Sul Corriere della sera un’inquietante lettera a Beppe Severgnini…

Caro Beppe, leggo i vari post sui test Invalsi e la scuola, e penso che stiamo discutendo se fare o no la manicure a un malato terminale…

Un anno fa scrissi difendendo le scuole paritarie dell’infanzia, che colmano le voragini lasciate dallo Stato, e ora mi permetto una riflessione sulle altre paritarie. Bisognerebbe infatti chiedersi perché fior di famiglie atee e/o indifferenti, per nulla interessate al fatto che i figli possano dire il Padre Nostro alla mattina, li spediscano in massa alle scuole “dei preti”. Invece di accanirsi contro di esse lamentando gli incostituzionali “oneri per lo Stato”, penso che la scuola italiana dovrebbe trovare il coraggio di imitarle, anche solo in due aspetti. 1) Chiamata diretta del docente: dove fai pagare 3mila€ di retta, non puoi permetterti gente che dice che “la Mezzaluna fertile è diventata tale dopo un’imponente opera di bonifica”; o che urla ai quattro venti che fa questo lavoro “per i tre mesi di ferie estive, cosa credevi?”; o ancora che pianta in asso la propria classe dopo un anno per avvicinarsi a casa (anche quando è a 4 km: dove la vogliono la scuola, in soggiorno?). Gli studenti emigrerebbero in massa e la scuola fallirebbe (giustamente). 2) Equilibrio tra diritti e responsabilità degli insegnanti, anche per rispetto degli studenti (concetto del tutto alieno): conosciamo molto bene la beffa dei contratti firmati oggi e del certificato di malattia o di maternità presentato domani; o delle assemblee sindacali sempre in orario scolastico (ma in che modo farle extraorario lederebbe i diritti degli insegnanti?). Si sa che il mantra dei diritti lo recita sempre chi è già ultragarantito, e così a lavorare restano i precari (mentre degli studenti che cambiano cinque insegnanti in un anno non si preoccupa nessuno). Insomma, finché la scuola sarà solo uno stipendificio con posti garantiti a vita e nessuna richiesta di valutazione (degli insegnanti prima che degli studenti!), le scuole dei preti saranno sempre piene e continueranno a battere cassa; così come resisterà il paradosso per cui nelle scuole religiose si ha la certezza scientifica di avere insegnanti all’altezza, mentre in quelle statali bisogna pregare Dio che i propri figli abbiano buoni professori. P.S. Una cosa non ho mai capito: perché gli ottimi insegnanti che popolano la scuola statale accettino di essere equiparati a quelli che tirano a campare in attesa dell’estate.

Sara Gamba,