizia su di lei. Qualche critico giunse ad attribuire le poesie a Bertolucci che dichiarò che alcune avrebbe voluto averle scritte.

 

Un invito a desistere dalle guerre, nella poesia dedicata da Antonia Pozzi alle donne che “gridano coraggio”:

 

Le donne

 

In urlo di sirene

una squadriglia

fiammante spezza il cielo.

 

Rotte tra case affondano

le campane.

 

S’affacciano le donne

a tricolori abbracciate;

gridan coraggio

nel vento

i loro biondi capelli.

 

Poi,

occhi si chinano spenti.

 

Nella sera

guardan laggiù il primo morto

disteso sotto le stelle.

 

3 ottobre 1935 

Antonia Pozzi, Parole (Garzanti)

 

 

a “Naturale sconosciuto”

 

Per tutte le costole bastonate e rotte.

Per ogni animale sbalzato dal suo nido

e infranto nel suo meccanismo d’amore.

Per tutte le seti che non furono saziate

fino alle labbra spaccate alla caduta

e all’abbaglio. Per i miei fratelli

nelle tane. E le mie sorelle

nelle reti e nelle tele e nelle

sprigionate fiamme e nelle capanne

e rinchiuse e martoriate. Per le bambine

mie strappate. E le perle nel fondale

marino. Per l’inverno che mi piace

e l’urlo della ragazza

quel suo tentare la fuga invano.

Per tutto questo conoscere e amare

eccomi. Per tutto penetrare e accogliere

eccomi. Per ondeggiare col tutto

e forse cadere eccomi.

che ognuno dei semi inghiottiti

si farà in me fiore

fino al capogiro del frutto lo giuro.

 

Che qualunque dolore verrà

puntualmente cantato, e poi anche

quella leggerezza di certe

ore, di certe mani delicate, tutto sarà

guardato mirabilmente

ascoltata ogni onda di suono, penetrato

nelle sue venature ogni canto ogni pianto

lo giuro adesso che tutto è

impregnato di spazio siderale.

Anche in questa brutta città appare chiaro

sopra i rumorosissimi bar

lo spettro luminoso della gioia.

Questo lo giuro.

 

Mariangela Gualtieri 

 

Bestia di gioia” (Einaudi, 2010), ultima raccolta di Mariangela Gualtieri, delinea con una scrittura limpida e appassionata insieme una ricerca giocata – nel senso più alto del termine – non sulle ma con le parole. E’ tra il suono e la sua origine, il silenzio – lemma non a caso ricorrente come un fil rouge nel libro unitamente a “forza” e “potenza” – che s’inserisce il vettore mistico, vero protagonista dei testi (la trama misteriosa/che per certa sappiamo od, anche, ciò che viene splendido in dono). Si tratta tuttavia di una mistica saldamente radicata nel concreto, tra il nato fra le zampe e tutte le ragnatele, e che proprio per questo riesce a intrecciare senza soluzione di continuità un andirivieni stupito ma consapevole fra terra e cielo, in una natura talmente immanente da diventare chiave, e non solo simbolo, per l’oltre, per l’Essere ogni cosa. La stessa dimensione verticale di numerosi testi affollati di stelle e cieli e fuoco e nuvole e vento fluisce con l’acacia chiama l’ape che ricama/…/Nasce un cantare d’uccello/sconosciuto, un viavai d’alveare….

 

  Peperoni ripieni e pesci in faccia

  Un film di Lina Wertmüller. Con F. Murray Abraham, Sophia Loren, Angela Pagano, Elio Pandolfi, Carolina Rosi Drammatico, durata 105 min. –

 Peperoni ripieni e pesci in faccia

Pioveva quel giorno a Roma e c’era un gran vento, forse per questo a Sofia e a me è venuta voglia di una storia al sole e al mare, in un’atmosfera di quelle che non si raccontano più. Una storia che fosse anche di ritorni a casa”. Così Lina Wertmüller, entrata nella storia della celluloide per essere stata la prima donna a ricevere una candidatura all’Oscar per la miglior regia (con il film Pasqualino Settebellezze, del 1975), ricorda la genesi della sua ultima fatica, sceneggiata in collaborazione con il veterano Elvio Porta (Mi manda Picone) ed Umberto Marino (La fiamma sul ghiaccio), autore del soggetto, la quale, targata 2004, solo ora approda nelle sale cinematografiche italiane.

