Quando mi sentivano parlare del mio lavoro, restavano molto stupiti nel sapere che avevo più di mille alunni, più di cento docenti, più di trenta non docenti distribuiti, tra l’altro, in sette plessi scolastici!
ABBIAMO SBAGLIATO TUTTO DA FINE ANNI NOVANTA IN POI
di Annunziata Brandoni – 20 maggio 2015
Ecco, è fatta…il ddl di riforma della scuola è passato alla camera dei deputati e, salvo ripensamenti in cui non spero, supererà anche lo scoglio senato!
Cosa penso? che abbiamo sbagliato tutto da fine anni novanta in poi, quando abbiamo accettato lo smantellamento delle piccole scuole per accatastare i bambini in megastrutture anonime, in cui i piccoli si perdono perché non a loro misura…quando abbiamo accettato il dimensionamento degli istituti scolastici nell’illusione di avere ottenuto l’autonomia, e abbiamo sepolto direttori didattici (che si intendevano di didattica) e presidi per avere i manager sempre indaffarati e sempre più lontani dalla vita reale della scuola… Lo scrissi già nel 2010, appena andata in pensione..
Da “L’isola che non c’è?Alla ricerca della scuola ideale”
(…..) D’altra parte questo lavoro ha, fra gli obiettivi, anche quello di individuare perché la nostra scuola non riesce ad abbandonare il modello tradizionale, rimanendo imprigionata in un immobilismo in campo pedagogico e didattico che vede anche noi dirigenti come responsabili. Troppo presi dalla gestione ordinaria, e più spesso straordinaria, dei nostri istituti per pensare alla qualità della didattica!
E tanto meno alla qualità delle relazioni interpersonali. Senza pensare che buona parte dei problemi che ci troviamo quotidianamente ad affrontare derivano generalmente proprio da una didattica rigida, che non sa aiutare i più deboli! E da un clima sociale non sufficiente-mente curato!
Anche oggi, con la riforma della scuola superiore, guardiamo al contenitore (quanti tagli di personale, di ore, con quali soldi allestiamo i laboratori…), dimenticando che la riforma parla anche di ambienti di apprendimento (e non quindi di insegnamento!), di personalizzazione dei percorsi, di valutazione formativa. Dobbiamo iniziare a soffermarci di più su questi aspetti, pur senza trascurare tutti gli altri problemi!
Una riflessione comunque va fatta: non è che abbiamo sbagliato sopprimendo le piccole scuole per risparmiare? Tanto più che poi il risparmio non c’è stato, basti pensare al costo dei trasporti che, di certo, non compensa il disagio dei bambini che debbono svegliarsi all’alba per arrivare a scuola dopo aver percorso tanti chilometri! E, quando entrano in classe, sono spesso già stanchi. Tanto più che da noi la scuola inizia molto presto, a volte anche prima delle otto, per consentire ai genitori di non arrivare tardi al lavoro. E poi ci lamentiamo che gli alunni sono demotivati o aggressivi!
Nei vari Paesi europei che ho visitato, la scuola non inizia prima delle otto e trenta/nove e i genitori non hanno il problema di non riuscire a conciliare i tempi perché le aziende consentono la flessibilità oraria per chi ha figli in età scolare. È la società che si adegua alla scuola e non viceversa!
Non è che abbiamo sbagliato noi presidi a voler diventare manager di una scuola-azienda di vaste dimensioni (altrimenti non ci avrebbero concesso la dirigenza!), che non ci lascia il tempo per seguire di più e meglio i nostri ragazzi, con tutti i problemi che oggi hanno e che si aggiungono a quelli di sempre? E i nostri insegnanti che debbono sentirci vicini, debbono poter contare su di noi per intraprendere un cammino di innovazione per il quale non si sentono preparati? Nei nostri collegi dei docenti, con più di cento insegnanti ammassati in un salone che ne può contenere al massimo cinquanta, non è possibile comunicare efficacemente alcunché. Sappiamo che una comunicazione efficace si serve anche dell’interazione oculare, della mimica facciale, della gestualità, ma tutto ciò è possibile solo con i docenti che occupano le prime file! E spesso coloro che non hanno alcuna voglia di ascoltarti si mettono in fondo, dove possono chiacchierare o sbadigliare tranquillamente. E allora tu parli e parli, ma i messaggi non passano a tutti!
