La nostra Marcella Raiola commenta l’abuso di potere dei dirigenti…

“Ideologia” è diventata una parola esecranda e oscena, da qualche tempo. Quando qualcuno, oggi, rileva, spesso gridando, che un ragionamento è “ideologico” intende offendere; intende dire che il ragionamento poggia su un complesso di valori o su un assetto socio-economico e istituzionale che, in quanto ancorato a una visione complessiva e lungimirante del vivere comunitario, è scaduto, fuori moda, storicamente fallito, ovvero troppo complicato e delicato, nelle sue implicazioni e variabili, perché si possa sperare di vederlo operante, sicché chi si ostina a difenderlo è un maledetto dinosauro che inceppa il meccanismo del progresso.
Il pensiero presuntamente “deideologizzato”, che è poi alla base del neoliberismo, in realtà propugna l’utile economico come unica ideologia, un’ideologia del pragmatismo malinteso e del machiavellismo deteriore, che pretende si mettano assieme, allo scopo di raggiungere l’obiettivo “concreto” dell’incremento del guadagno o quello, complementare, del risparmio, fascisti e comunisti, atei e integralisti, maschilisti e femministi, aguzzini e vittime.
“Modernità” e “innovazione” starebbero, dunque, nel postulare accordi “mirati”, senza andar troppo per il sottile, tra categorie, persone e storie diversissime o addirittura divergenti, allo scopo di arrivare a riempire un po’ di più il portafoglio, di sopravvivere ad una congiuntura sfavorevole del Mercato, di difendere un interesse piccino di corporazione, di escludere altri da un beneficio o da un privilegio.

Il problema è che ogni ideologia include pure un atteggiamento verso il guadagno e i diritti, verso il privilegio e il “progresso”, sicché chi continua a professarne una per cui il guadagno non è il fine supremo e per cui il progresso non si identifica con l’incremento del guadagno, a costo della perdita di diritti fondamentali, viene sprezzantemente bollato come “ideologico” in quanto si rifiuta di rigettare un’ideologia non compatibile con quella dominante, non disposta, cioè, a deporre i propri assiomi allo scopo di ottenere quel vantaggio “concreto” che è il movente dell’agire dei falsi deideologizzati.

Per controllare, ridimensionare, mortificare e, infine, sopprimere queste ideologie renitenti alle larghe intese funzionali, è stata fatta un’operazione semplice: la “prosopografia” delle idee.
In parole povere, le idee (quelle convergenti nella sola “ideologia” valida) sono state calate in un “testimonial” di grido. Ed è accaduto, ovviamente, quel che accade con le pubblicità: il prodotto (l’idea)  ha finito con il diventare del tutto secondario rispetto al testimonial.
Da Berlusconi a Grillo a Renzi a Papa Francesco, tutti i “prodotti ideologici” sono stati “somatizzati” e quindi obliati, dimenticati, sterilizzati nelle loro alternative possibili, confusi con la personalità, il corpo, la voce, il sorriso, la camminata, la giacca, le battute e il cellulare degli “attori”.

Trovato il modo di neutralizzare la pluralità delle idee dentro il pluralismo delle ideologie, si è proceduto con la stessa tecnica anche per la Scuola. Nessuno parla di contenuti e programmi; le riforme pretendono solo di cambiare, plasmare, adattare, addestrare, punire, premiare il docente, la persona fisica del docente; vogliono rinnovargli la maschera, dipinta come brutta, vecchia e tendente al fancazzismo, e renderla bella, scattante, informata sulle ultime star sfornate dalla De Filippi, sempre giovane, telematizzata, duttile, versatile, pronta a tutto e al contrario di tutto, proprio come l’attore di una soap.
Ma i docenti sono tanti; la Scuola può essere paragonata, tutta intera, a un pericoloso semenzaio di quelle ideologie che non collimano con la sola necessaria al sistema, sicché occorre anche alla Scuola il testimonial di riferimento da “imitare”, emulare, da guardare con reverenza e cui attestare “fedeltà”: ed ecco la necessità del preside-padrone.

