E’ possibile la Verità? Attingere al caos che sta sotto le apparenze, scoprire che l’io non è padrone neanche in casa propria, sporgersi sull’abisso che prezzo avrà?

Sono queste le domande che aleggiano su “A cirimonia” di Rosario Palazzolo, diretto e interpretato da Enzo Vetrano e Stefano Randisi, la pièce, in scena dal 18 al 27 maggio al Teatro Stabile nell’ambito della rassegna “Evasioni” per un graditissimo ritorno di attori e pubblico sopra e dinanzi a un vero palcoscenico.

La voce di un bambino canta uno strano ritornello “Mi chiamo Lola e son spagnola”, due uomini indossano i loro strani costumi, su cui spicca un abito da sposa, e si preparano a dare vita, appunto, a una cirimonia, condita da una torta, con una candelina a forma di otto.

E’ questo l’inquietante incipit, da cui si dirama una rappresentazione ben dosata tra comico, non sense e tragico, dove l’apparato scenico svela via via il suo significato metaforico: il caos di oggetti e mobili, acutamente ideato da Mela  Dell’Erba, allude al ribollire di una coscienza che teme di veder la luce. Enzo Vetrano e Stefano Randisi ci offrono una recitazione misurata, intensa, a tratti sofferta, dando vita a due personaggi disperati nella loro meccanica ripetizione di gesti e frasi, che si muovono in un’atmosfera quasi onirica, poveri automi desiderosi di autoilludersi, novelli Vladimiro ed Estragone di beckettiana memoria.

Il rimosso preme, fa capolino, viene ricacciato indietro, compresso apposta da battute in siciliano che strappano qualche sonora risata agli spettatori e dagli efficaci giochi di luci di Max Mugnai. Ma è sempre in agguato, serpeggia nell’ambiguità della sposa, a Fimmina che parla al maschile, corretta dal violento Masculu, e nelle antitesi angoscianti della “testa vacante eppure piena”, fino allo sconvolgente finale, che lascia negli spettatori dubbi e incertezze.

Qual era la terribile Verità a cui i due uomini alludevano con la loro annuale cirimonia? Chi sono veramente quei due? Quale dramma ha segnato le loro esistenze? Finale aperto per un’opera aperta, cui Enzo Vetrano e Stefano Randisi, affiati e profondamente complementati, hanno dato vita e soffio vitale con un’interpretazione incalzante e davvero coinvolgente.

Alla fine lunghi e sentiti applausi, ma anche gradito sospiro di sollievo per la gioia di essere di nuovo lì, dove ogni volta si rinnova il miracolo del teatro, quell’ hic et nunc che tanto ci era mancato.  Non a caso gli attori hanno candidamente confessato di essere stati particolarmente emozionati, come se fosse la prima volta. E se il Covid ci ha donato questa adamantina emozione, forse il terribile periodo che tentiamo di lasciarci alle spalle non è stato del tutto negativo.

Silvana La Porta