altNo all’uso dei risultati delle prove Invalsi per premiare il merito o sanzionare il suo presunto opposto e neanche per mettere in competizione tra loro le scuole: no perché le misure offerte dalle prove sono comunque parziali e vanno affiancate ad altri elementi per avere un quadro completo degli apprendimenti;

 

 

 

 

 

 

Valutare sì, con intelligenza

di Mimma Siniscalco -17-05-2011  

Il punto sul dibattito in corso sulle prove Invalsi. Le paure, i rischi e i vantaggi. Le novità e il confronto internazionale

L’impressione è che dietro la polemica nei confronti delle prove Invalsi ci siano molte cose molto diverse tra loro: il boicottaggio come forma usata da alcuni per esprimere disaccordo con la Gelmini e con l’attuale governo; la ribellione (condivisibile) della scuola di fronte al timore che i risultati delle prove vengano usati per premiare il merito di insegnanti e/o scuole o, se resi pubblici a livello di singola scuola, per mettere in competizione tra loro le scuole; la non abitudine della scuola secondaria di II grado ad essere teatro di una valutazione esterna (già presente da tre anni nella scuola primaria e da due nella secondaria di I grado); la comprensibile irritazione degli insegnanti a cui si chiede sempre di più e si dà sempre di meno, cavalcata dalla minoranza sindacale dei Cobas; un po’ di confusione, da parte di alcuni collegi docenti e anche di genitori e studenti, circa il senso, gli obiettivi e i limiti di una valutazione standardizzata; infine l’approccio ideologizzato ai problemi della scuola, a cui non sfugge parte della nostra stampa.

 
La valutazione standardizzata è presente da lungo tempo nei Paesi anglosassoni, ma – negli ultimi dieci anni – l’esigenza di disporre e restituire alle scuole informazioni oggettive sui livelli di apprendimento è stata fatta propria da un numero crescente di Paesi. Gli ambiti più frequentemente valutati sono la matematica e la lingua nazionale. L’Italia si muove dunque nella stessa direzione degli altri Paesi. Va anche ricordato che l’attuale Sistema Nazionale di Valutazione italiano, con le persone che lo hanno messo in piedi e diretto in questi anni, è nato sotto il precedente governo Prodi ed è stato poi riconfermato dal governo attuale. Ma andiamo con ordine.
 
Se con quest’anno le prove hanno fatto il loro ingresso nella scuola secondaria di II grado, è già a partire dal 2007-08 che, nell’esame di stato della scuola secondaria di primo grado, è stata inserita una prova nazionale messa a punto dall’Invalsi .
Nella scuola primaria (classi II e V) le prove Invalsi sono state introdotte nel 2008-09. Il primo anno, a parte le 1069 scuole estratte per il campione che fornisce informazioni a livello di sistema (su scala nazionale e regionale), l’adesione delle scuole è stata opzionale: oltre alle scuole del campione, 4234 scuole primarie hanno aderito in modo volontario alla rilevazione.
 
A partire dal 2009-10, invece, per una direttiva del Ministero dell’Istruzione, la partecipazione è stata obbligatoria e alla scuola primaria si è affiancata la scuola secondaria di I grado (classe I). Il numero delle scuole, tra primarie e secondarie di I grado, è così salito a 9600 per un totale di 87.800 classi e 1.715.000 studenti (ai quali si sono aggiunti altri 585.000 studenti che hanno svolto la Prova Nazionale nell’esame di Stato alla fine del primo ciclo). Una bella prova del nove anche per l’Istituto nazionale di valutazione, che però ha retto l’onda d’urto ed è riuscito a pubblicare già nell’estate il rapporto nazionale (basato sui risultati del campione di 1385 scuole primarie e 1309 scuole secondarie di I grado), oltre a restituire a ciascuna scuola i suoi risultati nell’autunno.
 
Il significato di questo lavoro è proprio in queste due cose: da una parte fornire un quadro su scala nazionale dei risultati degli studenti in due ambiti importanti quali l’italiano e la matematica, per rendere più informato il lavoro dei decisori pubblici; dall’altra fornire alle scuole informazioni comparabili sui risultati dei loro studenti.
 
E’ vero che le diverse scuole hanno studenti molto diversi e partono da punti di partenza diversi (per questo l’ Invalsi sta lavorando per elaborare misure che tengano conto proprio delle caratteristiche socio-economiche e culturali degli studenti che compongono le diverse scuole), ma il mondo che aspetta gli studenti al di fuori della scuola è uguale per tutti, sempre più planetario, e non farà sconti a chi è partito svantaggiato.
 
Il fatto di avere informazioni, a livello di sistema, su livelli e differenze nei risultati dà la possibilità di pensare interventi che aiutino a colmare i divari. Il fatto di sapere, a livello di singola scuola, punti di forza e di debolezza dei propri studenti, dà la possibilità di coordinare il lavoro per progettare e attuare interventi di miglioramento.
 
L’effetto non desiderato delle prove standardizzate, a cui non si sfugge quando si profila l’eventualità che i risultati delle singole scuole vengano resi pubblici o vengano usati per sanzionare o premiare scuole o insegnanti, è che nella scuola si cominci a dedicare tempo ed energia ad “addestrare” i ragazzi a rispondere alle domande della prova, invece che a insegnare ad apprendere meglio le cose che veramente sono importanti. Si verifica così “un’inflazione” nei punteggi delle prove: i punteggi salgono, ma gli apprendimenti no, anzi rischiano di diminuire, se per addestrare alle prove si è trascurato di fare altro.
 
Dunque sì alle prove Invalsi, come strumento che dà informazioni utili e importanti: sì perché gli studenti hanno il diritto (oltre che il dovere), di raggiungere livelli sufficienti di risultati dovunque si trovino in Italia, a qualunque scuola siano iscritti e da qualunque condizione provengano, e i dati oggettivi delle prove standardizzate aiutano a capire se i traguardi auspicati sono stati raggiunti oppure no e quanto manca per raggiungerli. Le prove che sono appena state svolte dagli studenti della seconda classe della secondaria di II grado riguardano aspetti importanti della competenza lunguistica e matematica che – almeno in una certa misura – dovrebbero essere padroneggiati da tutti gli studenti, a precindere dall’indirizzo scolastico al quale sono iscritti.
 
No all’uso dei risultati delle prove Invalsi per premiare il merito o sanzionare il suo presunto opposto e neanche per mettere in competizione tra loro le scuole: no perché le misure offerte dalle prove sono comunque parziali e vanno affiancate ad altri elementi per avere un quadro completo degli apprendimenti; no, perché un uso dei punteggi delle scuole fatto dall’esterno, per prendere decisioni su di esse, rischia di rendere quei punteggi inattendibili, incidendo negativamente su quegli stessi processi di insegnamento/apprendimento che si volevano verificare.
 
a un uso delle prove Invalsi, piuttosto, per individuare buone pratiche da diffondere e situazioni problematiche da aiutare. Cose, però, da farsi coinvolgendo in prima linee le scuole. Lasciando ad esse la decisione se rendere o meno pubblici i propri dati.
 
Solo in un clima di fiducia e collaborazione, in cui le scuole possono esprimere ed arricchire la propria professionalità nell’affrontare i problemi, si può pensare di innescare una positiva dinamica di cambiamento. Questo è il cammino che si sta facendo nei Paesi e nei sistemi scolastici che hanno risultati elevati – come la Finlandia o il Canada – o che sono riusciti ad imboccare la via del miglioramento – come la Polonia o il Portogallo – in base ai dati delle indagini internazionali.

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