Ho incontrato vari presidi-testimonial nella mia carriera. Molti di loro erano quasi del tutto assenti; pochissimi equilibrati e disposti all’ascolto; moltissimi, invece, dispotici e cattolici integralisti. In uno dei licei in cui ho lavorato pochi anni fa, diretto da una bizzoca che aveva piazzato sugli armadietti dei registri immagini di madonne addolorate che additavano il proprio cuore sanguinante e, sulla fotocopiatrice della segreteria, invece, un poster gigante di Ratzinger benedicente, “osai” affiggere nella bacheca degli avvisi un invito alle alunne e agli alunni per una manifestazione che si sarebbe svolta l’8 marzo, contro la violenza e per l’autodeterminazione delle donne.
Un collega mi avvertì che aveva “dovuto” riportare alla presidenza la mia “attività sovversiva”, perché altrimenti (lui ne era certo!) lo avrebbero fatto i malevoli alunni, della cui presunta malvagità io, ingenua, non avevo tenuto conto… Una delazione in piena regola, insomma… Mi recai dalla vicepreside, più integralista della preside, manco a dirlo, divenuta, oggi, a quanto ne so, a sua volta dirigente, alla quale spiegai che la manifestazione si sarebbe svolta di pomeriggio e che era stata organizzata dall’UDI, l’Unione Donne Italiane, nata insieme alla nostra Costituzione, che non ha avuto solo “padri”, ma anche molte madri, e a pieno titolo, visto che più di 5000 furono le partigiane torturate e uccise dai tedeschi. La vice mi rispose, con viso atteggiato a severo disgusto, che col mio volantino io “plagiavo” gli alunni e che la cosa era molto scorretta.
Di solito non ho presenza di spirito. Le parole “giuste” mi vengono sempre dopo, sempre in differita; quella volta, però, riuscii a reagire e le chiesi perché non fosse considerato “plagiario” pure il Ratzinger benedicente della segreteria… Mi toccò le spalle con le mani, un attimo, come a rimarcare la mia dabbenaggine e mi disse, con un sorriso estatico: “LUI SE LO PUO’ PERMETTERE”!
Rimasi basita… Dunque il problema non era il “delitto”, ma la qualità della persona che se ne macchiava! Purché se ne avesse il potere, si poteva fare qualunque canagliata! Il valore di un’idea, buona o malsana, non risiedeva nella sua intrinseca natura e nella formulazione dei suoi termini, ma nell’autorità e nella caratura della persona che se ne faceva testimonial. Così tutto è più semplice! Non bisogna stare a chiedersi cosa è giusto e cosa no: Ratzinger è il papa, ergo TUTTO quel che dice è buono, è valido, è giusto, inconfutabile. Per traslato, tutto quel che il Preside-Capo vietasse o ordinasse, nella nuova scuola renziana dovrebbe semplicemente essere considerato buono, valido, giusto, inconfutabile per il fatto che viene dal Preside-Capo.
In un altro istituto, un altro preside mi umiliò terribilmente, ordinandomi di sedermi e di tacere allorquando, in un collegio, sostenni che la messa del precetto pasquale e il “momento liturgico” che il prof. di religione assicurava essere una sentita esigenza dei ragazzi non erano compatibili con la laicità della Scuola statale… “La Scuola è laica e cattolica, laica e cattolica!“, tuonò, come un pazzo, il preside, lo stesso che, l’anno prima, sempre contestato dalla sola sottoscritta,  aveva lasciato entrare nell’istituto ambigui individui, a scegliersi le nuove giovani “star” dei programmi-spazzatura della De Filippi… Un’espressione, la sua, che faceva a cazzotti col principio di non contraddizione, ma assai significativa perché indicativa del processo che il ministero vuole portare a compimento: concentrare nelle mani di un “capo” onnipotente le sorti dei docenti e della Scuola, impedendo qualsivoglia dialettica, e radicare nel sentire della gente l’idea che chi ha il comando non può essere contraddetto, manco se dice che 2+2 fa 5.
Ecco… Io non oso immaginare cosa accadrebbe nel momento in cui certi individui (e non sono pochi!) dovessero essere autorizzati a licenziare, punire, premiare o marginalizzare gli insegnanti… E’ chiaro che gli spiriti liberi finiranno con l’abbandonare la Scuola o, se sono vicini alla pensione, con il distaccarsi sempre più dalle buone pratiche dell’insegnamento coinvolgente ed empatico, il che aprirà la strada ad un livellamento penoso delle menti. Occorre spezzare il cerchio del semplicismo balordo, dell’efficientismo grottesco, dell’innovazione “purché e quale che sia”, del merito e delle medagline. Questo non è il momento di essere attendisti o possibilisti rispetto a certe proposte; è il momento di rigettare fermamente il piano Reggi-Giannini (che è intimamente legato alle idealità di Comunione e Liberazione, non dimentichiamolo!) e di denunciare, prefigurandole, le malsane relazioni che esso pretende di instaurare nella Scuola, per poter poi “naturalizzare” nella società il principio autocratico ad esse sotteso. Abbiamo un compito grave e nobile: resistere. Se loro vogliono un paese in cui la Scuola abbia un padrone convinto di potersi permettere di spacciare per necessità il suo arbitrio, noi non possiamo assolutamente permetterci di lasciarglielo fare.