Un viso d’angelo, bello e troppo giovane per morire. E’ il volto di Guido, un seduttore spirituale, cultore di filosofia e inquieto bisessuale, che viene trovato morto in una camera d’albergo sul retro del Casinò più celebre di Torino. Chi l’ha ucciso e perché? Da qui prende le mosse l’opera prima (I giocatori invisibili, edizioni Giovane Holden, € 14) di Irene Giuffrida, docente di filosofia e giornalista, che costruisce abilmente un giallo poliziesco ibridandolo con il fascino del romanzo filosofico…

E la combinazione appare subito riuscita. L’intrecciarsi dei piani narrativi seduce il lector, che in questa fabula è avvinto come un ostaggio dalla prima all’ultima pagina: l’amore carnale ed emotivo tra il protagonista e un docente universitario si arricchisce del fascino di una sorta di ménage à trois con un pittore spregiudicato e dalla dubbia moralità, ossessionato dal dipinto L’estasi di Santa Teresa, che per lui è modello di elevazione orgasmica dello spirito.

Ma l’avventura del lector, che in tale romanzo, per dirla con Umberto Eco, è “sempre accanto, sempre addosso, sempre alle calcagna del testo”, è davvero ardita. Egli, infatti, si ritrova in un labirinto narrativo audace dove coesistono più narratori: Guido, il giocatore invisibile, che vive malinconicamente dall’esterno la propria vita, ha infatti lasciato un romanzo che il commissario preposto alle indagini, egli stesso un aspirante romanziere, inizia a leggere avidamente, alla ricerca di indizi per la sua indagine.

L’estasi dello spirito, il piacere del corpo, l’alea che percorre le vite umane senza pietà: pagina dopo pagina il commissario divora il romanzo di Guido e ricostruisce, si specchia, legge il suo stesso destino nelle vite dei personaggi reali e, nello stesso tempo, immaginati nella creazione artistica.

La scrittrice con grande abilità, tassello dopo tassello, crea così una sinfonia di emozioni e sussulti dell’animo, scandagliando, con una scrittura impietosamente chirurgica, il grande mistero dell’esistenza, la sofferenza psicologica degli uomini, poveri animali malati, sempre travagliati dall’insanabile dualismo tra corpo e anima, anima che nell’opera ha il magico nome di Morgana, la donna più amata dal protagonista, avidamente cercata per tutta la vita.

Solo l’Arte, sembra in conclusione volerci dire l’autrice, riscatta l’uomo dalla sua finitezza. Perchè l’Arte rivela ogni cosa, prima che accada. E si intreccia indissolubilmente, seppur tragicamente, a quell’Amor, di virgiliana memoria, qui omnia vincit. Un incontro può essere fatale come un colpo di pistola. E allora il lettore, ormai soddisfatto, capisce: l’amore è sempre immorale, scandalo del cuore e della mente. Per scoprire come basta solo arrivare all’ultima pagina di questo coinvolgente romanzo…

Silvana La Porta (dalla pagina culturale del quotidiano La Sicilia)