E i genitori che hanno bisogno di essere ascoltati, rassicurati e che si innervosiscono quando non abbiamo il tempo per riceverli? E che hanno bisogno anche di essere ridimensionati quando, con la scusa di voler aiutare la scuola, diventano invasivi e presuntuosi, assumendo atteggiamenti che infastidiscono gli insegnanti e gli altri genitori, impedendo il realizzarsi di una vera comunità educante!
Non è che abbiamo sbagliato qualcosa a chiedere un’autonomia che autonomia non è? Perché senza fondi non puoi essere pienamente autonomo! Devi dipendere dagli sponsor o da donatori che poi, comunque, cercano in qualche modo di condizionarti! E sei sempre più invischiato nei lacci degli adempimenti burocratici. Non hai tempo per pensare. E neanche per rileggere quei testi di Pedagogia da cui potresti trarre insegnamenti preziosi per cercare di offrire un servizio veramente di qualità.
I miei colleghi europei, oltre al fatto che generalmente gestiscono una sola scuola, di cui conoscono anche i sassi del giardino, sono anche degli esperti di Pedagogia e per questo riescono a dare alla loro scuola un taglio pedagogico. Sono loro che tracciano il percorso per i loro insegnanti! E che li aiutano a migliorare le loro prestazioni! Non è un caso se, nei paesi anglosassoni, i miei colleghi sono definiti “headteacher “, cioè “persona a capo dei docenti “, loro ispirazione e guida! E i docenti costituiscono un piccolo gruppo all’interno del quale è più facile comunicare! Quando mi sentivano parlare del mio lavoro, restavano molto stupiti nel sapere che avevo più di mille alunni, più di cento docenti, più di trenta non docenti distribuiti, tra l’altro, in sette plessi scolastici!
Siamo sicuri che sono i loro governi a sbagliare?
Sono comunque consapevole che non è più possibile tornare indietro. Allora i nostri politici dovranno prendere altri provvedimenti, se vogliono che le scuole siano veramente efficaci. E nella pratica del lavoro quotidiano con i ragazzi, non nell’elaborazione di un POF che costituisce generalmente solo una dichiarazione di intenti!
Ricordo un Pof esemplare di una scuola rinomata. Sul frontespizio una scritta: “Al centro del nostro impegno c’è il ragazzo, con tutte le espressioni della sua persona “. Il figlio di miei conoscenti, un ragazzino senza problemi fino alla scuola media, un po’ timido e riservato, al termine del primo anno di frequenza di quella scuola mi confessò: “Non valgo niente. In quella scuola non sono nessuno! “. In realtà nessuno lo aveva aiutato ad inserirsi. E nessuno era stato in grado di capire che era un ragazzino intelligente, dotato però di un’intelligenza di tipo analogico, caratteristica delle persone creative.
Nessuno lo aveva incoraggiato e tanto meno valorizzato! Per fortuna aveva una famiglia che lo ha aiutato a non andare in depressione! Ma non è stato facile. Ancora oggi il ragazzo risente delle delusioni ricevute da quella scuola che aveva scelto perché pensava che potesse aiutarlo a divenire una persona sicura di sé e fi-duciosa nella vita!
Se noi dirigenti scolastici non abbiamo il tempo per accorgerci di queste cose, che purtroppo accadono spesso, e non abbiamo il tempo per curare la formazione dei nostri docenti, allora occorre introdurre nei nostri istituti la figura del pedagogista. Tale scelta non comporterebbe un aumento dei costi, come ho avuto modo di verificare nel liceo di Perigueux – di cui ho parlato nei capitoli precedenti – dove si sperimenta un cammino di ricerca del successo scolastico. In quella scuola i costi dell’équipe di coordinamento, sono ammortizzati dai risparmi. Con meno ragazzi bocciati, infatti, si costituiscono meno classi!
Diamoci da fare, allora, perché il ministro di turno si impegni in tale direzione! Non ci può chiedere una scuola di qualità se non possiamo garantire la presenza di insegnanti di qualità. E visto che non possiamo sceglierci gli insegnanti, pretendiamo almeno che essi vengano aiutati! Nel frattempo cerchiamo di fare il possibile per incoraggiare, stimolare, valorizzare quel che di buono ci capita di avere.
Sul pessimismo deve comunque prevalere la speranza. Lo sguardo deve essere non fermo sul passato, ma volto al futuro, per realizzare la scuola di cui la nostra società ha bisogno. Senza limitarci ad accusare gli altri di ciò che non va, restando nel frattempo alla finestra in attesa che la scuola che vogliamo scenda dall’alto!
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