Il ddl ha finito per provocare nei soliti noti (che scioperano il 5 maggio) il veto assoluto a qualsiasi ipotesi di cambiamento. Il governo però dica cosa vuol fare.
ANP. Lo sciopero sfida il riformismo “a corrente alternata” del governo
di Giorgio Rembado – sabato 2 maggio 2015
Ci sono voluti mesi di dibattito sul documento “La Buona Scuola”, centinaia di migliaia di partecipanti, altrettanti contributi e proposte variamente strutturati e aggregati, per poi cadere nel solito vecchio riflesso pavloviano dell’apposizione di un veto assoluto a qualsiasi ipotesi di cambiamento.
Alla fine sono prevalsi paure e sospetti: paure di essere sottoposti a valutazione, di non ricevere tutti la stessa retribuzione, pur nella diversità di impegno e di risultati professionali di ciascuno; sospetti sui cosiddetti “superpoteri” del dirigente manager, su nuove modalità assunzionali che tengano conto delle esigenze differenziate delle scuole e degli allievi. I nuovi compiti del dirigente in particolare hanno suscitato scandalo, come se non fossero connessi all’esigenza del migliore funzionamento dell’istituto ma rappresentassero invece l’esercizio di un privilegio se non addirittura di un arbitrio sovrano.
Si potrebbe dire: “nulla di nuovo sotto il sole”. E’ già capitato tante volte o, per meglio dire, ogni qualvolta un governo si era posto concretamente l’obiettivo di un intervento non solo di facciata sulla modernizzazione del sistema “scuola”. Come non ricordare il fuoco di sbarramento di tutto il mondo sindacale contro la proposta di valutazione degli insegnanti avanzata alla fine del secolo scorso dall’allora ministro Berlinguer?
Quello che dovrebbe turbare è, a distanza di tanti anni o decenni, la reiterazione delle medesime parole d’ordine, degli stessi comportamenti compulsivi, frutto, nell’interpretazione più benevola, di un’impostazione difensiva della categoria. Ma quello che ancor di più stupisce è l’ostinazione nel credere che il mondo scolastico sia legibus solutus, ossia affrancato dalle regole di corretta amministrazione che si addicono a tutte le organizzazioni o enti complessi. Questi ultimi sono governati secondo il principio di distinzione tra poteri di indirizzo e di gestione. Nella governance della scuola alle prime due funzioni il ddl 2994 affianca quelle didatticoprogettuali, da attribuire al collegio dei docenti e alle sue articolazioni. Ma gli odierni contestatori non ne sono paghi, quello che a loro davvero interessa è il contrasto alla funzione di gestione attribuita al dirigente, come se della stessa l’istituzione scolastica potesse fare a meno.
Nell’organizzazione scolastica la gestione, secondo la loro visione, non dovrebbe essere contemplata, perché la scuola e il suo personale si autogovernerebbero e non dovrebbero dar conto a nessuno del loro operato. Non tutti naturalmente la pensano in questo modo, in primo luogo quanti si impegnano con generosità nell’interesse della comunità, ma le voci di coloro che dissentono sono sovrastate dal frastuono della protesta e dall’invettiva. L’indignazione — sincera o drammatizzata — è diventata la nota dominante e ha preso il posto della riflessione pacata e del confronto civile.
E il Governo, questo Governo così determinato a vincere altre battaglie politicoparlamentari, che parte vuol giocare nella storia? Dopo aver dichiarato, all’inizio del suo percorso, di voler “cambiare verso”, dopo aver promesso di porre la scuola al primo posto nella scala delle priorità, pare disponibile a trattare o, per lo meno, a non mostrare la stessa ferrea determinazione esibita nell’approvazione dell’Italicum.
Non saranno le elezioni regionali, non sarà il cambio delle priorità politiche a farlo addivenire a più miti consigli, che però nel caso specifico significano la rinuncia a riformare l’organizzazione scolastica e ad attuare l’autonomia posta al centro degli obiettivi riformistici in materia di istruzione? Ancora una volta verrebbero posposti merito, rendicontazione sociale, carriera degli insegnanti, introduzione di strumenti di gestione corrispondenti ai livelli di responsabilità. Perché è chiaro che qualsiasi mediazione al ribasso non possa che rappresentare una rinuncia al cambiamento promesso e, nel caso, ancora una volta inattuato.
Ci sarebbe a quel punto una sola (amara) conclusione da ricavare, che le ragioni della politica avrebbero ancora una volta avuto la meglio su quelle delle politiche di settore e degli interessi dei cittadini.
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Giorgio Rembado / Presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp)
Giorgio Rembado è dirigente dell’Istituto di Istruzione Secondaria di II grado Einaudi Casaregis Galilei di Genova. Dal gennaio 1990 ad oggi è presidente dell’ANP, Associazione nazionale presidi e direttori didattici. Dal marzo 2003 a maggio 2006 è stato presidente CIDA, Confederazione dei dirigenti e delle alte professionalità. Dal gennaio 1999 a settembre 2003 e da settembre 2006 ad oggi, presidente CIDA Federdirigenti funzione pubblica. Dal 1992 è direttore di Autonomia e Dirigenza, notiziario dell’Anp. Ha pubblicato Interventi didattici ed educativi integrativi (1996), L’autonomia organizzativa (2001), La guida del dirigente (2006), Nuovo compendio della legislazione sull’istruzione – Ordinamenti e Autonomie (2009).
