Theresa May sarà anche legnosa, rigida e non all’altezza, ma in confronto a Trump sembra Madre Teresa. È la cosa in sé, la Brexit, a costituire un atto di follia collettiva e di autolesionismo nazionale. Col passare delle settimane si hanno sempre nuove dimostrazioni degli svantaggi che porterà in quasi tutti i settori del paese, soprattutto ai danni degli elettori della working class che l’hanno votata sentendosi “emarginati”.

Illustration by Nate Kitch

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TRUMP, BREXIT E LA FINE DELL’OCCIDENTE ANGLOSASSONE

Sia Washington che Londra, capitali in genere con governi stabili, oggi vivono una situazione straordinariamente confusa

di Timothy Garton Ash – la Repubblica – 2 agosto 2017 – pag. 27

«LEI è inglese, vero?» mi chiede il commesso del punto vendita Cvs di Menlo Park, California, e quando accenno al presidente Donald Trump aggiunge: «Non parliamo della situazione da voi. La vostra May a Downing Street è (espressione irripetibile) dai burocrati di Bruxelles… ». Non posso che dargli ragione. Passando dalla padella della Brexit alla brace di Trump mi chiedo quale sia la follia peggiore sulle due sponde dell’Atlantico, quella britannica della cosa o quella americana dell’uomo. Theresa May sarà anche legnosa, rigida e non all’altezza, ma in confronto a Trump sembra Madre Teresa. È la cosa in sé, la Brexit, a costituire un atto di follia collettiva e di autolesionismo nazionale. Col passare delle settimane si hanno sempre nuove dimostrazioni degli svantaggi che porterà in quasi tutti i settori del paese, soprattutto ai danni degli elettori della working class che l’hanno votata sentendosi “emarginati”.

Trump è una delle poche personalità straniere ad aver sostenuto la Brexit, ma ora va a braccetto con il presidente francese Macron più che con il primo ministro britannico May, e persino lui tace sulle gloriose aspettative legate alla Brexit. Il che non significa che sia diventato più moderato o responsabile su altre questioni. In campagna elettorale avevamo di fronte un narcisista, misogino, indisciplinato, imprevedibile e prepotente, che nei primi sei mesi di presidenza si è dimostrato alla bassezza di tutti questi epiteti.

Ancora non riesce a tener chiusa la patta di Twitter. Sul social si è scagliato contro la famosa conduttrice televisiva Mika Brzezinski definendola «una matta con basso quoziente intellettivo» e dicendo che si era presentata «a Mar-a-Lago tre sere di fila attorno a capodanno e voleva stare con me. Sanguinava per il lifting. Ho detto di no!». Al che il commentatore neocon Bill Kristol ha controtwittato: «Caro @realDonaldTrump, sei un porco. Cordialmente, Bill Kristol» (mi piace quel “cordialmente”). La trascrizione della recente intervista di Trump al “fallimentare”

New York Times rivela il disordine mentale del presidente, un flusso di coscienza egocentrico e superficiale: Leopold Bloom di James Joyce che incontra il tabloid National Enquirer. Alla domanda se abbia in programma di andare in Gran Bretagna risponde laconico: «Ah sì, me lo hanno chiesto» e poi passa a raccontare aneddoti sul suo viaggio a Parigi. Alla faccia della relazione speciale post-Brexit. Il massimo, secondo me, lo ha dato con questa frase riferita alla visita alla tomba di Napoleone: «Beh, Napoleone non ha fatto proprio una bella fine».

Tutte le mattine aprendo gli occhi ci chiediamo come faccia un cialtrone del genere ad essere presidente degli Stati Uniti. Nel caso di Trump il problema fondamentale è la personalità, più che l’ideologia e la linea politica, ammesso che posseggano una qualche coerenza. Ormai si discute seriamente se il presidente abbia o meno il potere di concedere la grazia a se stesso, il che ha del surreale.

