Veneto, repubblica di Zaialand autonoma fra un mese? Macché

Erika Stefani: «è un tema molto laborioso, anche perché l’articolo 116 non spiega come fare l’autonomia, quindi si tratta di un lavoro quasi avventuroso e pionieristico. Non c’è una strada segnata, non c’è un vademecum quindi serve una componente anche di inventiva». Concetti ribaditi in un’intervista a La7 il 18 dicembre.

Peccato che gli annunci si fossero sprecati: a giugno, bastava allungare la mano per averla, ‘sta autonomia. Poi: entro ottobre la portiamo a casa. Da ottobre slittamento a fine anno. Ed ecco che si mettono di traverso alcuni deputati Cinquestelle e quella casa costruita su due referendum (Veneto e Lombardia) più le richieste di Emilia Romagna, piene di istanze, proposte, rivendicazioni di potestà legislativa subisce qualche scossa.

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Veneto, repubblica di Zaialand autonoma fra un mese? Macché

Tra i tanti ostacoli ci sono i LEP (Livelli essenziali di prestazione), cioè i soldi che devono essere garantiti allo Stato con o senza autonomia. Peccato che nessuno sappia calcolarli

 

L’autonomia delle Regioni? Piano, piano, prima ci vuole l’inventiva del percorso per arrivarci. Lo dice la stessa ministra leghista degli Affari Regionali e delle Autonomie, la vicentina Erika Stefani. Testuale, l’11 settembre scorso a Padova: «è un tema molto laborioso, anche perché l’articolo 116 non spiega come fare l’autonomia, quindi si tratta di un lavoro quasi avventuroso e pionieristico. Non c’è una strada segnata, non c’è un vademecum quindi serve una componente anche di inventiva». Concetti ribaditi in un’intervista a La7 il 18 dicembre. Peccato che gli annunci si fossero sprecati: a giugno, bastava allungare la mano per averla, ‘sta autonomia. Poi: entro ottobre la portiamo a casa. Da ottobre slittamento a fine anno. Ed ecco che si mettono di traverso alcuni deputati Cinquestelle e quella casa costruita su due referendum (Veneto e Lombardia) più le richieste di Emilia Romagna, piene di istanze, proposte, rivendicazioni di potestà legislativa subisce qualche scossa.

Si taglia corto, com’è recente abitudine: «l’autonomia è nel contratto di governo». Segue la solita raffica di annunci, previsioni, un coro di conferme senza troppe spiegazioni, soprattutto sui tempi. L’ultima data buttata sul tavolo del Nord impaziente è quella del 15 febbraio. Ma saremo autonomi fra un mese? Certi giornali lombardi hanno già fatto titoli come «Sì all’autonomia di Veneto e Lombardia». Una bufala, anzi una mandria di bufale, perché del doman non v’è certezza, esattamente come dice la ministra Stefani, ottimista ma anche lei senza sfera di cristallo. Vediamo, infatti, cosa non prevede la legge e quale procedimento è cominciato. Nell’articolo 116 della Costituzione ci sono 20 materie in cui la competenza di Stato e Regioni è concorrente e per le quali queste ultime possono chiedere una maggiore autonomia. Poi ci sono altre tre materie sulle quali la competenza esclusiva dello Stato potrebbe passare alle Regioni.

La spinta politica a chiedere di più, per il Veneto, è arrivata dal referendum consultivo del 22 ottobre 2017: 57% di affluenza, 2.273.570 sì equivalenti al 98,1%. Il primo passo per la repubblica di Zaialand. Il secondo passo è stato l’accordo con il governo: e, molto prima del contratto Salvini-Di Maio, l’accordo è stato firmato con il governo Gentiloni, per mano del sottosegretario alla presidenza Gianclaudio Bressa, il 28 febbraio 2018. Erano tutti del PD, ricordate? Ma cosa vuol dire accordo? E’ una figura nuova nelle procedure parlamentari, posto che di parlamentare non c’è nulla perché fino a questo punto il Parlamento non figura il alcun modo. «Una pre-intesa» l’ha definita Erika Stefani, che su quella base ha chiesto alle Regioni (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna) di fornire richieste più precise. Sono arrivati i dossier, e il ministro degli Affari Regionali ha chiesto pareri e consigli ai colleghi coinvolti (Salute, Istruzione eccetera). Di questa attività e soprattutto delle risposte non si sa granché. Ma se prima c’era una pre-intesa, significa che l’Intesa vera e propria non c’è.

