L’arte di Patti è meravigliosamente inquieta, ricca di languori e sensualità, quindi dionisiaca e, in quanto tale, simbolica e materica ad un tempo; perciò il suo confine naturale ed inesorabile è rappresentato dalla morte. La storia è quella di un intellettuale che, dopo quasi due decenni dalla scomparsa, torna a casa sua, per poi rendersi conto che alla fine l’unico approdo possibile è sempre e solo la morte, colta, questa, nelle esilaranti forme del lento disfacimento fisico, implacabile nell’incessante suo procedere…



L’avventura di Ernesto

di Ercole Patti

regia Giovanni Anfuso

scene Alessandro Chiti

costumi Silvia Polidori

musiche Nello Toscano

coreografie Silvana Lo Giudice

luci Franco Buzzanca

con

Sebastiano Tringali, Mariella Lo Giudice, Miko Magistro, Fulvio D’Angelo,

Rosario Minardi, Olivia Spigarelli, Giorgia D’Urso

produzione Teatro Stabile di Catania

Teatro Verga, dal 22 marzo al 10 aprile 2011

COMUNICATO STAMPA

Il Teatro Stabile di Catania ripropone dopo 40 anni la commedia commissionata al prestigioso scrittore etneo

Grottesca sonata di morte: in scena “L’avventura di Ernesto” di Ercole Patti

Regia di Giovanni Anfuso, interpreti principali Sebastiano Tringali, Mariella Lo Giudice, Miko Magistro, Fulvio D’Angelo

CATANIA – Quando la vita è più ingombrante della morte. È questo il grottesco paradosso su cui Ercole Patti fonda “L’avventura di Ernesto”,  che il Teatro Stabile di Catania propone in una nuova produzione,  in programmazione  alla sala Verga dal 22 marzo al 10 aprile. Blasonato il team degli allestitori: Giovanni Anfuso firma la regia, Alessandro Chiti le scene, Silvia Polidori i costumi, Nello Toscano le musiche, Silvana Lo Giudice le coreografie e Franco Buzzanca le luci. Sul palcoscenico agiscono artisti di spicco, autentici beniamini del pubblico come Sebastiano Tringali, Mariella Lo Giudice, Miko Magistro, Fulvio D’angelo, insieme a Rosario Minardi, Olivia Spigarelli e Giorgia D’Urso.

Rivive così un testo che “nasce” più di quarant’anni fa all’interno dello Stabile etneo: a commissionarlo allo scrittore catanese è stato infatti nel 1969 uno dei padri fondatori dello storico teatro, il direttore Mario Giusti, che chiese a Patti di adattare per la scena il racconto “La straordinaria avventura di Ernesto” per l’edizione del 1971 che vide Turi Ferro nel ruolo del titolo, affiancato da un cast d’eccezione che comprendeva Fioretta Mari, Michele Abruzzo e Franca Manetti.

La scelta conferma la vocazione del TSC a valorizzare la tradizione letteraria isolana e si inserisce coerentemente nell’ambito del variegato cartellone impaginato dal direttore Giuseppe Dipasquale sul Leitmotiv “Il tempo della musica”: nei momenti di crisi, più che le parole ad aver forza sono i linguaggi universali, la musica, l’arte, la danza. E il lavoro di Patti “suona” come un’inarrestabile “sonata di morte”, costruita sul tema dell’ineluttabile disfacimento fisico.

«L’arte di Patti – spiega infatti il regista – è meravigliosamente inquieta, ricca di languori e sensualità, quindi dionisiaca e, in quanto tale, simbolica e materica ad un tempo; perciò il suo confine naturale ed inesorabile è rappresentato dalla morte».

In un contesto di comprensibile stupore e reazioni basite, prende le mosse la surreale storia di un intellettuale, morto da quasi vent’anni,  che ritorna in vita grazie ad un esperimento medico. Dinnanzi allo sconvolgimento emotivo di parenti e conoscenti, si rende conto che alla fine l’unico approdo possibile è sempre e solo la morte, colta, questa, nelle esilaranti forme del lento decadimento fisico, implacabile nell’incessante suo procedere. All’interno di queste coordinate si inquadra la vittoria del tempo, che con il suo scorrere inesorabile segna dei solchi indelebili, tanto per gli uomini quanto per le donne, poiché passa per tutti, anche per chi non c’è più.

La pièce è ambientata in Sicilia, terra che diviene ancora una volta nostos, ritorno in patria o meglio, in questo caso, ritorno alla vita e tra gli affetti. Ma in senso opposto e contrario alla nostalgia a cui Patti ci ha abituato; e cioè non viaggio nella memoria, briosa ricerca erotica, tormentata sensualità, amara inquietudine o inerzia sonnolente, bensì nostalgia del futuro, di ciò che potrebbe essere.

L’autore di Un bellissimo novembre, e altri capolavori, approfitta così per gettare una luce sinistra, quanto realissima e materica, sui profittatori dell’ultima ora e, più in generale, su una colorita galleria di pseudo-familiari ed amici. Il tutto con un amarissimo divertito e divertente cinismo, colorato da smaliziato disincanto, mentre celebra il vitalismo decadente di una società priva di ogni riferimento etico e morale che nel sogno, nella noia o nel fastidio consuma le contraddizioni di un presente “fuori di chiave”.

Alla fine un’angosciosa intuizione conduce i protagonisti, e noi con loro, all’ingresso di un labirinto che investe tutti, l’uomo, lo scrittore, gli eventi: la sostanza dell’uomo “è nella morte fin da quando comincia ad essere in vita”.

Ercole Patti appartiene alla larga schiera degli scrittori siciliani che hanno dato un contributo di alta qualità alla letteratura del nostro Paese. Intellettuale e giornalista, giramondo come corrispondente di vari ed autorevoli quotidiani (“Corriere della Sera”, “La Stampa”, “Il Tempo”, “Il Messaggero”), si è dedicato con successo alla narrativa e al cinema, con racconti e romanzi che ne hanno fatto uno degli scrittori più apprezzati del suo tempo. Si ricordano: “Quartieri Alti” (1940), trasposto al cinema da Mario Soldati nel 1945; “Giovannino” (1954); “Un amore a Roma” (1956); “Le donne e altri racconti” (1959); “Cronache romane” del 1962; “La cugina” (1965); “Un bellissimo novembre” (1967), da cui Mauro Bolognini trasse nel 1969 il film omonimo, con la sensuale Gina Lollobrigida nella parte di Cettina; “L’incredibile avventura di Ernesto” (1969), poi trasposto per il teatro e adesso in scena allo Stabile, “Graziella” (1970); “Diario siciliano” (1971), vincitore del superpremio Campiello; “Gli ospiti di quel castello” (1974).