Oggi al Monastero dei Benedettini “Terra matta” in musica e al Centro Zo il debutto de “la Ballata del vecchio marinaio” di Coleridge…


TEATRO STABILE DI CATANIA
UNIVERSITA’ DI CATANA – FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA

Giovedì 28 gennaio 2010, ore 18 – Monastero dei Benedettini, Coro di Notte
“Terra matta” in musica
intervengono
Vincenzo Pirrotta e Luca Mauceri
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COMUNICATO STAMPA

Diventa un cd la colonna sonora di Terra matta, novità assoluta del Teatro Stabile di Catania

La presentazione avverrà oggi 28 gennaio alle ore 18 nel Coro di notte del Monastero dei Benedettini.
Il direttore del TSC Giuseppe Dipasquale introdurrà gli interventi del compositore Luca Mauceri
e del protagonista Vincenzo Pirrotta, autore anche di adattamento, regia e impianto scenico.

CATANIA – Le musiche originali di Terra matta sono ora un cd. La colonna sonora scritta da Luca Mauceri è, per unanime giudizio di pubblico e di critica, uno dei punti di forza dell’allestimento che il Teatro Stabile di Catania ha affidato già lo scorso anno a Vincenzo Pirrotta per fare rivivere l’intensa biografia del cantoniere semianalfabeta Vincenzo Rabito, best seller nel 2007 per i tipi di Einaudi.
Mentre fervono le prove per l’imminente ripresa dello spettacolo, a Catania e poi in tournée nazionale, l’incisione delle musiche di scena sarà presentata, in collaborazione con la Facoltà di Lettere e Filosofia, giovedì 28 gennaio alle ore 18 nel Coro di notte del Monastero dei Benedettini. Ad introdurre gli interventi di Mauceri e Pirrotta sarà il direttore del TSC Giuseppe Dipasquale.
«Con le sue straordinarie e bellissime musiche, Luca Mauceri ha creato le atmosfere e le emozioni giuste per gli attori», sottolinea Pirrotta, ancora una volta regista e interprete di impareggiabile energia e sensibilità. L’artista è altresì autore dell’adattamento teatrale di una creazione che vuole essere un’epopea dei diseredati, come testimonia la travagliata esistenza di Rabito, “ragazzo del 1899” catapultato nelle trincee della grande guerra e in breve cooptato dal regime fascista nella campagna d’Africa, quindi tirato a forza nell’inferno del secondo conflitto mondiale e poi emigrante in Germania, per approdare infine al relativo benessere del boom economico.
«La musica – evidenzia Mauceri – è un respiro dell’anima. Comporre per la scena, per immagini, per corpi in movimento, stimola da sempre la mia creatività. Terra matta è un testo fuori dagli schemi, pieno di poesia, dolore e inconsapevole ironia, è testimonianza di vita profondamente sofferta. Nella difficoltà di restituire musicalmente le emozioni del protagonista è stata decisiva la lunga collaborazione con Vincenzo Pirrotta e la conoscenza delle sue modalità espressive.»
Dopo il successo ottenuto nella passata stagione nell’ambito di TeSt, la sezione che lo Stabile dedica alle messinscene sperimentali ed agli autori contemporanei, Terra matta torna dunque dal 2 al 14 febbraio all’Ambasciatori, per un più vasto pubblico, all’interno del ricco cartellone 2009-2010. L’impianto scenico è dello stesso Pirrotta, i costumi sono di Giuseppina Maurizi, i movimenti coreografici di Alessandra Luberti, le luci di Franco Buzzanca. Nel cast, insieme a Pirrotta, agiscono Amalia Contarini, Marcello Montalto, Alessandro Romano, Salvatore Lupo, Giovanni Parrinello, Mario Spolidoro.
Il compositore Luca Mauceri ha elaborato una trama sonora delicata ma capace di sostenere gli attori, esaltarne l’interpretazione sfaccettata e multiforme; una trama densa di ritmo e orecchiabile melodia. «Il tema principale che apre lo spettacolo – spiega ancora – è un valzer malinconico illuminato dal sorriso, un tema che in qualche modo espone la cifra stilistica di queste musiche piene di colore e di tristezza, in cui poesia ed ironia si alternano continuamente nel caleidoscopico sentiero che il regista percorre attraverso la sua messa in scena. Composizioni decisamente moderne in cui tuttavia respirano piccole cellule della tradizione, anche nell’utilizzo degli strumenti. I temi si rincorrono, si ripetono in delicate variazioni finanche a diventare vera e propria canzone; gli accordi dilatano il tempo, lo abbracciano, prendono per mano il protagonista e lo accompagnano nel suo vagabondaggio terreno, con tutte le dolcezze e le amarezze, con tutti i contrasti e le carezze che la vita sempre dispensa».