Sulle note di una canzone cantata da Sofia Loren, inizia la storia di una famiglia del Sud Italia che si raduna in occasione della festa di compleanno della anziana ma arzilla nonna Assunta, con il volto di Angela Pagano, completamente immersa nelle vicende del maresciallo Rocca e degli altri protagonisti delle fiction. Veniamo quindi a conoscenza di Maria, interpretata, appunto, dalla Loren, residente in una traballante casa sul mare e legata da molti anni a Jeffrey, cui concede anima e corpo il mai disprezzabile F. Murray Abraham, giornalista che, pur di starle vicino, ha rinunciato al suo lavoro per svolgere l’attività di pescatore. Ma, mentre i due attendono l’arrivo dei loro tre figli, ormai adulti ed ognuno con la propria famiglia, si percepisce un certo malumore nell’aria e, come se non bastasse, si rifà vivo anche Sal, vecchio corteggiatore di Maria, nei cui panni troviamo Armando Pugliese. Gli equilibri familiari si ritroveranno allora completamente scombinati, in quanto anche i ragazzi giungeranno afflitti da non pochi problemi, finendo per favorire ulteriormente una giornata stracolma di liti, scenate, visite, fughe e scoperte, nel corso della quale l’amore si manifesterà, come il titolo suggerisce, anche attraverso peperoni ripieni e pesci in faccia.

Lina Wertmuller a soli 17 anni decide di seguire la sua passione iscrivendosi al corso di regia all’Accademia Teatrale romana diretta da Pietro Scharoff. Per alcuni anni è animatrice e regista negli spettacoli di burattini di Maria Signorelli e, conseguito il diploma, entra nel mondo del teatro fcendo anche un lungo apprendistato nel mondo dello spettacolo musicale con Garinei e Giovannini. Lina si avvicina ben presto al mondo della radio e della televisione e nel 1959 è l’autrice della prima edizione del programma ‘Canzonissima’. Nei primi anni Sessanta, mentre si avvicina al cinema, dirige per il piccolo schermo l’adattamento del romanzo di Vamba ‘Il Giornalino di Gianburrasca’, che sceneggiato in più puntate segna l’approdo sul piccolo schermo di un nuovo genere, il musical-comedy. Nel 1963 debutta dietro la macchina da presa con “I basilischi”, film di cui firma anche soggetto e sceneggiatura e di cui doppia ben otto tra i personaggi secondari. Il suo film d’esordio è un’analisi profonda e disincantata dei giovani delle province meridionali italiane e conquista anche il pubblico estero aggiudicandosi la Vela d’Argento al Festival di Locarno del 1963 e altri riconoscimenti a Londra e a Taormina. Nel 1965 con “Questa volta parliamo di uomini”, si cimenta con il film ad episodi e dirige Nino Manfredi. Sempre negli anni Sessanta, seguendo una moda di quegli anni, firma con lo pseudonimo di George H. Brown, due commedie musicali: ”Rita la zanzara” (1966) e ”Non stuzzicate la zanzara”(1967). In questi film, in cui Lina riesce a convolgere nomi prestigiosi come Giulietta Masina, Turi Ferro e Paolo Panelli, trova spazio un esordiente, Giancarlo Giannini, la cui carriera rimarrà per anni legata alla sua. Nel 1968 la Wertmüller dirige anche un film western, “The Belle Starr Story”, con Elsa Martinelli. Dopo un periodo lontano dalla regia cinematografica, torna dietro la macchina da presa nel 1972 con “Mimì metallurgico ferito nell’onore”, affresco dell’Italia del sud e dei suoi miti visti con gli occhi di un giovane siciliano emigrato a Torino in cerca di fortuna. E’ la volta poi di “Film d’amore e d’anarchia ovvero: stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza” (1973), “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” (1974) e “Notte d’estate con profilo greco occhi a mandorla e odore di basilico” (1986), in cui il personaggio principale è interpretato da Michele Placido. Nel 1976 con ”Pasqualino Settebellezze” Lina raggiunge il successo internazionale e conquista il mercato americano ottenendo, prima regista donna, quattro nomination agli Oscar come migliore regia, miglior film straniero, migliore sceneggiatura e migliore attore protagonista. Nel 1987 debutta anche nella regia di un’opera lirica al San Carlo di Napoli dove mette in scena la ’Carmen’ di Bizet con cui va in tournée anche allo Stat Opera di Monaco. Nel 1990 realizza per Canale 5 la miniserie riscritta insieme a Raffaele La Capria, ‘Sabato, domenica e lunedì’, interpretato da Luca De Filippo, Luciano De Crescenzo e Sophia Loren, tratta dall’omonima commedia di Eduardo. Nel 1992 è la volta di “Io speriamo che me la cavo”, con Paolo Villaggio e nel 1996 di “Ninfa plebea”, tratto dal romanzo omonimo di Domenico Rea e di ”Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica”, in cui rivisita il conflitto di classe in chiave contemporanea. Nel 2000 torna ancora alla televisione girando a Procida ‘Francesca e Nunziata’, con Giancarlo Giannini e Sophia Loren. Nel 2001 le è stato conferito il premio alla carriera al Trani Film Festival. Ultimamente ha realizzato la pellicola ”Peperoni ripieni e pesci in faccia” (2004) con Sophia Loren eMurray Abraham.

