Un chiarimento sugli intenti della lettera aperta di 600 docenti

Primo: la lettera NON è un atto di accusa verso gli insegnanti della scuola primaria e della media, come chiunque può verificare. È invece un richiamo alle responsabilità di orientamento, di sollecitazione e di controllo che competono al Ministero della Pubblica istruzione.

Per alcuni, poi, i seicento docenti sarebbero fautori di un ritorno alla scuola del passato, forse per l’evocazione di una scuola “più esigente” o per l’accenno ad alcuni tipi di esercizi e di verifiche. Non c’è alcuna nostalgia per il tempo che fu, ma la convinzione che una scuola più rigorosa  è nell’interesse soprattutto dei ragazzi che partono più svantaggiati socialmente e culturalmente.

Infine, se ci sono dei traguardi da raggiungere, non si  dovrebbe poi verificare se e in che misura questo è accaduto?

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UN CHIARIMENTO SUGLI INTENTI DELLA LETTERA APERTA DI SEICENTO DOCENTI

Pubblicato da gruppo di Firenze venerdì 10 febbraio 2017 alle 18:19

La lettera aperta al governo e al parlamento di 600 docenti universitari (nel frattempo diventati 673) ha suscitato anche alcune critiche accanto a un ampio consenso. In quanto promotori abbiamo scelto di restare un passo indietro rispetto a chi, facendo proprio il documento e testimoniandone la rispondenza alla realtà, gli ha consentito di avere autorevolezza e forza comunicativa . Dato però che alcune reazioni hanno frainteso lo spirito dell’appello, ci sembra opportuno un chiarimento in proposito.

Primo: la lettera NON è un atto di accusa verso gli insegnanti della scuola primaria e della media, come chiunque può verificare. È invece un richiamo alle responsabilità di orientamento, di sollecitazione e di controllo che competono al Ministero della Pubblica istruzione. Vi si dice che “il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato” alla gravità della situazione; che “il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi”, con il risultato che non abbiamo “una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti”, senza di che “né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti” e neppure un aggiornamento qualificato sono sufficienti. Di accuse ai colleghi delle elementari non c’è quindi traccia; e non è una caso che molti consensi li abbiamo registrati anche fra i docenti del primo ciclo.

Per alcuni, poi, i seicento docenti sarebbero fautori di un ritorno alla scuola del passato, forse per l’evocazione di una scuola “più esigente” o per l’accenno ad alcuni tipi di esercizi e di verifiche. Non c’è alcuna nostalgia per il tempo che fu, ma la convinzione che una scuola più rigorosa  è nell’interesse soprattutto dei ragazzi che partono più svantaggiati socialmente e culturalmente. Ed è interesse della scuola pubblica che ci si sforzi di evitare i pregiudizi e l’abitudine di creare su tutto schieramenti contrapposti, valutando quali metodologie possono essere più efficaci, sia recuperandone alcune che sono cadute per vari motivi in disuso, sia utilizzando quanto l’esperienza e l’innovazione rendono disponibile.

Infine si obbietta che le Indicazioni nazionali (i “programmi” di un tempo) già dicono quello che chiede la lettera. Sì e no: c’è infatti il grave limite di presentarsi come un elenco di molteplici, forse troppi obbiettivi, senza che sia chiaro fin dove si può spingere l’autonomia della “comunità professionale” che “è chiamata ad assumere e a contestualizzare” tali indicazioni e senza indicare le priorità imprescindibili. In altre parole, fino a che punto un docente è libero di non tenerne conto nelle sue scelte? Per fare un esempio: è lecito saltare a piè pari il Rinascimento o la geografia dell’Italia? Infine, se ci sono dei traguardi da raggiungere, non si  dovrebbe poi verificare se e in che misura questo è accaduto?

http://gruppodifirenze.blogspot.it/2017/02/un-chiarimento-sugli-intenti-della.html

 

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