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Il giorno (22 aprile) in cui è divampato lo scontro, Renato Schifani era già pronto. Aveva chiamato Il Corriere della Sera e si era fatto mettere a disposizione l’intera pag. 5  . Pura immaginazione, naturalmente. Ma che cos’altro deve penare un lettore? Che cosa vuol dire un’intera pagina, lo stesso giorno dell’incontro/scontro Fini-Berlusconi, in modo da provare a svuotare e svilire gli argomenti di Fini prima ancora che parli? Vuol dire una pesante iniziativa politica, destinata a far circolare il timor di Dio fra i partecipanti all’assemblea Pdl.


Schifani a pagina 5…


di Furio Colombo


Mentre tutti i riflettori sono puntati sulla decisione di Fini, che non sembra più negoziabile, sulla rabbia di Berlusconi, che non sembra più controllabile, sulla platea spaesata della direzione del Pdl, che per la prima volta vede la faccia della politica, vede qualche lampo di ciò che, altrove, è la democrazia, con il suo assenso e dissenso che non è mai silenzio, e non è mai ovazione da predellino, mentre tutto ciò viene seguito e analizzato con il dovuto interesse, propongo di spostare l’inquadratura su Schifani. Il giorno (22 aprile) in cui è divampato lo scontro, Renato Schifani era già pronto. Aveva chiamato Il Corriere della Sera e si era fatto mettere a disposizione l’intera pag. 5  . Pura immaginazione, naturalmente. Ma che cos’altro deve penare un lettore? Che cosa vuol dire un’intera pagina, lo stesso giorno dell’incontro/scontro Fini-Berlusconi, in modo da provare a svuotare e svilire gli argomenti di Fini prima ancora che parli? Vuol dire una pesante iniziativa politica, destinata a far circolare il timor di Dio fra i partecipanti all’assemblea Pdl. Vuol dire far sapere a quella folla, già abbastanza ostile a Fini, che è bene non provocare l’ira di Berlusconi. Ha detto: attenzione, l’alternativa è semplice e democratica. O siete con Berlusconi, o siete fuori.

Posso testimoniare che negli Stati Uniti si fa. Durante il drammatico braccio di ferro tra il presidente Obama e le compagnie di assicurazioni che non vogliono cedere il diritto di far morire senza cure chi non ha l’assicurazione (al costo, viva il mercato, deciso dalle assicurazioni) quasi ogni giorno vi erano pagine intere nei grandi quotidiani americani contro il presidente degli Stati Uniti, socialista, comunista e islamico. Erano pagine a pagamento. A seconda dei giorni, a seconda della pagina, erano legittimi interventi politici al costo di 80 mila/ 100 mila dollari. E mai firmati da un giornalista del New York Times o del Washington Post. Sarebbe considerato unethical (non morale) perché disorienta il lettore. Resterebbe senza risposta la domanda: ma il giornalista, e dunque il giornale, prendono parte, sono d’accordo? Quando una pagina politica è a pagamento, nei giornali del mondo, in alto o in basso, magari in piccolo, c’è sempre scritto “pubblicità”. Mancava quella indicazione, il 22 aprile, nella pagina che il Corriere della Sera ha dedicato al pensiero politico di Renato Schifani, seconda carica dello Stato, noto per non aver mai detto una parola di sostegno alla prima carica dello Stato, in nessun momento dei frequenti e burrascosi scontri del primo ministro con il presidente della Repubblica. C’era però, dico con stupore,la firma di un giornalista tra i più importanti del Corriere della Sera e del giornalismo italiano, Francesco Verderami. C’era in una pagina in cui Schifani parlava da solo alla nazione, protagonista di una azzardata avventura che si può descrivere così: il titolare di un’alta istituzione dello Stato (il presidente del Senato), in occasione di un’imminente assemblea di partito, attacca l’altra carica istituzionale (il presidente della Camera dei deputati), ma lo fa fingendo di rimproverarlo, lui, istituzione, di fare politica. Come lo fa, senza che nessuno lo fermi e gli faccia notare il trucco un po’ basso? Semplice.

