La tesi controcorrente di Furedi è che l’istruzione è importante per se stessa, per i contenuti che veicola. Apprendere le conoscenze e le scoperte frutto di esperienze fatte da altri, in luoghi anche remoti e in situazioni storiche diverse da quelle cui sono abituati, permette ai giovani di sviluppare le imprescindibili capacità di pensare, conoscere, immaginare, osservare, giudicare, interrogare.

Nel recente On Tolerance (2011), Frank Furedi smaschera la sostanziale intolleranza del politicamente corretto, ma tra i suoi bersagli più recenti spicca il cosiddetto paranoid parenting, ovvero come e perché, a forza di proteggere i ragazzi, i genitori abbiano sviluppato una sindrome molto simile alla paranoia.

E mentre ancora si discute se esista o meno una ‟fobia scolastica”, basta che un bambino sia un po’ vivace o turbolento perché venga dichiarato affetto da un disturbo da deficit dell’attenzione.

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“PERCHÉ SI STUDIA QUELLO CHE SI STUDIA”

commento di Rebert – 31 luglio 2017 16:54

Claudio Giunta scrive sempre cose molto interessanti Mi risulta che stia anche scrivendo un testo critico sulla didattica (o didatticismo che dir si voglia).

Quanto al tema del post di Giorgio Ragazzini, c’è un bel saggio – che io ho scoperto da poco e che magari altri conoscono molto bene – di un sociologo inglese, emerito all’Università di Kent, Frank Furedi (origini ungheresi) “Fatica sprecata. Perché la scuola oggi non funziona” Vita e pensiero edizioni, 2012, che tratta con chiarezza e competenza e linguaggio non pedagogico molti temi caldi dell’inversione di tendenza dell’istruzione (centralità dello studente; personalizzazione dell’insegnamento, ricerca delle motivazioni; felicità a scuola e via dicendo).

Rispetto a cosa insegnare a scuola Furedi, che si richiama a Hanna Arendt, scrive “Il primo compito dell’istruzione non è inseguire un mondo in continuo cambiamento, ma preservare il passato in modo che i giovani abbiano le risorse culturali e intellettuali per affrontare le sfide dell’esistenza… Anche se la società è continuamente soggetta alle forze del cambiamento, l’istruzione deve mettere i giovani in contatto e in confidenza con l’ eredità del passato” .

Furedi sarà ospite in un convegno a Roma il 5 ottobre e, nota curiosa (si fa per dire…), il suo libro è scarsamente presente nelle biblioteche pubbliche, comprese quelle universitarie, per non dire delle facoltà di pedagogia. E non è l’ultimo arrivato: è considerato internazionalmente un sociologo di vaglia.

https://www.blogger.com/comment.g?blogID=2437060168770673181&postID=1324306821096937522&bpli=1

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Fatica sprecata. Perché la scuola oggi non funziona

Frank Furedi

Descrizione

Che oggi la scuola sia in grave difficoltà è un’evidenza sotto gli occhi di tutti. Eppure mai come adesso ci si è preoccupati tanto dell’istruzione e si sono spese tante risorse e riposte tante aspettative in essa. Si è insomma di fronte a quello che Frank Furedi chiama “il paradosso dell’istruzione”: mentre investiamo sempre di più nell’insegnamento, e sempre di più vorremmo ricavarne, le nostre scuole chiedono sempre meno agli studenti. Basse aspettative nei confronti dei ragazzi, la tendenza a infantilizzarli attraverso una forte psicologizzazione del rapporto educativo e un infinito maternage, la ricerca ossessiva delle loro motivazioni, il declinare dell’autorità degli adulti producono l’esatto contrario di ciò a cui l’istruzione dovrebbe mirare, cioè la formazione di persone autonome, critiche, capaci di una propria visione del mondo. La tesi controcorrente di Furedi è che l’istruzione è importante per se stessa, per i contenuti che veicola. Apprendere le conoscenze e le scoperte frutto di esperienze fatte da altri, in luoghi anche remoti e in situazioni storiche diverse da quelle cui sono abituati, permette ai giovani di sviluppare le imprescindibili capacità di pensare, conoscere, immaginare, osservare, giudicare, interrogare.

https://www.ibs.it/fatica-sprecata-perche-scuola-oggi-libro-frank-furedi/e/9788834320242

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Fatica sprecata. Perché la scuola oggi non funziona

Frank Furedi

Che oggi la scuola sia in grave difficoltà è un’evidenza sotto gli occhi di tutti. Eppure mai come adesso ci si è preoccupati tanto dell’istruzione e si sono spese tante risorse e riposte tante aspettative in essa. Si è insomma di fronte a quello che Frank Furedi chiama «il paradosso dell’istruzione»: mentre investiamo sempre di più nell’insegnamento, e sempre di più vorremmo ricavarne, le nostre scuole chiedono sempre meno agli studentiLa maggior parte delle energie investite nell’istruzione viene così sperperata e il lavoro di insegnanti, genitori, pedagogisti, politici e studenti diventa «fatica sprecata». Da intellettuale lucido e appassionato qual è, ma anche da genitore interessato e preoccupato, Furedi non si ferma a prendere atto della situazione, ma vi scava dentro con una profondità e una libertà del tutto originali, nell’intento di portare alla luce il vero nocciolo del problema e di assegnare le responsabilità di una situazione che rischia di privare i giovani del loro futuro.

Basse aspettative nei confronti dei ragazzi, la tendenza a infantilizzarli attraverso una forte psicologizzazione del rapporto educativo e un infinito maternage, la ricerca ossessiva delle loro motivazioni, il declinare dell’autorità degli adulti producono l’esatto contrario di ciò a cui l’istruzione dovrebbe mirare, cioè la formazione di persone autonome, critiche, capaci di una propria visione del mondo. Se a tutto ciò si aggiunge una concezione strumentale della scuola come funzionale all’economia e al lavoro, si ha una misura di quanto si stia immiserendo il lavoro educativo in generale e quello scolastico in special modo, fino al loro svuotamento.

