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Sono bloccati da 7 anni dai furbetti della politica gli stipendi di docenti e ata.

📅 Pubblicato il 03 February 2017 • 🎓 Polo Didattico AetnaScuola
Archivio Storico AetnaScuola A cura di Vincenzo Pascuzzi • Pubblicato originariamente su AetnaScuola.it

Per gli insegnanti e per gli ata , stipendi sostanzialmente bloccati, da sette anni. Gli insegnanti, i collaboratori scolastici, gli assistenti, i tecnici, gli amministrativi e i direttori dei servizi delle 8.200 scuole pagano da anni, dal 2008-2009, e continuano a pagare. Hanno già pagato circa 28 miliardi di euro in sette anni. Soldi che sono stati a loro negati dai politici (possiamo dire dai “furbetti della politica”?).

Promesse da marinaio, caratterizzate da elemosine mensili, in caso di elezioni politiche di qualsiasi tipo. Per i deputati e i senatori, lauti stipendi. Per la scuola una legge da rottamare.

Soldi che sono stati perduti, e con essi sono stati i contributi pensionistici. La perdita mensile è oggi compresa tra 150 e 240 euro (in un anno: tra 1.950 e 3.120 euro). A cui si aggiungono le perdite dei contributi che graveranno sulla pensione contributiva.

Maggiori particolari in “La promessa di marinaio della ministra Stefania Giannini: ‘Almeno di 2.000 euro al mese la soglia dignitosa dello stipendio dei docenti’”. Promesse di marinaio o di “furbetti della politica”?  Comunque sia, è il caso di restituire in fretta ai docenti e al personale ata ciò che (invece di dire che è stato sottratto) non è stato corrisposto da sette anni nonostante la notevole crescita del loro lavoro.

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Sono bloccati da 7 anni dai furbetti della politica gli stipendi di docenti e ata. Puniti perché si assentano per malattia in media 9 giorni l’anno?

di Polibio – 31 gennaio 2017

I dati relativi alle assenze degli statali dal lavoro sono forniti dall’Agenzia generale dello Stato. Quelli recenti si riferiscono alle assenze nella pubblica amministrazione durante il 2015: sono stati diffusi alcuni giorni fa dai quotidiani, dai settimanali e dai canali televisivi, pubblici e privati. I dipendenti pubblici sono tre milioni e duecentomila. Dei quali, circa 800.000 sono docenti a tempo indeterminato); poco più di 200.000 sono gli assistenti amministrativi, gli assistenti tecnici, i collaboratori scolastici (ata) e i direttori dei servizi generali e amministrativi (dsga), quindi  complessivamente un milione, tra docenti e non docenti, a tempo indeterminato nell’organico di diritto. In organico di fatto, si aggiungono, con incarico annuale (dall’1 settembre al 30 giugno dell’anno successivo) oppure con incarichi temporanei più o meno lunghi della durata di settimane, docenti e non docenti, comunque tutti a tempo determinato e in condizione di precariato, a coprire complessivamente almeno il tempo corrispondente ad altri 200.000 posti di lavoro.

I dati delle assenze nel 2015 dei dipendenti pubblici dal lavoro, ovviamente si tratta di valori medi, risultano, peraltro in calo rispetto al 2014, di 9,2  giorni per malattia, di 3 giorni per maternità , di 2,1 giorni per la legge 104, di 1 giorno per congedi straordinari. Evidentemente, trattandosi di valori medi, ci sono dipendenti pubblici, statali, che non si sono assentati affatto, altri che a causa di malattia si sono assentati complessivamente per meno di 9 giorni e altri le cui assenze per malattia hanno superato la soglia del valore medio di 9,2 giorni. Di certo appare banale,  e la pubblica amministrazione non può affatto piangere sui costi, l’inserimento delle assenze per maternità, sancite da specifiche norme di legge, e quelle per la legge 104 tra le assenze delle quali “lamentarsi”, trattandosi di diritti assoluti e quindi irriducibili, a tutela delle donne in gestazione e dei nascituri, nonché delle persone in condizioni di gravissima inabilità permanente. Per le altre assenze, quelle per malattia, nonostante non sia eccessivo il dato annuale medio di 9,2 giorni, potrebbero esserci stati ed esserci casi di “furbetti”. Ma in questo caso si potrebbe anche dire che da parte dei politici, in particolare dei Ministri e dei Governi del tempo, compreso quello che dopo la vittoria del NO alle elezioni referendarie del 4 dicembre 2016 è stato “rinnovato” in fotocopia durante il mese di gennaio, ci siano state responsabilità. Soprattutto perché non sono stati svolti gli accertamenti, cioè le cosiddette visite fiscali – dopo che i responsabili degli uffici pubblici avevano ricevuto le comunicazioni dei dipendenti concernenti assenze per malattie certificate dai medici – nei confronti, facendo riferimento alla scuola, di docenti e di non docenti. Fermo restando che il valore medio di 9,2 giorni in un anno (complessivamente, i giorni lavorativi, considerandone settimanalmente sei, escluse le domeniche, i festivi e le ferie, sono circa 270; sono di meno quelli lavorativi dei docenti, e quindi sono di meno le assenze per malattia).

