altAnita, Colomba, Giuseppa e le altre: le donne dimenticate del Risorgimento Quattordici ritratti femminili per un testo, scritto a più mani, che esce il 16 marzo per Il Mulino

 
Le autrici
Donne del Risorgimento (edito da Il Mulino) è un libro collettivo. Ogni capitolo, ogni ritratto ha la firma di una donna. Le autrici di questo volume sono un gruppo di scrittrici e giornaliste che fanno parte di Controparola, nata nel 1992 per iniziativa di Dacia Maraini. Ci sono Elena Doni, Claudia Galimberti, Maria Grosso, Lia Levi, Maria Serena Palieri, Loredana Rotondo, Francesca Sancin, Mirella Serri, Federica Tagliaventi, Simona Tagliaventi, Chiara Valentini e, appunto, Dacia Maraini (che ha dato vita a Controparola, iniziativa che, dal ’92, riunisce donne che scrivono).alt
 
Erano dietro le barricate e non le abbiamo «viste». Stavano davanti ai plotoni di esecuzione e ci siamo voltati dall’altra parte. Nei titoli di coda del Risorgimento ci sono solo nomi al maschile. Re, eroi e faccendieri. Facevano loro l’Italia. Qualche volta anche a pezzi. Tanto a rimetterli insieme ci pensavano le donne. Nel silenzio e con tenacia. Quelle che, per i libri di storia, erano la compagna, la spia, la cortigiana. Figure di contorno sempre al servizio di qualcuno. E poteva anche essere Garibaldi o Cavour. Mai protagoniste assolute. Come in una fiction in costume venuta male. Loro che più di tutti conoscevano (conoscono) il sopruso, l’ingiustizia, l’emarginazione. La violenza e la discriminazione. E prima degli altri si sono indignate e ribellate.
«Donne in cerca di guai», unite proprio dal non essere uomini. Aristocratiche e popolane, su al Nord e giù al Sud e persino di altri Paesi. Belle o poco avvenenti, eleganti o trasandate, tutte, inevitabilmente, intelligenti, caparbie e affamate di sapere. Anche quelle che non sapevano leggere. Cucivano coccarde, guidavano rivolte, incitavano i compagni. Senza di loro l’Italia sarebbe stata diversa. O forse non sarebbe stata proprio. Donne del Risorgimento (Il Mulino, pp. 258, € 24, in libreria dal 16 marzo) è un parziale risarcimento a quello che non è stato raccontato. Ci sono i ritratti di quattordici figure femminili. Le donne che dal Risorgimento hanno dato e preso: la consapevolezza di valere.
Si comincia con Colomba Antonietti, la figlia di un fornaio dell’Umbria. Finita dentro i giorni della Repubblica romana del 1849. Una donna non comune, ma chi lo era allora? Moglie di un combattente, Luigi Porzi, che non si risposò più dopo averla persa per un colpo dei francesi. Si va avanti con Anita Garibaldi. Fa la guerriglia ai pregiudizi e alle cattiverie. Tende imboscate ai benpensanti. Ascolta le ragioni del cuore. Muore, come morivano le eroine dell’Ottocento. Che non c’erano lacrime di commozione ma solo dispiacere, e forse rabbia, per non farcela a vedere quello che sarebbe stato. Ci sono donne con nomi che non finiscono mai per ragioni che non sono le stesse: Cristina Trivulzio di Belgiojoso o Giuseppa Bolognara Calcagno, Peppa la cannoniera. Una nobildonna milanese e la trovatella siciliana. I salotti dell’aristocrazia e le osterie mal frequentate. Cristina che combatte il suo piccolo mondo antico, Giuseppa che cresce, lavora, impara e dice «chi pecora si fa, il lupo se lo mangia». Serva, stalliera e poi per strada a combattere i Borboni. Con gli uomini, meglio di un uomo. La sua storia scovata, lucidata e raccontata da Dacia Maraini. Come quella di Enrichetta Di Lorenzo, la compagna di Carlo Pisacane. Colta e curiosa.
Le altre donne hanno suoni che vengono da lontano: Margaret Fuller, l’americana arrivata in Italia per vedere come si rivoltava un popolo. O Sara Levi Nathan, «la banchiera della rivoluzione». E Rosalie Montmasson, l’unica donna dei Mille di Garibaldi. L’Italia «espressione geografica» di Metternich per loro era solo una battuta venuta male.
«Svelta, intelligente, ardita e prudente insieme», cioè Antonietta De Pace. Una famiglia che l’aveva educata a pensare. E lei, ricca e fortunata, ma sensibile e attenta, alle condizioni dei contadini del Salentino. Aveva studiato diritto per difenderli meglio. Poi si era spesa per l’Italia. Una delle tante, delle troppe che neanche 150 anni sono bastati per ricordare.