Bastico: esami di Stato incostituzionali

Il ritorno alle commissioni tutte interne per gli esami di maturità sta suscitando molte polemiche: che senso ha, infatti, un esame in cui gli insegnanti finiscono per giudicare loro stessi e il loro operato, senza un confronto con valutatori esterni? Tanto varrebbe eliminare l’esame e affidare il voto di maturità allo scrutinio finale… Continua a leggere

Un esame a perdere: che cosa non è oggi la “maturità”

Maurizio Tiriticco, sus ScuolaOggi, commenta il ruolo dell’esame di maturità oggi…

 

 

Quando alla fine del secolo scorso riformammo gli esami di maturità, l’intento era molto chiaro…

 

In un Paese che stava cambiando e in un’Europa che non era più solo un mercato unico, ma un’Unione vera e propria – in quegli anni eravamo ancora 15 Paesi rispetto ai 28 di oggi – anche noi dovevamo cominciare assolutamente a cambiare, anche in termini di istruzione. I nostri titoli di studio dovevano essere concorrenziali con quelli dei partner europei e in Europa già da allora – ricordiamolo – si cominciava a parlare di competenze e ad operare di conseguenza. Ma la legge 119 del lontano 1969 prevedeva che “l’esame di maturità ha come fine la valutazione globale della personalità del candidato” (art. 5) e che “a conclusione dell’esame di maturità viene formulato, per ciascun candidato, un motivato giudizio, sulla base delle risultanze tratte dall’esito dell’esame, dal curriculum degli studi e da ogni altro elemento posto a disposizione della commissione” (art. 8). Ma già da allora la ricerca educativa e quella docimologica sostenevano che la valutazione complessiva della personalità di un qualsiasi soggetto è impresa ardua, perché mancano indicatori di riferimento chiari e definiti.

Occorreva, pertanto, un vero e proprio giro di boa e dichiarare chiaramente, alla fine di un esame così impegnativo quale quello conclusivo di un percorso di studi superiori, che cosa un giovane conosce e che cosa, soprattutto, sa fare.

Fu così che, dopo un lungo dibattito, varammo un nuovo esame di Stato, che non fosse più centrato su una sempre discutibile e vaga maturità, ma sulle concrete conoscenze acquisite dal candidato, soprattutto in chiave pluridisciplinare, e sulla loro altrettanto concreta utilizzazione, in termini di competenze. A sostegno del “saper fare”, introducemmo anche i crediti, quel corredo di attività significative che, meglio di un generico curriculum, possono dare testimonianza delle vocazioni e delle effettive capacità operative del candidato. Indicammo strumenti di misurazione e di valutazione nuovi, sostituendo i punteggi ai voti. Introducemmo una nuova prima prova scritta, “intesa ad accertare la padronanza della lingua italiana… nonché le capacità espressive, logico-linguistiche e critiche del candidato”. E padronanza significa anche saper leggere: di qui la prova relativa all’analisi del testo. Innovazioni importanti furono anche quelle del colloquio pluridisciplinare e della terza prova scritta, altrettanto pluridisciplinare. Ma il clou del nuovo esame, in effetti, doveva essere l’atto conclusivo, un diploma che non fosse una generica indicazione di maturità, ma di concreti “saper fare” accertati, verificati e certificati. L’articolo 6 della legge così recita: “Il rilascio e il contenuto delle certificazioni di promozione, di idoneità e di superamento dell’esame di Stato sono ridisciplinati in armonia con le nuove disposizioni, al fine di dare trasparenza alle competenze, conoscenze e capacità acquisite secondo il piano di studi seguito, tenendo conto delle esigenze di circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione europea”.

Si trattò di una innovazione, ma anche di una scommessa. Sarebbe riuscito il nostro sistema scolastico superiore, da sempre finalizzato a un esame di generica maturità, a passare a un esame centrato su competenze? Era sufficiente rifare il tetto della casa, perché tutto l’edificio cambiasse? La scommessa era forte. Una scuola che non aveva alcuna confidenza con le competenze sarebbe stato in grado di saperle promuovere, valutare e certificare?

Alle indicazioni della legge occorreva un sostegno attivo e chiarificante da parte del regolamento. E l’anno successivo, con il dpr 323/98, intervenimmo su questa materia con il seguente testo: “L’analisi e la verifica della preparazione di ciascun candidato tendono ad accertare le conoscenze generali e specifiche, le competenze in quanto possesso di abilità, anche di carattere applicativo, e le capacità elaborative, logiche e critiche acquisite” (art. 1, comma 3). Potevano essere sufficienti due righe normative ad avviare quella rivoluzione che la legge aveva avviato? Indubbiamente no! Così per molti anni le commissioni hanno arrancato. E l’amministrazione nulla ha fatto per sostenere un esame del tutto nuovo. Così OGGI non abbiamo PIU’ un esame di maturità, ma non abbiamo ANCORA un esame centrato sulle competenze, come la legge auspicava.

In seguito l’Unione Europea ci ha dato una definizione certa di competenza, con il rapporto Deseco del 2003 e con le due Raccomandazioni del 18 dicembre 2006 e del 23 aprile 2008. Ora, siamo alla vigilia di un nuovo esame di Stato, che andrà in vigore con la tornata del 2015. Va ricordato che, oltre alle indicazioni UE, disponiamo anche delle indicazioni dell’EQF (European Qualifications Framework) e sappiamo che i titoli di studio della nostra istruzione secondaria di secondo grado corrispondono al livello quarto degli otto individuati dal suddetto EQF, come indicato dall’Accordo quadro del 20 dicembre 2012.

