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Fra il giugno 1906 e l’aprile 1907, Schnitzler scrive la commedia in un atto “La contessina Mizzi, ovvero un giorno in famiglia”. L’attenzione dello scrittore, acuto osservatore della società, è rivolta in questa commedia al mondo dell’aristocrazia e al rigido codice delle convenzioni che ne regolano e snaturano l’esistenza…

La contessina Mizzi

ovvero un giorno in famiglia
di Arthur Schnitzler
traduzione Giuseppe Farese
regia Walter Pagliaro
scene e costumi Luigi Perego
disegno luci Mario Feliciangeli
con Micaela Esdra,
Roberto Bisacco, Claudio Puglisi, Martina Carpi,
Diego Florio, Giampiero Cannoni, Ilario Grieco, Giuseppe Mortelliti
produzione Associazione Culturale Gianni Santuccio
in collaborazione con la Cattedra di Letteratura tedesca delle Università di Bari, Roma “La Sapienza” e Udine e con l’Istituto Austriaco di Cultura a Roma

al Teatro Ambasciatori, si replica fino al 21 febbraio

NOTE

Fra il giugno 1906 e l’aprile 1907, Schnitzler scrive la commedia in un atto “La contessina Mizzi, ovvero un giorno in famiglia”. L’attenzione dello scrittore, acuto osservatore della società, è rivolta in questa commedia al mondo dell’aristocrazia e al rigido codice delle convenzioni che ne regolano e snaturano l’esistenza.
L’ironia della commedia è tutta nel sottotitolo; il giorno in famiglia che allude a un tranquillo incontro o addirittura a una festa è invece un giorno di rivelazioni e rievocazioni di aspetti dolorosi e grotteschi di un troppo lontano passato.
Il Principe Ravenstein fa visita all’amico conte Pazmandy e gli rivela di avere un figlio, che ha appena fatto l’esame di maturità. Il conte è sorpreso ma ha anche lui qualcosa da rivelare: è stato appena lasciato dall’amante che sta per sposare un cocchiere. Il vecchio conte non sa però, non saprà mai che la madre di Philipp, il figlio del principe, è in realtà sua figlia Mizzi. Il principe chiede a Mizzi di sposarlo, ma la contessina rifiuta, non accetta riparazioni in ritardo, non può dimenticare i giorni dolorosi seguiti alla nascita del figlio che fu costretta ad abbandonare dopo la nascita e la presunta impossibilità del principe di sposarla. Adesso è ormai troppo tardi, Mizzi ha pagato un altissimo prezzo alla convenzione, ha sofferto, si è emancipata ed è ora in grado di affrontare senza emozione l’arrivo del figlio, poiché la voce del sangue è solo “una fandonia”.
La simpatia di Schnitzler per i personaggi femminili emerge in questo caso con particolare decisione: Mizzi è una delle grandi figure del suo teatro, una donna che con aristocratico contegno ha sofferto in silenzio, lasciando che la sua vicenda umana restasse nell’ambito della commedia, senza interferire tragicamente nel destino degli altri. Il finale, la gita ad Ostenda, con il previsto incontro di tutti i protagonisti e forse, chissà, con un ripensamento di Mizzi, non va tuttavia visto in chiave di “happy end” ma resta, come sempre in Schnitzler, aperto per la riflessione dello spettatore.
Nonostante la satira piuttosto mancata del futile e vuoto mondo aristocratico, non sfugge tuttavia nella commedia un senso di umana comprensione e persino di simpatia nei riguardi di una classe che un tempo ha retto con dignità le sorti dell’Austria felix e che adesso all’inizio del novecento, è ormai soltanto l’ombra di se stessa.

Note di regia e cast completo