Agg. 23/07/2013
http://www.ilsussidiario.net/Autori/R/1203/Giorgio-Rembado/R/#_1203
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“La Buona Scuola? Riforma dai mille pregi. Gli insegnanti non vogliono essere giudicati”
“Smettiamola di credere che tutti i docenti siano bravi e tutti i presidi fascisti”. Parla Mario Rusconi, vicepresidente dell’associazione presidi, e difende la norma di Renzi. Ma avverte: per le nuove assunzioni il 2015-2016 è già andato
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AUDIZIONE VII COMMISSIONE CAMERA + SENATO PROGETTO DI RIFORMA SCOLASTICA – AC 2994 MEMORIA DEPOSITATA DA ANP
http://www.anp.it/filemanager/download/documenti/2015/audizione_vii_080415.pdf
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LA BUFALA DELLE AUDIZIONI ERA APPUNTO UNA BUFALA
Sono gli stessi deputati che fanno parte del Comitato per la legislazione della Camera (che vigilano cioè sulla congruità delle leggi) a mettere in discussione tutto l’impianto della riforma.
Praticamente in quasi tutti i punti la legge non tiene conto di quello che c’è già, o lo contraddice, ma il problema è che poi si contraddice essa stessa.
Insomma, come si paventava, la legge non è stata scritta da grandi esperti, e la bufala delle audizioni era appunto una bufala, altrimenti tutti i distinguo e le proposte presentate da associazioni e enti, se fossero state veramente ascoltate, avrebbero evitato un tale brutta figura.
http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=17507
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I Dirigenti Scolastici partecipano allo sciopero della scuola del 5 maggio
I Coordinamenti nazionali dei dirigenti scolastici di FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola e SNALS CONFSAL indicano obiettivi e ragioni della partecipazione allo sciopero.
30/04/2015
I Coordinamenti nazionali dell’Area V hanno unitariamente esplicitato le motivazioni della partecipazione dei dirigenti scolastici allo sciopero, coerenti con gli obiettivi dell’iniziativa sindacale:
Il DDL “La Buona scuola” deve cambiare
Ai Dirigenti Scolastici non può essere addossata la responsabilità del miglioramento dei risultati della scuola pubblica statale. Né con i vecchi, né con i nuovi poteri.
Alla “Buona scuola” non servono le nuove responsabilità che si vogliono attribuire ai dirigenti. Esse ostacolano l’esercizio delle funzioni del dirigente scolastico e già producono fra il personale scolastico dissenso, disimpegno e conflittualità.
Alla “Buona scuola” serve un’autonomia scolastica forte e rispettata che deve essere quella prevista dal regolamento di istituzione e non deve essere stravolta con conseguenze negative in termini di uguaglianza e di salvaguardia del sistema nazionale di istruzione.
Alla “Buona scuola” servono partecipazione, responsabilità diffusa e condivisione di tutti i docenti e di tutto il personale ATA, serve un organico funzionale alla realizzazione dell’offerta formativa e al miglioramento dei servizi generali, amministrativi e tecnici.
Alla “Buona scuola” serve un nuovo contratto di lavoro, rinnovato e adeguato alle esigenze organizzative e al raggiungimento dell’obiettivo del miglioramento della qualità dei risultati, che assicuri la partecipazione di tutti i lavoratori della scuola a percorsi di formazione continua e stimoli e sostenga la ricerca e lo sviluppo dell’autonomia didattica.
Alla “Buona scuola” servono finanziamenti adeguati alle sue esigenze di funzionamento e alla retribuzione del personale che assicura le funzioni organizzative e le attività aggiuntive.
Alla “Buona scuola” serve la realizzazione delle promesse fatte dal Governo di liberarla dalle molestie burocratiche (gestione pensionamenti, TFR, ricostruzioni di carriera, graduatorie, contenziosi…) e di affrancarla dall’applicazione di norme generali che le sono state imposte senza i necessari adattamenti (trasparenza, anticorruzione, semplificazione, dematerializzazione…)
Alla “Buona scuola” non serve il preside nominato dai politici e da loro revocabile. In ognuna delle 8.500 scuole della Repubblica deve esserci un dirigente scolastico selezionato secondo il merito e attraverso un pubblico concorso. In questo anno scolastico sono 1.166 le scuole in reggenza, nel prossimo anno diventeranno almeno 1.800, nel 2016/17 potrebbero essere 2.500: è necessario che venga bandito al più presto un pubblico concorso affinché ciascuna scuola abbia il suo dirigente scolastico.
Alla “Buona scuola” servono dirigenti scolastici rispettati a partire dalla loro retribuzione professionale che deve essere uguale per tutti all’interno della categoria e uguale al resto della dirigenza pubblica e ricomprendere tutti i fondi sottratti negli anni scolastici 2012/13, 2013/14 e 2014/15 che il Governo si era impegnato a restituire.
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