  

fragmenta di Maria Allo

 

sciabole di silenzio affiorano

in una tazzina di caffè

umori affinità crepitìo di ore

in attesa di un’alba

stilemi pulsioni valori

respiri naufragi in perdizione

 

*

un domani incerto

serra questa notte

 

*

una pena spalancata nel vento

raccoglie la sua irriducibile distanza

un delirio un grido si  raggruma

nelle maree del bene e del male

tempestate di viola

l’acqua borbotta parole e parole

groviglio di rovi microliti

nebbia densa assenza del domani

un precipizio di cadute

ci vieta respirare

ma nella pioggia stasera

anni dispersi in un boato

su arenile bianco che tende la mano

 

*

ha braccia lunghe e corpo pieno

sprofonda nei fondali si inerpica non tace

brucia di un destino nelle retrovie

è marea che investe

con tonfi sibili rumori

una trincea di dolori già vissuti

la vita in versi

una strana gioia anche nel dolore

non si vede il mare

 

*

fiordi di trasparenze come un castigo

madri disfiorano recinti di catene

nel buio   di mestizia

sfere lambiscono

deserti inusitati corbezzoli in lamiere

madri in catene su rigori di blasfemie

luci stampano

se fossero di carta brucerebbero

nel forame che annienta  follie

mantide tra foglie  al vento

la più alta delle solitudini al margine

di memoria

emersa da un confine di cielo

non più lo stesso

una brina  di silenzi e chiaroscuri

riveste le tempie di deserto

le narici di domani

risuonano in corsa nella notte

 

*

la luna inciampa in un cespuglio

 

*

non si vede il mare

offeso lancia strali

tra i poli del tempo

nella memoria lottano

mattini d’estate

pampini nidi di verbena

mani di conchiglia

dentro una voce una lingua

in lieve tremito

su battito di ciglia

 

*

un vento stridendo

veglia odore di incenso

germina con ferocia

dilaga infuria ripiega in labirinti

raccordi di un autunno

nel candore

tra veglie di silenzio

questo mare

la verità una trappola

di macerie e polvere

nei deserti

 

*

 

oltre il silenzio con due volti

voragine e sole

marchio di deportazione

nei gironi dove si perde terra

fauci su parole a mozziconi

da inchiodare

 

*

la verità nel buio

del fogliame

non è qui il senso

 

*

gradino per gradino

unica superstite

la pagina traccia

in punta di piedi

sul filo di  neve

avventura viaggio

scoperta cattura

un centro di infinità

alpha e omega

 

*

porgo orecchio

a un mosaico

tutto da comporre

 

*

un greto di fughe

si dipana fuoco arde

su ombra di luna

dissacra ironie

in orizzonte senza prospettive

 

