Un’inedita riscrittura del “Tamerlano” di Marlowe, il più controverso drammaturgo dell’età elisabettiana, e nel ruolo principale un Vincenzo Pirrotta in piena forma, giunto alla sua vera maturazione d’uomo e d’attore…

 Questi gli ingredienti dello spettacolo in scena al Teatro Stabile di Catania dal 13 al 18 marzo, che sorprende per la dimensione esagerata, trasbordante, quasi visionaria della psicologia del leggendario condottiero turco-mongolo vissuto nel XIV secolo. Una storia che conferma il dramma della insana bramosia di potere di un solo uomo, ma che Lo Cascio rilegge con acutezza e Pirrotta  porta sulla scena con grande sobrio realismo (affiancato da Tamara Balducci, Gigi Borruso, Lorena Cacciatore, Giovanni Calcagno, Paride Cicirello, Marcello Montalto, Salvatore Ragusa, Fabrizio Romano con  scene e  costumi sono di Nicola Console e Alice Mangano, musiche di Andrea Rocca).

Il Tamerlano del toccante spettacolo allo Stabile ha infatti abbandonato il granitico eroe dello scrittore inglese, rivelandosi uomo vero, a tratti fragile, vittima di sè stesso: belli i monologhi, resi icastici dal gioco di luci e dal fondale scuro, che ha contribuito efficacemente a tratteggiare le debolezze dell’essere umano, la sua sofferenza atroce, la sua voglia, arrivato al redde rationem,  di rivolgimento interiore. Efficaci anche gli intermezzi comici, sempre ben calibrati e volti a stemperare il pathos della messa in scena.

Il Tamerlano di Pirrotta è nel primo atto vorace, sfrenato, ansioso di possedere il mondo, quanto ne esiste noto e ancora oltre. Ma, per citare Leopardi, conosciuto il mondo non cresce, ma scema: e così Pirrotta è bravissimo a mutar di tono recitazione e gestualità, ridimensionando il personaggio, conferendogli una dimensione umana, facendolo passare da una sorta di delirio faustiano a una umanità dolente e intima.

“Finché, ebbro d’astuzia e di presunzione, le sue ali di cera non cercarono di superare il limite, e, facendole sciogliere, il cielo cospirò la sua caduta.”: così il Faust di Marlowe. E Lo Cascio, da bravo regista, si è certamente ricordato di quest’altro grande personaggio del teatro inglese, prima della consacrazione goethiana.

Ecco perchè, se i personaggi di Marlowe non giustificano i mezzi con la ragion di stato, se non hanno nulla del principe autoritario, ma lungimirante, colto e illuminato e la loro unica giustificazione è l’avidità, il Tamerlano di Lo Cascio è alla fine è carne addolorata, titano nero come la pece divenuto verme e destinato alla sconfitta finale: è inerme, infatti, davanti alla morte del figlio e qui Pirrotta ha trovato il suo accento migliore con un timbro di voce davvero commovente.

Essenziale la messa in scena, ma proprio di questa essenzialità aveva bisogno: nello spettacolo dello Stabile i gesti e le parole si sono fatti dramma puro, senza fronzoli o orpelli decorativi. E Vincenzo Pirrotta, con tutto il cast degli attori (bravissimi tutti), hanno davvero messo in scena un grande genio del male, sconfitto, come tutti gli esseri umani, dal gioco impietoso della vita.

Silvana La Porta