“Il berretto a sonagli” di Pirandello, nuova coproduzione dei Teatri Stabili di Catania e Palermo Pino Caruso, per la prima volta Ciampa nell’allestimento diretto da Giuseppe Dipasquale Debutto nazionale dal 18 marzo al 7 aprile al “Verga” di Catania, poi a Palermo e in tournée…



IL BERRETTO A SONAGLI
di Luigi Pirandello
regia Giuseppe Dipasquale
scene di Antonio Fiorentino
costumi Elena Mannini
musiche di Gustav Mahler
luci Franco Buzzanca
con Pino Caruso
Magda Mercatali, Loredana Solfizi, Enrico Guarneri
Dely De Maio, Emanuela Muni, Enzo Gambino, Giada Colonna
produzione Teatro Stabile di Catania,  Teatro Biondo Stabile di Palermo,
debutto nazionale – Catania, Teatro Verga, dal 18 marzo al 7 aprile 2010
 

 

Comunicato stampa
 
“Il berretto a sonagli” di Pirandello, nuova coproduzione dei Teatri Stabili di Catania e Palermo
 
Pino Caruso, per la prima volta Ciampa nell’allestimento diretto da Giuseppe Dipasquale
 
Debutto nazionale dal 18 marzo al 7 aprile al “Verga” di Catania, poi a Palermo e in tournée
 
CATANIA – Oggi fare una nuova edizione del Berretto a sonagli di Luigi Pirandello, perché? A porre e a porsi la domanda – retorica ma non troppo – è Giuseppe Dipasquale, direttore dello Stabile di Catania, che firma la regia dell’originale allestimento coprodotto insieme allo Stabile di Palermo. Protagonista un mattatore come Pino Caruso, chiamato per la prima volta a scrivere il proprio nome accanto a quello dei mitici interpreti del ruolo di Ciampa, lo scrivano ferito nell’onore di marito.
    L’interpretazione dell’attore palermitano, tra i più versatili e intensi del panorama teatrale, cinematografico e televisivo, si armonizza all’interno di un cast che annovera altri artisti di spicco come Magda Mercatali, Loredana Solfizi, Enrico Guarneri e ancora Dely De Maio, Emanuela Muni, Enzo Gambino, Giada Colonna. L’allestimento di grande formato punta ancora sulle scene di Antonio Fiorentino, i costumi di Elena Mannini, le luci di Franco Buzzanca.
    L’ambientazione è collocata a cavallo tra gli anni Dieci e Venti del secolo scorso, gli stessi in cui vennero alla luce le due versioni della commedia, rispettivamente in lingua siciliana e italiana, più corrente e qui adottata. Nella lettura registica di Giuseppe Dipasquale, il relativismo pirandelliano – di chiara marca e respiro europei – viene analizzato fino a fare emergere uno sfaccettato prisma di “punti di vista”, evidenziati attraverso innovative soluzioni sceniche e una piattaforma girevole, che offre visuali cangianti. Cinque i movimenti della scena rotante, scanditi dagli altrettanti “tempi” dell’incompiuta Decima Sinfonia di Gustav Mahler, colonna sonora dello spirito di un’epoca, del mal de vivre novecentesco. Musica che è spia lampante della invincibile depressione del compositore austro-boemo, anch’egli afflitto da ansie coniugali che lo portarono al noto incontro con Freud e con la psicanalisi, scienza allora agli albori, alla quale la vena pirandelliana si sarebbe presto e palesente apparentata.
 
Perché dunque un nuovo  Berretto, da quasi un secolo testo tra i più rappresentati? «Pino Caruso – risponde lo stesso Dipasquale – è stata la prima motivazione. Un attore maturo e maturato come lui voleva confrontarsi con un testo che è stato il cavallo di battaglia di artisti come Salvo Randone, Turi Ferro e Paolo Stoppa. Un attore apparentemente fuori età, rispetto al 45enne Ciampa, ed invece tuttavia adattissimo al ruolo per estrazione antropologica, per raffinatezza di cifra recitativa, per adatti e raggiunti limiti di età. La sua cosiddetta estrazione antropologica sta tutta nel suo essere un particolare tipo di siciliano. Ferro e Randone, facendo grande il personaggio, tuttavia prestavano ad esso una energia e una vigorosità, oserei dire sessualità che, a guardarla bene, la fisionomia di quel Ciampa era grandiosa perché tali erano gli attori che gli davano vita, ma lontana dalla domesticata e bonaria fatalità che il “vecchio” scrivano esprime.»
Ciampa vittima, dunque, e non carnefice. La differenza di classe e ceto spariglia ulteriormente il suo rapporto con l’altolocata Beatrice, e accentua agli occhi di quest’ultima l’affronto del sospettato adulterio, che sarebbe stato consumato dal marito con la giovane moglie dell’anziano scrivano.
«Così – evidenzia Dipasquale – la motrice di una pania intricata è e vuole essere Beatrice, come il ragno in attesa della vittima più grossa: il marito, cavaliere Fiorìca. Beatrice è la regina della casa “riccamente addobbata”. Appartengono a questo mondo la madre Assunta, esattamente l’esasperazione provinciale della ricchezza; come il fratello Fifì, prototipo del ragazzo dissipato nella ingestibile e ormai perduta facoltà di distinguere l’agiatezza dalla ingorda dissipatezza. E Pirandello esalta quel “riccamente” mettendovi a confronto quanti con il lusso nulla hanno a che fare: la megera e ciarlatana Saracena, come la materna Fana, la cameriera portatrice di saggezza popolare; o il delegato, povero e imbarazzato impiegato di polizia; e così lo stesso Ciampa e quella sua moglie dagli occhi bassi.»
In quest’ottica, nella lettura registica di Giuseppe Dipasquale, il relativismo pirandelliano viene analizzato fino a fare emergere uno sfaccettato prisma di “punti di vista”, evidenziato attraverso innovative soluzioni sceniche, che offrono visuali cangianti. Perché l’odierna edizione mira allo scavo dello scontro dialogico, rendendo ancor più grottesca – e acremente comica – la frattura tra la “corda pazza” e la “corda civile”.
«Proprio in quanto vittima – osserva Dipasquale – Ciampa soccombe alla vita come agli eventi. La sua vecchiaia lo incatena alla necessaria accondiscendenza verso una moglie giovane e certamente adultera. Lo rende prismatico e sofistico, più che prometeico. Per quasi tutta la commedia, ragiona e regola l’andamento pericoloso della verità. Ma lo fa da mosca che deve districarsi dalla tela di ragno che Beatrice gli vuol cucire come trappola. Lui poca cosa rispetto alla borghesissima signora prova a “mettere le mani avanti prima di cadere per non spaccarsi la testa”. Solo alla fine, affinché l’equilibrio della sua coscienza rimanga intatto, trova una soluzione, “la” soluzione: quella di ribaltare lo specchio della verità e fingerlo in pazzia. Solo lì Ciampa diventa Cotrone, trovando la sua lucciola di mago.»