L’articolo 55 septies del D.Lgs. 165/2001, 5° comma, come modificato dalla legge n. 111/2011, prevede (e prevedeva) per l’Amministrazione l’obbligo di disporre visite fiscali sin dal primo giorno solo nel caso di assenze che si verifichino nelle giornate immediatamente precedenti o successive a quelle non lavorative, anche con riferimento all’articolazione del turno al quale il dipendente è assegnato nonché alle giornate di permesso o ferie concesse. Visite fiscali, tutte, comprese quelle per le altre tipologie temporali di assenze, con obbligo di orario di permanenza a casa per il pubblico dipendente, sancito dal D.M. n. 216/2009, dalle ore 9 alle ore 13 e dalle ore 15 alle ore 19. Quindi, altro che “furbetti” rispetto all’assenza di chi aveva (e ha) il dovere di applicare la legge e non la applica giustificando l’inadempienza con la mancanza di risorse finanziarie  in un Paese nel quale l’evasione fiscale ha regnato e continua a regnare sovrana, nel quale gli sperperi, le tangenti e le gare d’appalto “profumano” d’affari”, mentre gli stipendi, dei docenti e dei non docenti, sono sostanzialmente bloccati da sette anni, svalutati del 12-14 per cento del loro potere di acquisto e nel 2016 in sostanziale perdita da 150 a 240 euro al mese. In ambito scolastico, i docenti e gli ata, anche se possono essersi assentati, ovviamente per motivazioni (di salute o di altro) certificate – dovendo i docenti recarsi in classe e i non docenti svolgere la loro attività di tecnici, di assistenti amministrativi e di collaboratori scolastici in ambiti assolutamente visibili, e di responsabilità nei confronti degli studenti –, non possono essere affatto equiparati ai cosiddetti “furbetti del cartellino”, quelli che timbravano e uscivano, andavano al supermercato e poi a casa, e ad ora tarda ritornavano all’ingresso dell’ufficio e timbravano il cartellino per “certificare” la loro “regolare” uscita.

Purtroppo, a scuola può magari esserci stato qualcuno, certamente non un docente, ma un non docente, un collaboratore scolastico, che, pur avendo correttamente timbrato il cartellino per certificare l’ingresso, è uscito dalla scuola durante la mattinata senza timbrare il cartellino, impropriamente e illecitamente “incaricato” dal preside-padrone di svolgergli un servizio privato (magari all’ufficio postale per spedire raccomandate a determinati destinatari). Un preside-padrone che verbalmente aggredisce, utilizzando termini ed espressioni spregevoli, oltre che minacciosi, la persona che svolge la funzione di dsga, dato che si era permessa di chiedere al pubblico dipendente perché e su richiesta di chi si era scorrettamente allontanato dalla scuola, senza permesso. Aggiungendo quel preside-padrone all’aggressione verbale nei confronti del dsga che nessun altro si sarebbe mai permesso di comportarsi in quel modo nei suoi confronti. Chi è in casi come questo o simili a questo il “furbetto del cartellino”? Un “furbetto”, il preside-padrone, che, oltre a violare la legge e a farla violare a un pubblico dipendente per svolgergli un “servizio” niente affatto pubblico ma di stampo padronale, non si è posto nemmeno il problema delle conseguenze di un eventuale incidente che avrebbe potuto subire il dipendente pubblico. Nella scuola, il dirigente scolastico ha il dovere di comportarsi correttamente, utilizzando il marcatempo in entrata, in uscita, in rientro e poi in uscita durante la giornata, nonché di evitare sue presenze in ambienti assolutamente inadeguati rispetto all’obbligata presenza nell’istituzione scolastica di riferimento, quali potrebbero essere i negozi, i supermercati, le sale da gioco.