ZŌ Centro Culture Contemporanee

Giov 28| ven 29| sab 30|dom 31 gennaio 2010

h.20,45

La Ballata del vecchio Marinaio

Di Samuel Taylor Coleridge

Regia e scene di Guglielmo Ferro

Traduzione e adattamento di Micaela Miano

Costumi Giusi Gizzo

Musiche e video Massimiliano Pace

Luci Franco Buzzanca

Produzione Teatro Stabile Catania

Il Marinaio Sebastiano Tringali

Interprete in video Ida Carrara

Morte e Vita-nella-Morte: Maddalena Longo

La Ciurma: Francesco Maria Attardi, Giuseppe Brancato, Luca Castaldo, Davide Giuffrida, Luigi Nigrelli.

Coro: Sonia Inveninato, Anna Maria Raccuia, Valeria Roccella, Silvia Siracusa.

Assistenti alla regia Anna Aiello e Luca Castaldo

Un vecchio marinaio racconta la sua storia ad un invitato ad un matrimonio. Il misterioso vecchio con gli occhi di fuoco incanta l’uomo e lo ammalia con il racconto avventuroso del suo viaggio per mare, che dall’equatore portò il suo vascello, carico di ciurma speranzosa, sino all’Artico. Lì, una tempesta intrappolò il vascello tra i ghiacci e nessuna speranza apparve più all’orizzonte. Solo il volo di un albatros sembrò inizialmente di buon auspicio, poi quella creatura diventò foriera di maledizioni. Un giorno il vecchio marinaio lo uccise e, come nel peccato originale, la condanna eterna si abbatté su lui e sull’equipaggio. Il mare divenne nemico e invischiò il vascello, una nave fantasma giunse portando a bordo la Morte e La Vita nella morte, che giocarono a dadi le vite dei marinai. La ciurma fu sterminata e il marinaio fu condannato a vivere nella morte, e a raccontare la sua pena in eterno.

Il viaggio è l’unica via per scoprire ciò che è altro da noi, l’ignoto.

Pessoa scrive“ Il mare che vediamo ci dà sempre nostalgia di quello che non vedremo mai” e Coleridge, come Omero o Melville, ha voluto indagare il desiderio attraverso il mare.

Perché l’essenza della paura di scoprire scivola silenziosa su qualcosa che ci inghiotte e ci confonde fino a farci perdere i confini della nostra conoscenza?

Il mare non finisce. Nulla di sicuro è riservato a chi naviga le sue acque, che rappresentano una fatale attrazione per chi desidera.

La natura, descritta nelle rime del marinaio, è oscura e ingovernabile e l’uomo, imprigionato nella colpa, non può far altro che rimanere vittima del tempo.

Il suo viaggio attraverso terre desolate, ghiacciai, affrontando creature mostruose e sconosciute, lo porta  all’incontro fatale con la fine.

Tutto questo è il capolavoro di Coleridge, un verso di poesia che ti pone sempre la stesse domande. Chi siamo? Cosa è la morte e cos’è la vita?

E tutto questo è reale o è solo un viaggio dentro gli occhi fiammeggianti del vecchio marinaio?

Immaginare ciò che leggiamo rappresenta la libertà che ognuno di noi ha di creare il “proprio” mondo onirico, e il teatro in queste casi non può rappresentare ma amplificare sensazioni per aiutare il nostro bisogno immaginifico di creare mondi fantastici.

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