Voglio assolutamente andare in pensione quando è ora. Prima di diventare vecchia. Prima di perdere la dignità. Prima di fare danni…(della professoressa Isabella Milani)


Voglio andare in pensione. Ma questo non vuol dire che non mi piaccia il lavoro che faccio. O che non ho voglia di lavorare. No. E se osate anche solo pensarlo “vi si sfaccia la casa , la malattia v’impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi”, per dirla con Primo Levi.

Voglio andare in pensione quando è ora, perché sono stanca. Mi piace insegnare, ma sono stanca.

Sognavo di riprendermi la mia vita a sessant’anni. O prima.

Ho lavorato con il caldo e con il freddo. In mezzo al rumore assordante dell’adolescenza che sboccia. In mezzo a ragazzi bisognosi della mia attenzione costante. E l’ho fatto e lo faccio meglio che posso. Ma mi stanco. Nel fisico e nella mente. I ragazzi ti succhiano energie, se colgono che li vuoi aiutare. E tu li aiuti. Per anni e anni.

Ho dovuto cambiare ogni volta che a qualcuno è venuto in mente di cambiare: mi sono adeguata, anche se non ero d’accordo.

Ho dovuto affrontare le stupidaggini di tutti gli incompetenti che ho incontrato nella mia carriera, e sono stata costretta a eseguire ordini che non condividevo, contemporaneamente cercando di ovviare con grande fatica agli errori di chi li impartiva.

Sono stata tappata in casa, a una scrivania, per tutta la vita. Prima per studiare e poi per insegnare. E sono fortunata, perché c’è chi sta peggio di me. Il lavoratore che tutti i giorni entra alle otto ed esce alla sera, quando vive? E anche lui dovrà invecchiare al lavoro.

E quando saremo vecchi, spremuti, ci lascerannno andare, come rilasciano un carcerato che ha vissuto in prigione per quarantatré anni e che quasi quasi non vuole più uscire perché non sa più vivere libero.

Se avessimo ucciso, avremmo riavuto prima la nostra libertà. E non mi dite che esagero.

 

E poi: come si fa a lavorare fino a sessantasette anni? C’è qualche lavoro che si può fare a sessantasette anni. Il politico, per esempio.

Ma ci sono, oggi, tantissimi lavori che non si possono fare da vecchi. Non si può fare il calciatore fino a sessantasette anni. Ma neanche l’insegnante. Fare l’insegnante è difficile. È essenziale non perdere la dignità. Ma se ti fa cilecca la memoria la perdi. Se non hai la forza di rimproverarli quando serve, la perdi. Se ti scappa un bisognino e non riesci a trattenerlo perché i problemi alla prostata non vengono a trent’anni, perdi la dignità. Se sei tanto stanca da addormentarti in cattedra , la perdi, la dignità.

Se sei pieno di dolori e di acciacchi e non puoi scrivere, non puoi accompagnare i ragazzi in gita, ti ammali continuamente delle malattie degli anziani, non puoi più essere un bravo insegnante.

I ragazzi hanno diritto di avere insegnanti giovani e pieni di energie.

Non si può fare l’impiegato, e tenersi aggiornati con i programmi del computer; non si può fare l’infermiere e non sbagliare a distribuire le medicine, non si può fare il camionista e guidare dalla mattina alla sera , non si può fare il bidello e salire sulle scale. E non si possono più fare tantissimi lavori. O meglio, si possono fare se a più di sessant’anni sei ancora in efficienza. Ma gli altri?

Ma a loro – quelli che decidono – non interessa niente se non potremo più essere efficienti. Basta che ci sediamo sulle sedie a fingere di lavorare.

Ma se guidassi un aereo di linea (della loro compagnia e o di quella dei loro amici) non mi farebbero pilotare fino a sessantasette anni, perché se l’aereo cade i danni si vedono bene.

Se insegno e non sono più in grado di gestire la classe, di ricordare, di spiegare bene, gli alunni non precipitano da migliaia di metri per i miei errori, e perciò a chi importa? Sicuramente loro mandano in figli in una scuola privata piena di insegnanti giovani.
(continua nel post 267°)