Polibio ha conosciuto molti dirigenti scolastici puntuali e corretti, rispettosi dei docenti, del direttore dei servizi, del personale ata e del loro lavoro; corretti nel rispettare i loro diritti e le norme di legge. Pur troppo, ci sono anche quelli, ma Polibio ritiene che possano essere un numero limitato, che non rispettano i diritti dei docenti, che violano le norme del Contratto collettivo nazionale del comparto scuola, imponendo ai docenti obblighi assolutamente non dovuti, e le norme di legge. Presidi-padroni che arbitrariamente gestiscono i Collegi dei docenti. E pertanto è necessario che il segretario verbalizzante non si faccia “distogliere” nella stesura del verbale e che i docenti stiano attenti alla lettura del verbale nella fase di approvazione, perché potrebbero incorrere in responsabilità penali e disciplinari. Soprattutto se sono state omesse, rivolte a persone assenti, magari addirittura pronunciate dal preside-padrone, durante un tempo di lunga durata, espressioni addirittura offensive. Presidi-padroni assillati dalla smania di punire i docenti con sanzioni disciplinari di sospensione dall’insegnamento con perdita del trattamento economico ordinario fino a dieci giorni (e magari di ripetere sospensioni a catena, una dopo l’altra, senza interruzione). Presidi-padroni che, a causa delle violazioni delle leggi che hanno l’obbligo di conoscere e di correttamente applicare, agiscono con prepotenza (soprattutto nei confronti del personale femminile, dovendosi considerare che il personale docente è prevalentemente femminile), perdono le cause in sede penale e in sede civile del lavoro. E magari protestano nei confronti dell’Avvocatura dello Stato, dalla quale vogliono essere rappresentati in giudizio (e si potrebbe dire sostenuti e difesi nonostante le macroscopiche violazioni di legge e di diritti), limitandosi a presentare una relazione, sconfitta a causa di quanto per colpa loro, presidi-padroni, è accaduto in ambito scolastico, responsabili del danno economico e di quello all’immagine causati alla pubblica amministrazione, dei quali ciascuno è stato autore, perché non c’è avvocato o avvocatura che possa vincere un procedimento giudiziario nel quale è di tutta evidenza che la responsabilità – per palese violazione di legge e dei diritti del lavoratore che ha avanzato il ricorso alla magistratura in opposizione al comportamento in ambito scolastico del preside – è pienamente attribuibile all’illecito comportamento del “cliente”, cioè del preside. Che in definitiva dovrebbe essere disciplinarmente sanzionato dall’Ufficio Scolastico Regionale di riferimento, anche con il licenziamento. Sanzionato addirittura prima dell’inizio della causa per controversia di lavoro, perché nei confronti di un preside che procede in violazione di norme di legge e di diritti del lavoratore, e in questo caso l’Avvocatura dello Stato è assolutamente importante, il Direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale, adeguatamente informato, ha il dovere di intervenire.

Negli istituti scolastici, il personale, soprattutto quello docente, è prevalentemente femminile. Pertanto, le assenze per la maternità (che nel complesso dei settori lavorativi sono state nel 2015 del valore medio di 3 giorni di assenza) sono state certamente, dividendo il totale dei giorni per il  numero complessivi dei docenti e del personale ata, del valore medio superiore ai 3 giorni di assenza, ovviamente rispetto ad ambienti di lavoro nei quali la presenza di lavoratrici è di poche unità. Per quanto concerne i congedi straordinari (valore medio 1 giorno di assenza nella pubblica amministrazione), i dipendenti della scuola hanno diritto, a domanda, nell’anno scolastico, a tre giorni di permesso retribuito per motivi personali o familiari documentati anche mediante autocertificazione. Per gli stessi motivi e con le stesse modalità, possono fruire sei giorni di ferie durante i periodi di attività didattica di cui all’art. 13, comma 9, del contratto collettivo nazionale, prescindendo dalle condizioni previste in tale norma. Le richieste sono limitate. La divisione del totale delle assenze per la legge 104 (che corrisponde a 1 giorno per ciascuno dei dipendenti dell’amministrazione pubblica), in definitiva riguarda un impegno e un dovere sociale-assistenziale che attiene fondamentalmente allo Stato.

La questione prevalente riguarda le assenze per motivi di salute. Per la verità, non sembra che per quanto riguarda il mondo della scuola, la media di 9,2 giorni in un anno sia elevata. Tra l’altro, la media si ottiene dalla somma delle assenze delle singole unità di lavoro divisa per il numero delle unità operative. Novanta giorni di assenza per infortunio, corrispondono all’assenza di 90 persone, ciascuna di 1 giorno; di 45 persone, ciascuna di 2 giorni; di 30 persone, ciascuna di 3 giorni; e così fino ad arrivare all’assenza di 10 persone, ciascuna di 9 giorni. Se un docente è assente per 270 giorni, si rifaccia il calcolo. Lo stesso per quanto riguarda le aspettative per motivi di salute, con riduzione dello stipendio mensile. Si avrà una quantità di probabilità. In definitiva, soltanto una minoranza si assenta per malattia. Ovviamente anche per più di 9 giorni, rispetto a chi non si assente affatto e si assenta per qualche giorno. Se la questione è oggi quella di battere i cosiddetti “furbetti del weekend”, è assolutamente facile accertare la verità: lo dice da anni la legge, immediata visita medico-fiscale; l’assenza per malattia deve essere già stata certificata da un medico o avvenuta a seguito di ricovero ospedaliero. Non c’è alcun bisogno, per eliminare i casi di “furbetti del weekend”, di ricorrere ai “premi” da corrispondere ai “virtuosi”, di spargere “mancette” ed “elemosine” addirittura inferiori a un euro al giorno in ambito scolastico.

