Si è presentato in una veste inedita Gabriele Lavia il 16 agosto al Teatro greco di Taormina, un luogo del suo cuore che ormai non tralascia di rivedere ogni estate.

Dai primi gesti, dalle prime parole i numerosi spettatori hanno capito che avrebbero assistito a uno spettacolo inconsueto, ben diverso dalle performance solenni cui il grande attore e regista negli anni ci ha abituati. E infatti l’approccio è stato subito immediato. Come un nonno davanti ai suoi nipotini, l’attore ha spalancato un grosso libro sul leggio: le favole di Oscar Wilde, nella bella traduzione di Masolino D’Amico.

Così, con tono didascalico e accattivante, Lavia ha calcato per l’ennesima volta quel palcoscenico che lo ha visto protagonista di opere memorabili come Macbeth e Amleto,  e  sull’onda dei ricordi, ha dapprima presentato il grande scrittore irlandese, grande esibizionista e impareggiabile conversatore, ineguagliabile provocatore dei benpensanti vittoriani con i suoi paradossi e con le sue opere scandalose.

Ed è stato un modo bello per apprendere aneddoti sconosciuti ai più, entrando a pieno nel personaggio Wilde, ma soprattutto per comprendere uno spaccato d’Italia dell’Ottocento. Impressionante il racconto del soggiorno di Wilde a Napoli, che Lavia, da attore consumato, ha sottolineato con le giuste modulazioni di voce, un esempio lampante di giudizio velenoso della società civile su uno scrittore distrutto da due anni di reclusione per omosessualità nel carcere di Reading.

E stupisce che a lanciare un anatema contro di lui sia stata la scrittrice Matilde Serao nella sua rubrica sul “Mattino” a firma Gibus, il 7 ottobre: “Qualcuno ha annunziato che in Napoli si trovi Oscar Wilde, il “decadente” inglese che diede così larga copia di argomenti ai cronisti alcuni anni or sono a proposito di un processo ripugnante. Questo annuncio ha messo molte persone, tra le quali l’umile sottoscritto, in una certa trepidazione confinante col panico. Come? Oscar Wilde a Napoli? Ma sarebbe una calamità, la presenza tra noi dell’esteta britannico, sia pure -come si annuncia- sotto falso nome! Noi avremmo assai vicino il più insopportabile tipo di seccatore che le cronache contemporanee abbiano inflitto al pubblico paziente!”

E continua: “E’ nascosto tra noi quell’infelice “, lo definisce “calamità” e “flagello”, dice di lui che si è “reso celebre nel mondo per gli immondi errori”, celebra i giudici britannici “per la loro severità in fatto d’infligger pene agli odiosamente pervertiti”.

Lavia ricostruisce, dunque, l’uomo e l’artista Wilde, prima di giungere al magico momento di lettura di due delle sue più celebri favole, Il principe felice e Un ragguardevole razzo, due testi icastici, volti a stigmatizzare i comportamenti ipocriti e perbenisti della società vittoriana.

Gabriele Lavia che legge? Ebbene sì. Malgrado egli ami recitare a memoria anche opere narrative per intero (è dell’anno scorso la bella lettura taorminese del Sogno di un uomo ridicolo di Dostoevskij), per la prima volta non a caso ha scelto questa formula. Perché l’arte dell’affabulazione passa attraverso il contatto con un libro come questo, scelto tra una lunga fila nel suo infinito corridoio, mentre sporgeva biricchino, ansioso di essere aperto.

Ed ecco allora l’improvvisato nonno con i suoi nipotini spettatori alle prese con la struggente vicenda del principe felice, dove la statua del principe e la piccola rondine hanno ricevuto vita dalla sapiente padronanza della voce di Lavia, oltre che da una gestualità avvolgente, con il volo della rondine continuamente sottolineato, a suggerire la sua vocazione alla malinconia e alla compassione, aspetti tipici del carattere dello stesso Wilde. Convincente anche l’interpretazione dei personaggi da mettere alla gogna come politici, intellettuali cattedratici e  famiglie borghesi.

Ma la pirotecnia (è proprio il caso di dirlo)  attoriale di Lavia ha dato il meglio di sé in quel “Ragguardevole razzo”, un racconto meravigliosamente sarcastico, una divertente satira dell’ipocrisia borghese dove un razzo egocentrico, narcisista ed arrogante, autoproclamatosi protagonista di uno spettacolo pirotecnico organizzato dal re, si spegnerà ingloriosamente.

Qui l’attore ha offerto uno spettacolo frizzante, giocando di voce nell’assumere di volta in volta toni ed espressioni ora di un mortaretto, ora di una girandola, fino ad assumere i panni di una gracidante rana.

Un Lavia, dunque, in gran forma,  ora brillante e godereccio, ora malinconico e compassionevole, come quel Wilde di cui ci ha donato piccoli gioielli letterari, dove la vita si confonde con l’arte e la discriminazione è tema ricorrente.

Ci salvano i bambini, quei bambini cui il grande attore si è metaforicamente rivolto, con uno spettacolo godibile e spontaneo in onore di un ritorno sulle scene.

Silvana La Porta