Una musica inconsueta, di grande raffinatezza, ha allietato il pubblico della stagione sinfonica del Bellini venerdì 12 maggio. E assoluto protagonista è stato il fiore per eccellenza, quello che si spicca appunto dalla genia dei fiori per bellezza e dolcezza:  la rosa…

Der Rose Pilgerfahrt è infatti il titolo di un incantevole oratorio profano per soli, coro e pianoforte composto da Robert Schumann sul testo, anch’esso splendido,  di uno anonimo poeta tedesco, Moritz Horn. Una storia emozionante messa in musica magistralmente dal famoso musicista, che rimase affascinato dalla storia e le diede non a caso il nome di Märchen, fiaba. La fiaba di un fiore che, come la Sirenetta di Andersen, vuole ardentemente vivere la vita di una donna normale, animata da quella romantica Sehnsucht, la vaga nostalgia e il dolce struggimento per ciò che non si ha e non si è. Oratorio, dunque, solo nel nome, se tutta l’opera si connota invece in una dimensione poetica e immaginativa, che ne costituisce tutta la sua bellezza.

Una rosa vuol vivere l’esistenza umana e, per intercessione della regina delle fate, il suo desiderio viene esaudito. Il fiore, tramutato in fanciulla, prende il nome dì Rosa e a sua vòlta riceve in dono dalla regina degli elfì una rosa, un magico talismano che dona salute ed eterna felicità e dal quale non dovrà mai separarsi. Ma il mondo degli umani è freddo e inospitale: così inizia il travaglio del negativo. Respinta ovunque cerchi ospitalità, si rifugia infine in un cimitero dove si sta sotterrando una giovane donna morta per amore. Il becchino è mosso, da pietà per Rosa, la prende con sé, portandola presso certi buoni mugnai (i genitori di colei che egli ha appena seppellito), i quali credono di riconoscere nella nuova arrivata la loro figlia scomparsa. Rosa trova poi marito, dà alla luce un bambino e sacrifica la propria vita regalando a lui il fiore dell’eterna felicità. Congedandosi dal mondo degli uomini, ella non riprenderà l’aspetto primitivo, ma diverrà un angelo accolto in cielo dai serafini, quel cielo, da dove potrà contemplare il suo bocciolo, il bimbo, fiorire e maturare.

Davvero suggestivo e poetico il testo, recitato con grande sapienza e voce decisa da Ezio Donato; brava la giovane pianista Saskia Giorgini, con un tocco delicato e garbato, davvero adeguato alla grazia della fiaba narrata, e sempre rispettoso dell’esecuzione dei cantanti, senza sbavature, soprattutto Martha Mathéu, la Rosa, affascinante nel suo vestito intonato al tema, capace di sonorità e musicalità apprezzabili come il  tenore David Alegret, Graziella Alessi, Antonella Fioretti, Franca Aparo e Salvatore Todaro, e il grintoso Becchino, affidato alla voce di Mario Sapienza.

Su tutti il coro, addestrato dal solito maestro indiscusso, quel Ross Craigmile che, di volta in volta, sa informare del giusto tono i coristi, garantendo un’esecuzione sempre ben dosata e mai sopra le righe.

Il Bellini di Catania osa ancora, dunque. Osa con scelte coraggiose, con un oratorio insolito dalla vocazione interiore, con un’opera fresca e leggera come lo Zefiro di primavera. E davvero è stata stupefatta commozione quando l’intero coro femminile ha lodato con accenti incantevoli la bella stagione, quella in cui fiorisce la regina dei fiori. O sel’ge Frühlingszeit

Silvana La Porta