In tale contesto/scenario, riuscirà la nostra amministrazione a dare finalmente indicazioni chiare ai nostri studenti e ai nostri insegnanti su come dovranno essere condotti i nuovi esami di Stato? Un interrogativo a cui occorre dare una sollecita risposta, e prima che il nuovo anno scolastico abbia inizio.

Maurizio Tiriticco

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Esame di stato: riunione preliminare della commissione/classe, tutti gli 11 commi che la disciplinano

Data la straordinaria importanza e valenza della RIUNIONE PRELIMINARE della commissione/classe ai fini di un regolare svolgimento degli Esami di Stato, proponiamo a tutti gli interessati la lettura attenta – modis et formis – dell’art. 13 dell’O.M. n.37/2014 in tutti i suoi 11 commi… Continua a leggere

Esame stato: la normativa per il colloquio

Il colloquio, oltre ad essere il momento più temuto dai ragazzi, è pure la parte più complessa dell’esame di Stato dal punto di vista valutativo e perciò ha bisogno di maggiore attenzione…da Latecnicadellascuola)

 

Il regolare svolgimento del “colloquio”, sia per il merito che per il metodo, è normato dall’ Art. 16 dell’O.M. 37/2014 soprattutto nei commi 2, 3 e 4. E se da una parte i Candidati devono conoscere i meccanismi dell’orale, dall’altra i Commissari non possono pensare che si tratti di un interrogatorio “de omnibus” sulle materie dell’ultimo anno. In sintesi, la normativa ordina quanto segue:

1. Il colloquio ha inizio con un ARGOMENTO SCELTO DAL Candidato;
2. deve essere riservato preponderante rilievo agli ARGOMENTI MULTIDISCIPLINARI proposti dalla Commissione al Candidato;
3. è obbligatoria la DISCUSSIONE sulle prove scritte, grafiche e/o pratiche;
4. e la Commissione, tenendo conto dei titoli culturali dei docenti può condurre il colloquio anche sulle materie che non sono “uscite”. Ciò a vantaggio dei Candidati, allo scopo di saggiare la loro preparazione su tutte le discipline dell’ultimo anno del corso di studi e non per metterli in difficoltà.
La finalità del colloquio, secondo l’art. 4 del regolamento di esame (323/1998), è di evidenziare le conoscenze, competenze e capacità acquisite dal candidato. Non può essere ridotto ad una interrogazione distinta e separata per materia. Per questo c’è l’anno scolastico fatto seriamente e concluso con lo scrutinio di ammissione con almeno la sufficienza in ogni disciplina. Nelle norme dell’esame si parla sempre e solo di “colloquio”, cioè di dialogo con la commissione al completo, e che deve svolgersi in un’unica soluzione temporale, in maniera pubblica.
Né il regolamento di Esame, né le O.M. utilizzano il termine “tesina”, ma usano la perifrasi “l’argomento scelto dal candidato, anche in FORMA MULTIMEDIALE”. Tanti confondono gli aggettivi italiani: multimediale e multidisciplinare. C’è una bella differenza! La cosiddetta tesina può riguardare anche un solo argomento ed una sola disciplina. Se la tesina è intesa come strettamente multidisciplinare, allora stiamo ragionando dell’esame di Stato del primo ciclo, dove la didattica del CdC prevede le unità didattiche interdisciplinari. Invece, alla maturità la tesina (o meglio l’argomento scelto dal candidato) è bene che sia monotematico e monografico in modo da evitare che diventi “monotono”. Per questo molti candidati, in modo opportuno e moderno, scelgono la forma “multimediale”. Tale argomento perciò, preparato durante un tempo lungo e con l’aiuto di almeno un docente-tutor, può meritare di avere veramente la dignità di “tesina”.
Nella prosecuzione del colloquio la Commissione, da parte sua, deve proporre al candidato degli argomenti (che prevedono risposte anche multidisciplinari) e non sottoporre i “malcapitati” ad una raffica di quesiti separati su ogni disciplina dell’ultimo anno. Si possono anche richiedere tali argomenti “di sintesi” mediante la proposta dell’analisi di un testo, di un documento, di un’immagine, di un progetto ecc… in modo che il candidato possa individuare e discuterne le componenti culturali. E’ difficile però ipotizzare la discussione esauriente su tutte le discipline, sia per i tempi tecnici che per la difficoltà di sostenere (nella canicola estiva!) una rassegna esaustiva che tocchi tutti i punti dei programmi svolti. Nella realtà dei fatti i commissari spesso chiedono ai candidati argomenti “a piacere” e solo per i più bravi scandagliano più a fondo.
Vogliamo far notare infine che, nella terza parte del colloquio, l’Ordinanza è prevede l’obbligo della discussione sulle prove scritte. Ma questa spesso è quasi inutile e frustrante perché (ammesso che nella discussione emergano elementi a favore dei candidati) ormai il voto degli scritti è registrato agli atti per cui, oltre la soddisfazione personale il candidato può ricavarne solo un certo vantaggio numerico all’interno dei 30 punti complessivi assegnati al colloquio di Stato.

 

Giovanni Sicali

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