Sembra facile. I pezzi di carta in consiglio dei ministri non sono niente, dal punto di vista dell’efficacia operativa. Ci vuole una legge, naturalmente, ma per di più una legge che pur essendo ordinaria è «rinforzata», richiede cioè un procedimento più complesso e una maggioranza qualificata. Ma prima o poi ci si arriverà… Peccato che in mezzo ci dovrà essere il lavoro della Commissione paritetica Stato-Regioni per definire un testo di legge condiviso, lavoro delicato perché si tratta di ridisegnare le rispettive potestà. La Commissione, naturalmente, deve ancora essere insediata, e si suppone che non verrà formata da soli leghisti. Non è difficile prevedere discussioni prolungate.

Uno dei nodi, anzi il principale, non è tanto quello del trasferimento di maggiori competenze, ma quello dei soldi. Tutto nasce da lì: le Regioni ricche danno allo Stato molto più di quanto ricevono, è il cosiddetto residuo fiscale. Non si entra qui nel merito della questione, sulla quale si stanno formando fronti opposti di costituzionalisti, economisti, politici, ma sul mero calcolo del quantum. Come si stabilisce a quanto lo Stato dovrà rinunciare, a quanto non andrà più a Roma ma resterà sul territorio? Erika Stefani è realista: «oggi non si può che prendere come base il costo storico». Chissà se sarà possibile, perché ci sono, anzi ci dovrebbero essere i LEP. Significa Livelli essenziali di prestazione, sono previsti dalla Costituzione all’articolo 117 (sì, quello subito dopo al 116) e normati dalla legge n. 3 del 2001. Vuol dire che i livelli dei servizi essenziali (istruzione, sanità, assistenza sociale) devono essere garantiti in modo uniforme in tutto il Paese. Come si fa calcolarli? Non ci sono ancora riusciti, dopo 18 anni che c’è la legge. Difficile che ci riescano in tempo per le decisioni sull’autonomia e quindi sulla riassegnazione dei prelievi fiscali. Tanto più che gli autonomisti vorrebbero come base di calcolo i costi standard, tutti da definire, e a serio pericolo di incostituzionalità, visto la nostra Carta, e le normative europee, puntano sul concetto di sussidiarietà. Concetto che, nella frenesia dell’autonomia, diciamo che è rimasto defilato.

Qui però ci interessa parlare dei tempi, non dei contenuti di un’autonomia che peraltro si presta, oltre le diversità politiche, ad analisi economiche, giuridiche, sociali che dicono tutto e il contrario di tutto. I tempi non saranno quelli che ci stanno dicendo. «Qualche mese», diceva a metà dicembre Erika Stefani. Siamo alle pre-intesa, con un governo diverso. E se anche il 15 febbraio ci fosse l’Intesa, il procedimento dovrebbe cominciare. Commissione, calcoli, confronto politico, testo corretto dell’Intesa, testo della legge, calendarizzazione, maggioranza qualificata, battaglia in aula, approvazione, decreti attuativi. Qualche mese? Senza contare poi che altre regioni si sono messe in fila: Piemonte, Liguria, Toscana, Marche. Senza contare che in Parlamento, al di là dei partiti, si voterà fatalmente per origine regionale. Senza contare che gli stessi dossier regionali si sono limitati per ora a otto materie. Con la spada di Damocle di qualche eccezione di incostituzionalità. Auguri. Ma non diteci per favore che il 15 febbraio il Veneto avrà l’autonomia. Ah, lo sapevate? L’accordo tra Stato e Regioni, questa macchina legislativamente infernale, dura dieci anni. E tutti – tutti – si sono dimenticati della legge sul federalismo fiscale, la 42 del 2009, rimasta inapplicata perché «bloccata dalla crisi economica». Ha tanto l’aria di un precedente.

§ https://www.vvox.it/2019/01/08/veneto-autonomo-tra-un-mese-la-balla-sulla-repubblica-di-zaialand/

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