Il presidente del Senato, utilizzando l’intera argomentazione politica dell’ala Berlusconiana del suo partito, intima al presidente della Camera di dimettersi se “fa politica”, ovvero se esprime delle idee che non coincidono con quelle di Berlusconi e dello stesso Schifani. In altre parole, Renato Schifani usa il peso della sua carica di presidente del Senato in uno spazio grande, gratuito e privo di obiezioni o correzioni o di qualunque forma di rappresentazione delle tante voci dell’opinione pubblica, per avvisare in anticipo il presidente della Camera che, se vuole parlare di politica e se intende farlo con idee proprie, deve dimettersi. Berlusconi lo dirà poco dopo, con rabbia e con la dovuta violenza, riservandosi di interrompere e gridare il suo furore in qualunque momento. Ma il presidente del Senato lo ha già fatto, mettendo in riga in anticipo la platea dell’assemblea Pdl con il concetto-chiave: qui le istituzioni della Repubblica si sottomettono e marciano nel senso e nella direzione stabiliti dal capo, punto e basta. Bel colpo, per Renato Schifani e per il suo capo, Berlusconi. Se volete verificare, andate a rivedere la piena pagina del Corriere dedicata gratuitamente a una delle parti della ormai celebre assemblea. Per esempio: l’elogio ripetuto per Bossi e per la grandezza e fedeltà della Lega. Per esempio, rivendicando “come di vera destra” i temi della sicurezza, dell’immigrazione, della famiglia, che hanno portato alla Lega i voti di An. Per esempio, “non è vero che la trazione della Lega sta spaccando l’Italia” e provocando la nascita di un partito del Sud (come potrebbero testimoniare e stanno cercando di fare il presidente della regione Sicilia Lombardo e il deputato scissionista Pdl Micciché). “Verrà un federalismo fiscale e avrà i nostri occhi”, sembra sul punto di dire il presidente del Senato nel suo gratuito pamphlet politico. Qui, almeno qui, a Schifani, siciliano , si poteva chiedere della liquidazione del Pdl in Sicilia, che in passato aveva vinto 61 seggi su 61. Il giornalista, pur con quel nome e quella reputazione ha firmato, come non ha mai fatto, un’intervista senza domande. Il giornale ha pubblicato. Fini doveva essere attaccato e isolato, con un attacco preventivo, a qualunque costo, violando anche le ultime regole di una desolata professione. Chi avrà dato l’ordine?

(Il Fatto Quotidiano del 25 Aprile 2010)

http://masaghepensu.splinder.com/post/22621576/Schifani++a+pagina+5…+%E2%80%89

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Il presidente del Senato e la sfida nel Pdl

Schifani: «Fini? Se fa politica deve lasciare la Camera»

«Per avere le mani libere entri nel governo. Il ruolo istituzionale impone dei limiti»

ROMA — «Con Gianfranco Fini mantengo un ottimo rapporto personale e istituzionale», ma non è da presidente del Senato che Renato Schifani si rivolge al presidente della Camera, è da dirigente del Pdl che confuta le tesi del collega di partito, lo mette in guardia dagli effetti che la sua iniziativa potrebbe provocare. «Perché confido ancora che non si apra la strada del correntismo nel Pdl, una deriva che più volte Fini criticò, parlando di “metastasi”. Appena un anno fa, al congresso di scioglimento di An, disse infatti che nel nuovo partito non ci sarebbe stata correntocrazia, e all’atto fondativo del Pdl ribadì il concetto. Ora purtroppo registro un’inversione di pensiero da parte sua. Tuttavia attendo, spero non accada. Altrimenti…». Ed è così che Schifani introduce un tema delicatissimo, lo fa ricordando che «nell’ultimo periodo Fini ha assunto posizioni e iniziative politiche. Sarà pure “cofondatore” del Pdl ma è anche presidente della Camera. E dinnanzi alla prospettiva di un sistema correntizio nel partito, non vedrei male l’ipotesi che lasciasse Montecitorio ed entrasse nel governo, per avere mani libere e libertà di azione politica rispetto ai limiti che il ruolo istituzionale impone ». Un nodo che – svestendo i panni di presidente del Senato – avrebbe affrontato oggi in direzione, alla quale però non parteciperà. Schifani nega si tratti di una provocazione ai limiti del conflitto tra cariche dello Stato, «non lo è, lungi da me l’idea. Peraltro Fini sta svolgendo il suo compito con autorevolezza e prestigio. È un ragionamento politico, il mio, svolto in chiave costruttiva e non polemica. Altri hanno fatto polemiche, e anche peggio».

Il presidente del Senato si riferisce alla minaccia dei finiani di far nascere nuovi gruppi parlamentari, «un’opzione da un lato insostenibile, alla luce del risultato elettorale che ha premiato il governo e la maggioranza, e dall’altro incompatibile con gli equilibri del centrodestra. Semmai si fosse realizzato un simile scenario, resto dell’idea che la conseguenza inevitabile sarebbe stata il ritorno alla urne, fatte salve le prerogative del capo dello Stato. Ora l’ipotesi è che si vada verso la nascita di una corrente, che a mio avviso farebbe subire un processo involutivo al Pdl. Perché se il correntismo, legato a schemi da Prima Repubblica, divenisse uno strumento per logorare l’azione di governo, ognuno poi dovrebbe assumersi le proprie responsabilità. Sia chiaro, considero positiva la richiesta di un maggior dibattito all’interno del partito. Ma mi auguro che tutto resti dentro un quadro unitario». A detta di Schifani è lo stesso auspicio di Silvio Berlusconi, «che è contrario al correntismo e non lo condividerà mai. Non appartiene alla sua storia politica, alla storia cioè di chi proviene da Forza Italia. So che dentro An era diverso, e comunque – come in ogni partito democratico – le regole sono chiare: le decisioni – tranne sui temi eticamente sensibili – vengono prese a maggioranza, e tutti devono poi adeguarsi.

