Massimiliano Sacchi produzione Teatro Stabile di Catania – Bon Voyage produzioni in collaborazione con XLVI Festival Teatrale di Borgio Verezzi Catania, Teatro Ambasciatori, dal 7 al 19 maggio 2013. Prima rappresentazione 7 maggio, ore 20,45 …

 
 
 
Comunicato stampa
 
Nuova coproduzione del Teatro Stabile di Catania e Bon Voyage, in collaborazione con il Festival di Borgio Varezzi
Lo spettacolo, in tournée nazionale, approda alla sala Ambasciatori di Catania dal 7 al 19 maggio     
 
Lello Arena è Capitan Fracassa, tra romanticismo e commedia dell’arte
 
Claudio Di Palma firma la regia e l’adattamento tratto dal romanzo di Gautier e dai canovacci di Andreini
 
TRECASTAGNI – «Un inno alla seduzione del teatro e dell’arte, alla bellezza dell’amore e della passione, valori potenti che rendono l’uomo migliore e lo fanno sentire veramente vivo». Così Lello Arena esalta la scelta di portare in scena “Capitan Fracassa”, nuova coproduzione di grande successo realizzata dal Teatro Stabile di Catania e Bon Voyage con collaborazione del XLVI Festival Teatrale di Borgio Verezzi. Nel ruolo del titolo, il popolarissimo attore partenopeo dà l’ennesima prova del suo straordinario talento comico, nutrito di una vigile coscienza che lo spinge da sempre ad evidenziare il risvolto sociale del messaggio artistico.
         Da mesi in tournée nazionale, “Capitan Fracassa” approda dal 7 al 19 maggio al Teatro Ambasciatori di Catania: anche il capoluogo etneo è pronto ad accogliere un protagonista e un titolo che s’inseriscono a perfezione nella stagione dello Stabile, dedicata dal direttore Giuseppe Dipasquale ad un tema – “L’arte della commedia” – che vede in “Capitan Fracassa” uno degli appuntamenti più significativi.
    Regia e adattamento sono firmati da Claudio Di Palma che – procedendo ad un’interessante contaminazione – si è rifatto al romanzo romantico e picaresco di Théophile Gautier nonché ai canovacci di Francesco Andreini, maestro della commedia dell’arte e autore del celebre “Capitan Spaventa”.
         Accanto al protagonista un nutrito cast che annovera Fabrizio Vona, Francesco Di Trio, Giovanna Mangiù, Barbara Giordano, e ancora Fabrizio Bordignon, Martina Cassarà, Ciro Damiano, Federica Marchettini, Enzo Mirone, Francesco Russo, Clio Scira Saccà, Massimiliano Sacchi. Costumi e scene sono firmati da Dora Argento, musiche originali di Paolo Vivaldi.
         Del suo personaggio, Lello Arena evidenzia la “necessaria” funzione civile: «Raccontare a tutti come l’arte sia elemento indispensabile per aiutarci a recuperare quell’energia vitale, quell’unicità preziosa del nostro passaggio nel mondo, è missione imprescindibile nell’attuale momento. Capitan Fracassa ben sa quanto sia necessario, se non obbligatorio, rinunciare alla tentazione di tirare i remi in barca, di anestetizzarsi ad ogni sentimento ed emozione, seppellirsi da vivo, rendersi indisponibile per l’amore e la passione, che sono addirittura origine prima della propria stessa nascita».
         Le prime trenta pagine del libro di Gautier, non poche, rapiscono il gusto descrittivo dell’autore, “costringendolo” a soffermarsi con tratto scrupoloso sulla solitudine che immiserisce l’umore del barone di Sigognac. Ma ecco che un’opportunità salvifica si annuncia con tre colpi violenti battuti alle porte del suo castello e, dietro i colpi, il volto burlesco di un commediante di provincia; a seguirlo, altri attori di strada in cerca di una dimora momentanea.
         Il teatro si propone, provvidenziale e casuale, a Sigognac per riconvertire il suo silenzio indolente in azione e gli sottopone una grammatica di segni comici che ne risvegliano gli umori “insani”, riconcedendogli una vita, riassegnandogli un’identità: Capitan Fracassa. Si innesta qui con coerenza la peculiare lettura che Di Palma ha costruito su Arena. Al nostro Fracassa, ormai maturo, il teatro si presenta con la forza seduttiva di un’adolescente inconsciamente adescatrice, che lo porta a vivere con pienezza un’epopea vitalissima e smodata da “Illusion comique”.
         E per la chiusura del sipario, per il ritiro dalle scene cosa scegliere? Il finale favolistico, edulcorato e pacificante suggerito/imposto a Gautier da familiari ed editore, oppure seguire la prima intuizione dello scrittore che riduceva Sigognac “seduto sull’orlo di un sepolcro ad attendere che la morte venisse col suo dito ossuto a spingerlo nella buia cavità”?
         La seconda ipotesi – oltre ad evidenziare la naturale destinazione al silenzio cui il teatro induce al momento della fine – suggerisce con forza un rimando suggestivo alla modalità con la quale Sigognac aveva scelto di seguire gli attori: spinto, quasi inerme, dalla passione (morte) nella nuda scatola teatrale (buia cavità). Quello della “pietra verdastra e sgretolata della tomba”, dunque, sembrerebbe lo sfondo ideale dello scenario conclusivo, ma … finirà proprio così?