“la scuola contemporanea si limita a istruire, a far passare una nozione da una testa all’altra, ma non educa.”

“Bisogna riformare la scuola su due livelli. Sul piano oggettivo, occorre creare delle classi di 12, 15 studenti: è impossibile seguire ed educare 35 ragazzi a livello emotivo/sentimentale. Ed è necessario selezionare i professori sottoponendoli a un test di personalità, in modo da verificare se siano empatici (l’empatia non si impara: o si ha o non si ha, e se non si ha non si fa il professore), se abbiano passione per il loro lavoro e se posseggano la capacità di affascinare, trascinare, sedurre, non con la propria persona, ma con la propria cultura. Non è un problema se un professore plagia una classe, il problema è se la demotiva. ”

[Bugiasrdino. 1) “la scuola contemporanea si limita a istruire”, quella nostra lo fa anche piuttosto male; 2) “classi di 12, 15 studenti”, vuol dire raddoppiare le scuole, i docenti e le risorse economiche; attualmente l’Italia investe in educazione un po’ meno di 50 mld €, il 3,9% del Pil che è un punto percentuale sotto le medie UE o Ocse, per cui l’ipotesi Galimberti è nel libro dei sogni! 3) “selezionare i professori …. empatia”: chi è in grado di fare questa selezione? quanto tempo e quanti soldi servono? 4) l’ipotesi di Galimberti è affascinante, ma è anche una fuga non in avanti, ma nell’astratto, nell’irreale, nel consolatorio, nell’impossibile! v.p.]

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U. Galimberti il senso attraverso l’educazione

U.Galimberti

                     U. Galimberti chirurgicamente presenta la crisi della scuola. Conclude con alcune soluzioni                                        

U. Galimberti, filosofo torna ad analizzare la crisi della scuola con un  linguaggio chiaro, denso “chirurgico”. Importante il ruolo della scuola nel contrastare  “l’ospite inquietante” del Nulla.

U. Galimberti, “ospite inquietante”

U. Galimberti, filosofo “greco”, con ampi ammiccamenti alla filosofia di Nietzsche, Heidegger, K. Jasper… colpisce ancora, tanto che è possibile affermare che è lui “l’ospite inquietante” per il contesto post-moderno. Avversario della tecnica, che ha ridotto il senso agli enti, con la conseguente espulsione della  progettualità , associata al profilo dell’uomo. Va dritto al problema: il nichilismo “ospite inquietante” dell’Occidente. “Malattia mortale” ( S. Kierkegaard), paralizzante e caratterizzante l’uomo postmoderno, ovviamente contagia il giovane.

U. Galimberti, “i ragazzi stanno male”

Dichiara il filosofo, nel lavoro, probabilmente più famoso L’ospite inquietante  “I giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui.
Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa.

La responsabilità della scuola

A giudizio del filosofo la scuola ha una grande responsabilità. Ha distolto lo sguardo dall’orizzonte dell’educazione, rivolgendolo verso la  tecnica, confermando la grande intuizione di M. Heidegger. In altri termini, ha fatto la scelta di campo di istruire, invece di educare, chiudendo i giovani in un presente asfittico, costituito da enti senza prospettiva.
Dichiara U. Galimberti “la scuola contemporanea si limita a istruire, a far passare una nozione da una testa all’altra, ma non educa. Educare significa seguire un ragazzo nel suo passaggio dallo stato pulsionale allo stato emozionale, in modo che abbia una risonante emotiva nei suoi comportamenti, e riesca a capire la differenza tra corteggiare una ragazza e stuprarla, tra insultare un professore e pigliarlo a calci. Educare vuol dire poi portare al sentimento, perché i sentimenti sono fenomeni culturali, non naturali, quindi si imparano. Il problema perciò è questo: diventare uomini. A prescindere dal tipo di scuola – liceo, istituto professionale, tecnico etc. – lo scopo della scuola fino a 18 anni è formare l’uomo.
Sono concetti che U. Galimberti sta ripetendo da diverso tempo. Con qualche distinguo, condivido le riflessioni.

Le ricette di U. Galimberti

Esiste una via d’uscita all’assolutizzazione dell’ente?
Certamente! Dichiara il filosofo: “Bisogna riformare la scuola su due livelli. Sul piano oggettivo, occorre creare delle classi di 12, 15 studenti: è impossibile seguire ed educare 35 ragazzi a livello emotivo/sentimentale. Ed è necessario selezionare i professori sottoponendoli a un test di personalità, in modo da verificare se siano empatici (l’empatia non si impara: o si ha o non si ha, e se non si ha non si fa il professore), se abbiano passione per il loro lavoro e se posseggano la capacità di affascinare, trascinare, sedurre, non con la propria persona, ma con la propria cultura. Non è un problema se un professore plagia una classe, il problema è se la demotiva. ”

“Solo un dio può salvarci”?

Prospettive alte. Difficili da realizzare (v, abolizione classi pollaio). Non impossibili! Occorre però rimettere al centro l’educazione, la formazione dell’uomo e del cittadino (Costituzione italiana). In questo ultimo periodo la cronaca presenta diversi casi di violenza fisica dei docenti su giovani allievi. Premetto: la responsabilità è sempre individuale, personale. Quindi nessuna fuga verso una necessaria e meccanica dipendenza da fattori esterni. Certo, però i contesti scolastici “liquidi” caratterizzati dall’assenza dell’orizzonte formativo possono favorire l’insorgenza di questi fenomeni. Mi riferisco all’importanza data all’adempimento formale, alla progettualità “a respiro corto”, alla competizione tra le scuole che esalta la sostanziale insignificanza di parole e frasi, all’aula divenuta ambiente di   sporadiche connessioni  con “enti” (allievi e studenti). Scriveva M. Heidegger “solo un dio può salvarci”. Personalmente sono convinto con Fichte e Hegel  che  le situazioni non sono dati immodificabili e risolvibili da qualche “divinità”, bensì appartengono completamente all’umanità. Tutto è modificabile, superabile ma dipende da noi! Collettivamente!

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Nel video qui sotto un’analisi a 360° della crisi della scuola. Quarantatre minuti densi, “pesanti” concettualmente.


Immagine anteprima YouTube

§ http://maestroscialpi.altervista.org/u-galimberti-2/

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La favola di Donna Matilde

C’era una volta una signora che si chiamava Matilde ed aveva una pecora che faceva tanto latte. Un giorno fece un bel cesto di ricotta, se lo mise in testa e si avviò per andare a venderla al mercato.

Strada facendo pensava:

<<Dopo aver venduto questa ricotta, comprerò tanti pulcini, li crescerò e, quando saranno dei bei polli, li venderò e comprerò altre pecore che faranno tanto latte, allora potrò vendere ancora molta altra ricotta e formaggio e così piano, piano diventerò ricca, e comprerò un palazzo grande, mi chiameranno “Donna Matilde” e la gente quando mi vedrà mi saluterà con un inchino.>>
Così pensando si chinò, la ricotta cadde per terra ed il suo sogno finì con un pianto.

Passò una sua amica che le domandò perché stesse piangendo e lei rispose:

<<Volevo comprarmi tante cose vendendo questa ricotta ed è caduta tutta per terra.>>

<<Non si possono fare progetti se non si hanno i soldi in tasca.>> Rispose l’amica.

§ http://www.altadauniaaltosalento.it/showthread.php?1089-La-favola-di-Donna-Matilde

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La ricottina

§ http://www.dlfroma.it/171-cultura/fiabe/1005-la-ricottina

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