Che si tratti della follia di un uomo su una sponda dell’Atlantico o della follia di una cosa su quella opposta, i sintomi sono simili — come alcune delle cause. Sia Washington che Londra, capitali in genere note come sedi di governi stabili e validi, oggi vivono una situazione straordinariamente confusa. Non c’è da meravigliarsi se la cancelliera tedesca dichiara che gli europei continentali non possono più fare affidamento sui loro tradizionali alleati oltre Manica e oltre oceano. La Russia e la Cina se la ridono e prima del vertice del G20 ad Amburgo il China Daily sosteneva in prima pagina che «date le perplessità sul protezionismo Usa e la Brexit si prevede che siano la Cina e la Germania a guidare l’offensiva per la globalizzazione e il mercato libero».

È la fine dell’Occidente? O quanto meno dell’Occidente anglosassone? Che l’insieme di Trump e Brexit segni il declino a lungo termine degli anglosassoni l’ho sentito dire per la prima volta dalla bocca di un ex primo ministro finlandese e da parecchi altri osservatori dopo di lui. Il diciannovesimo secolo apparteneva alla Gran Bretagna, il ventesimo (quanto meno dopo il 1945) agli Stati Uniti. Il neoliberalismo che ha esercitato una sorta di predominio ideologico globale tra la fine dell’Unione Sovietica nel 1991 e la crisi finanziaria del 2008 è stato un classico prodotto anglosassone, causa esso stesso del reale, diffuso scontento che i populisti hanno cavalcato per conquistare il potere sia in Gran Bretagna che negli Usa. Per cui questa tesi è sostenuta, con una certa maligna soddisfazione, soprattutto in Francia.

Ma attenzione, chers amis, a cosa vi augurate. Forse immaginate un ventunesimo secolo post anglosassone acceso dalle politiche illuminate di Emmanuel Macron e Justin Trudeau, ma è più probabile che il Fortebraccio che dominerà la scena dopo l’autodistruzione dell’Amleto anglosassone abbia il volto di Xi Jinping, Vladimir Putin o Recep Tayyip Erdogan.

Un futuro diverso è ancora possibile. L’estate scorsa ho chiesto a un politologo americano come avrebbe reagito a una presidenza Trump e mi ha risposto che sarebbe stata un banco di prova molto interessante. Siamo tornati sull’argomento una settimana fa nel campus della Stanford University e abbiamo convenuto che per ora la divisione dei poteri sancita dalla costituzione funziona. I tribunali hanno bloccato per due volte il travel ban di Trump. È impensabile che l’indipendenza della magistratura possa essere minacciata negli Usa. Forte del retaggio del Primo Emendamento la stampa libera agisce esattamente secondo le intenzioni dei padri fondatori. I check and balances sono più deboli in riferimento alla politica estera, ma il Congresso a maggioranza repubblicana ha appena approvato una legge che estende le sanzioni imposte alla Russia, alla Corea del Nord e all’Iran con il preciso intento di renderne la revoca più ardua da parte del presidente. Se Trump non farà qualche follia, come dichiarare guerra alla Corea del Nord, gli Usa avranno ancora la possibilità di emergere da quattro anni di orribile presidenza con la democrazia e la reputazione internazionale ammaccata, ma non danneggiata irrimediabilmente. Anche la democrazia britannica agisce secondo il suo buffo vecchio sistema parlamentare concedendo a noi britannici la reale possibilità di guarire in tempo dalla follia della cosa, procedendo a una Brexit molto soft o — come sarebbe opportuno — uscendo dalla Brexit. E gli altri paesi non sono certo esenti da problemi. Per cui è vero che gli anglosassoni sono in declino, in gran parte a causa delle loro gravi follie, ma è troppo presto per tagliarli fuori.

Traduzione di Emilia Benghi

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/08/02/trump-brexit-e-la-fine-delloccidente-anglosassone27.html

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Merkel, Trump e la fine dell’Occidente

di  -3 giugno 2017

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-06-03/merkel-trump-e-fine-dell-occidente-115551_PRV.shtml?uuid=AEOpLFYB

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After Trump and Brexit, is this the end for the Anglo-Saxon west?

Some welcome the prospect of decline in Britain and the US. They should be careful what they wish for

 Timothy Garton Ash is a Guardian columnist

https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jul/28/trump-brexit-end-of-west

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