L’attenzione deve essere rivolta, dal personale docente e ata, dalle RSU, dai sindacati della scuola, a ciò che potrebbe essere considerato l’agire dei “furbetti della politica”, che in definitiva sono stati e sono i responsabili del danno arrecato ai docenti e al personale assistente, tecnico, amministrativo, collaboratore scolastico e responsabile della direzione amministrativa in servizio con contratto a tempo indeterminato e ai lavoratori in servizio con contratto da precario, con intervalli di tempi più o meno lunghi senza lavoro in attesa di un nuovo contratto da precario, nel corso degli ultimi sette anni. Non c’è alcun dubbio sulla necessità di controllare la correttezza delle presenze e dei tempi di lavoro. E se da parte del Governo si sta operando per colpire i cosiddetti “furbetti del weekend”, è giusto che la faccia in tempi brevi, per non fare saltare giorni di lavoro a causa di assenze arbitrarie di dipendenti pubblici. Ma l’agire dei “furbetti della politica” è stata la causa dell’assunzione di comportamenti da parte di un’assoluta minoranza di dipendenti pubblici “furbetti del cartellino” o inventori di altre “furbizie”. Va detto che i politici sono stati eletti senza vincolo di mandato alla Camera, al Senato, nei diversi Consigli. Le loro assenze, molte senza giustificato motivo, da “furbetti della politica”, sono state oggetto di numerosi articoli pubblicati dai quotidiani e dai settimanali. Ci sono stati deputati, senatori, consiglieri regionali e comunali, a suo tempo anche provinciali, che sono stati presenti nelle rispettive assemblee poche volte durante il mandato, addirittura da potersi contare con le dita di una mano e al massimo di entrambe le mani. Una sola volta. Ci sono stati e ci sono ancora gli assenti abituali, i notoriamente assenti, i notevolmente assenti (addirittura limitando le presenze in Parlamento soltanto per pochi giorni). Tutti comunque retribuiti. Ci sono stati e continuano a esserci i cosiddetti “voltagabbana”, o “cambia casacca” che dir si voglia, a fare i “salti della quaglia”, anche più volte durante la legislatura, da un partito all’altro, da un gruppo all’altro, con passaggi dall’apposizione alla maggioranza (si badi bene: dall’apposizione alla maggioranza), ponendosi in posizione opposta a quella del voto che a loro favore era stato espresso dagli elettori. Assenze (non per malattia) ovviamente retribuite, e abbastanza bene, tutto compreso. Gli eletti sono troppi: potrebbero essere 320 alla Camera dei deputati, 160 al Senato, circa la metà i consiglieri regionali e quelli comunali. In “compenso”, sono aumentati, alquanto, per gli insegnanti, gli alunni in ciascuna classe e con gli alunni sono aumentati i compiti scritti da loro svolti in classe e a casa. Gli stipendi, invece, nonostante il maggior lavoro (almeno del 30 per cento), sono in perdita: da 150 a 240 euro al mese, altrettanti per la tredicesima mensilità.

Per gli insegnanti e per gli ata (complessivamente un milione e duecentomila in servizio nei posti dell’organico di diritto e in quelli che vengono a costituire l’organico di fatto), stipendi sostanzialmente bloccati, da sette anni. Gli insegnanti, i collaboratori scolastici, gli assistenti, i tecnici, gli amministrativi e i direttori dei servizi delle 8.200 scuole pagano da anni, dal 2008-2009, e continuano a pagare. Hanno già pagato circa 28 miliardi di euro in sette anni. Soldi che sono stati a loro negati dai politici (possiamo dire dai “furbetti della politica”?). Promesse da marinaio, caratterizzate da elemosine mensili, in caso di elezioni politiche di qualsiasi tipo. Per i deputati e i senatori, lauti stipendi. Per la scuola una legge da rottamare. Soldi che sono stati perduti, e con essi sono stati i contributi pensionistici. La perdita mensile è oggi compresa tra 150 e 240 euro (in un anno: tra 1.950 e 3.120 euro, in relazione all’anzianità di servizio, rispettivamente, dal primo anno alla collocazione in pensione). A cui si aggiungono le perdite dei contributi che graveranno sulla pensione contributiva. Maggiori particolari in “La promessa di marinaio della ministra Stefania Giannini: ‘Almeno di 2.000 euro al mese la soglia dignitosa dello stipendio dei docenti’”. Promesse di marinaio o di “furbetti della politica”?  Comunque sia, è il caso di restituire in fretta ai docenti e al personale ata ciò che (invece di dire che è stato sottratto) non è stato corrisposto da sette anni nonostante la notevole crescita del loro lavoro.

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