*

i sogni diventano

poltiglia nel mormorio (umido)

del vento

brandelli di carni

silenziano palpebre infuse

di pietà

lungo sponde

di guinzagli gela una  rinascita

di solitudine più alta

col silenzio pieno

della notte

e la  notte senza fine

nudità di parole

brucia tutte le faville

il mondo

svende  Cristo in agonia

 

*

porgo orecchio

a un mosaico

tutto da comporre

 

*

un granello

me stessa dentro

quel distacco un dono

me stessa

in un attimo

per ogni creatura

 

*

altra memoria ritrovata

controvento

terra bagnata pareti vuote

luoghi di dissenso

su versi di bellezza e arcobaleni

attendi una vita

segnata da qualche parte

un destino  di nuvole

un puzzle di fermate

sgomento di piede

che non regge la caduta

 

*

dove starà l’amore…

 

*

pioggia di anestesia

stralci di sogni arresi

rimani in quello che è tuo

 

*

attraversi il mondo

con il cuore in gola

finchè vivrai

finchè camminerai

ma con le parole

ne farai memoria

donna

 

*

non esiste verità

apre le sue chiuse

apre le sue rovine

di integrità

 

in un momento

ascolto il rumore del tuo sangue

che stilla oltre l’orizzonte

sogni ombre voli

 

nei tuoi occhi

svanisco  nel gelo

vuoto cigola

sui cardini del Nulla

la verità una trappola

di macerie e polvere

nei deserti

 

*

per tutto quel bianco

rubato alle nubi

sai quante volte

modulo il respiro

 

*

 

vedi -si fa pietra

su declivi di orizzonti

in attesa di un silenzio

che disgeli il viola

delle carni

 

*

per tutto quel bianco

a misura di armonia

assiepato tra una parola

e l’altra

 

*

sai quante volte

sprofondo

in anfratti di scoglio

senza riparo

eppure ali ferme

mi sfiorano le mani

 

per tutto quel candore

tenace dentro un sogno

nei lineamenti

con vertice sul buio

mi disconnetto

 

*

da secoli brucio

dentro viscere millenarie

di mistero

 

*

per quel candore

come mare sconfino

su grovigli di onde

– incaute implodono-

in attesa di una luce

che perduri

 

*

per tutto quel bianco

mi strapperei confusa nel respiro

la presenza

di un’assenza senza fine

 

*

per tutto quel bianco

basta il silenzio

nel tuo nome

 

*

c’è un silenzio antico nelle cose

sui crinali dei colli

nei limoneti

in fondo alle valli

intrecciate di ortiche

grovigli di rami disseminati

erbe aromatiche

finocchi selvatici

menta e rucola

c’è un silenzio antico nelle cose

aspetta da sempre

sorregge radici di ulivi

nidifica nel forno sconnesso

tendo l’orecchio

a inseguire voci

che invadono segni

consonanze di parole lievi

librate nelle crepe

dei muri sconnessi

tra ciottoli e spini

dietro ogni siepe

c’è un silenzio antico nelle cose

estenuato da parole di sempre

in ogni angolo

della vecchia casa

nella speranza che tende la mano

inseguo tenacemente l’azzurro

con occhi spalancati

ma respirare cieli è un’altra cosa

e c’è un silenzio dentro le parole

che rimbalza distrattamente

mai al tempo giusto

muto nel dolore

un silenzio non ancora sfiorato

da venti lievi

come le mie ciglia

c’è un silenzio che nessuna parola

può penetrare senza fiatare

con mille nodi i suoni

ne infittiscono gli echi

segnati da erba calpestata

e rami che annaspano

al fruscio dei pioppi ansimanti

ma poi senti l’acqua del torrente

borbottare prima piano

poi sempre più incessante

parole e parole

c’è silenzio nel nido

di quei passerotti implumi

c’è silenzio nel buio

 

che trasmigra certezze

nel rumore incessante dei dubbi

nelle pagine bianche

nei luoghi di frontiera

in questo tempo che se ne va

c’è  silenzio anche nel fuoco

che divampa e zampilla

empiti di poesia

arde seguendo tracce

di odori suoni e colori

ma quante parole non dette

nel silenzio di tante parole

 

Maria Allo