Diversamente sarebbe un modo surrettizio di costituire gruppi autonomi senza dichiararlo. Ma gli effetti sarebbero gli stessi: chi lo facesse si porrebbe fuori dal Pdl e il voto anticipato tornerebbe ad essere a mio avviso ineluttabile». La direzione di oggi sarà un tornante per molti aspetti decisivo, «e sono certo che Berlusconi si aprirà al dialogo, l’ha sempre fatto. Vorrei ricordare che sulle candidature per le Regionali ha accettato soluzione diverse dalle sue proposte. Perciò penso che dipenda più da Fini l’esito del confronto, e mi auguro che da una fase acuta, da uno sfogo spontaneo, si ritorni alla politica e si trovino i giusti rimedi».

«Dipende da Fini», secondo Schifani, che non condivide l’analisi dell’ex leader di An. A iniziare dalla tesi secondo la quale Berlusconi l’avrebbe isolato. «Intanto è stato lui a scegliere il ruolo di presidente della Camera, che ingessa politicamente. Altrimenti non si sarebbe verificato questo isolamento, che poi è solo apparente. Quali sono stati gli strappi da parte del premier? Non c’è stata scelta priva dell’assenso di Fini: dai candidati alle Regionali, alle leggi sulla giustizia, al federalismo fiscale, ai provvedimenti finanziari. Sulle future riforme nessuno ha preso decisioni. Anch’io non ho condiviso l’iniziativa del ministro Roberto Calderoli di portare al Quirinale la bozza sul semi-presidenzialismo, ma ci sarà tempo perché Fini sieda al tavolo con Berlusconi e Umberto Bossi per arrivare a una sintesi condivisa anche in Parlamento. Preferibilmente non solo dalla maggioranza». Quanto all’accusa lanciata verso il premier di aver consentito che il Senatùr diventasse il «dominus» della coalizione, «è infondata»: «Se una trazione leghista c’è – dice Schifani – è figlia di un’azione politica e programmatica, frutto dell’azione di governo a Roma e soprattutto sul territorio. Non mi pare che la Lega faccia una politica delle poltrone: ha solo tre ministri su ventitrè. Vogliamo parlare del lavoro di Roberto Maroni al Viminale? Dei risultati ottenuti nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata e sull’immigrazione clandestina? Del lavoro di Calderoli, che – tranne lo scivolone sulla bozza di riforme – è stato abile a trovare un compromesso con l’opposizione sul federalismo fiscale? Della capacità di Bossi che – abbandonata l’idea della secessione – è stato capace di costruire una nuova classe dirigente giovane e preparata?».

Così parte un’altra pesante critica all’ex capo della destra, «che parla a nome della destra spendendo posizioni e valori che di destra non sono». Di più: «Penso che proprio le sue posizioni su sicurezza, immigrazione, famiglia, hanno determinato al Nord il passaggio di molti elettori di An verso la Lega. È più che lecito cambiare idea, ma occorre poi fare i conti con le conseguenze di questo cambiamento. Non so quanti dei finiani su questi temi siano d’accordo con Fini». Schifani non lo è, «come non sono d’accordo con la tesi che la trazione leghista stia spaccando il Paese e provocando danni al Sud. Di quale Sud parliamo? Perché io sono stanco di un meridionalismo piagnone, assistenziale e clientelare. La sfida federalista, lo dico da parlamentare del Sud, ci impone una svolta culturale. Il federalismo fiscale dev’essere solidale, e su questo siamo tutti d’accordo. Però basta con l’andazzo, per anni nel Mezzogiorno sono arrivati flussi ingenti di danaro, ma è mancata la qualità della spesa. Mi conforta comunque che stia crescendo una nuova classe dirigente che invertirà questa tendenza. C’è un deficit infrastrutturale, certo, infatti spero che il governo presenti presto un piano straordinario, lo deve fare. Ma è impensabile, per esempio, che ancora oggi si assista a quanto accade in Sicilia, dove la spesa della regione è superiore a quella della Lombardia, che ha quattro milioni di abitanti in più».

Erano i temi che Schifani si era appuntato per l’intervento, se oggi fosse andato in direzione. Con un’annotazione finale, «l’auspicio che prevalga il senso dell’unità, che sia tutelato il patrimonio storico del Pdl, nato in nome del bipolarismo. Mi auguro che Fini collabori a preservare tutto ciò, perché le scelte della politica sono irreversibili. Rammento quando nel 1996 disse no alla nascita del governo Maccanico pur di andare al voto, e il centrodestra senza la Lega venne sconfitto». Per il resto non crede alle dietrologie, all’ipotesi che Fini si muova per avviare la fase post-berlusconiana, «non ci credo. Anche perché da sedici anni se ne parla nel Palazzo, ma non sarà il Palazzo a decidere chi succederà a Berlusconi. Saranno gli elettori. Quando arriverà il momento».

Francesco Verderami
22 aprile 2010

http://www.corriere.it/politica/10_aprile_22/verderami_0243766a-4dce-11df-b72f-00144f02aabe.shtml