La tesi controcorrente di Furedi è che l’istruzione è importante per se stessa, per i contenuti che veicola. A chi afferma che oggi ai ragazzi servono non tanto la storia o la letteratura o la matematica, quanto le abilità specifiche per adattarsi e interloquire con la società e il mondo del lavoro o, al limite, una generica capacità di ‘imparare a imparare’, egli risponde che apprendere le conoscenze e le scoperte frutto di esperienze fatte da altri, in luoghi anche remoti e in situazioni storiche diverse da quelle cui sono abituati, permette ai giovani di sviluppare le imprescindibili capacità di pensare, conoscere, immaginare, osservare, giudicare, interrogare. Un siffatto lascito culturale dà agli studenti una comprensione del passato e una conoscenza con cui affrontare, teoricamente e praticamente, i problemi del presente e del futuro.

Rivelano così tutta la loro pregnanza le parole di Hannah Arendt che Furedi ha voluto porre all’inizio di questo suo lavoro: «L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti».

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Frank Furedi, sociologo, ha insegnato all’Università del Kent, studiando i nodi problematici della vita culturale contemporanea, come la paura nei confronti di un futuro incerto, la percezione del rischio nell’era post 11 settembre, la vulnerabilità nell’incertezza dei ruoli, soprattutto educativi, la nuova fondazione del concetto di autorità morale nelle società occidentali della postmodernità. Spesso presente nei dibattiti culturali e televisivi inglesi, ha pubblicato diversi volumi, tra i quali sono stati tradotti in italiano, oltre a questo, Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana (2005) e Che fine hanno fatto gli intellettuali? I filistei del XXI secolo (2007).

http://www.vitaepensiero.it/scheda-libro/frank-furedi/fatica-sprecata-9788834320242-141876.html

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Recensione: Frank Furedi, Fatica sprecata, Vita e pensiero

8 settembre 2012  admin

Frank Furedi, Fatica sprecata

Titolo orig. Wasted. Why Education isn’t Educating

Vita e Pensiero, pp. 252, euro 18.50

Traduzione Stefano Galli

Il nuovo, interessante saggio di Frank Furedi è in buona sostanza riassumibile con una frase che compare più o meno a metà libro: “…la crisi dell’istruzione è spesso il sintomo dell’incapacità di una società di raccontarsi in modo sensato” (p. 149). I motivi della perdita di senso della nostra società trascendono l’intento di questo libro, è ovvio. Ciò che interessa a Furedi è osservare come questa perdita di senso influisca negativamente sulle pratiche educative. Andiamo quindi con ordine all’esposizione delle idee di Furedi, premettendo che il suo è un discorso molto specifico sulla situazione educativa del Regno Unito; peraltro, come è il caso di ogni discorso che coglie nel segno, dallo specifico è facile trarre deduzioni al generale.

“L’appello a personalizzare l’apprendimento non nasce dal timore che metodi di insegnamento ‘impersonali’ ostacolino il buon funzionamento della scuola, ma dalla speranza che questa pratica aiuti a risolvere un gran numero di questioni estranee alle aule scolastiche” (p. 43). Che l’educazione debba essere personale è un palese controsenso rispetto all’oggetto di cui questa disciplina dovrebbe occuparsi, ovvero lo scibile umano, che non è in sé personale. Quanto più si sale nel livello di istruzione, tanto meno particolare essa dovrebbe essere. E’ ovvio che il bambino in prima elementare va trattata in un certo modo, il ragazzo in quinta liceo in un altro. Scopo dell’istruzione dovrebbe essere, è almeno stato fino a tempi non lontani, quello di permettere all’individuo di conoscere realtà a lui lontane, che solo attraverso l’azione dell’educatore possono essergli rese presenti. Questo scopo è venuto esaurendosi nel tempo, almeno come idea di scopo raggiungibile. Infatti oggi alla scuola sono attribuiti compiti che spesso esulano dalle sue competenze. Rendere felice, tranquillo e sicuro di sé l’alunno non è, in prima istanza, il compito della scuola. Questo è un compito che appartiene alla costruzione sociale dell’individuo. Se all’interno della scuola inizia a farsi strada l’idea che suo scopo primario non è, poniamo, la conoscenza della quarta declinazione ma che l’alunno non si senta in ansia davanti al professore mentre declina il sostantivo, tutta la struttura va a pallino. Questo è il primo versante del problema dell’istruzione, il declino della preminenza dell’oggetto (che è anche il problema della società in toto, si badi bene).

Vi è però anche un secondo aspetto da prendere in considerazione, ovvero l’ingerenza di idee e pratiche che con l’istruzione non hanno niente a che vedere; vi è, in altre parole, un interesse pragmatico della società a produrre non persone consapevoli, bensì abili manipolatori di oggetti: “Molti esperti sostengono che quello che i bambini e i giovani imparano a scuola non è in grado di prepararli a una vita da adulti. (…) Uno sfortunato sottoprodotto della svalutazione dell’educazione classica è che il contenuto intellettuale dell’istruzione diventa negoziabile” (p. 48). La negoziabilità dell’istruzione fa si che le scuole intese come strutture si preoccupino in primis a fornire ai loro studenti programmi di studio che non li pongano in difficoltà. Eppure, è chiaro che solo attraverso la risoluzione delle difficoltà un individuo può crescere.

Per immergere un individuo giovane in una situazione colma di difficoltà, occorre che l’adulto eserciti su di esso una qualche forma di coercizione, non ci si scappa. Questa coercizione è attuata dagli adulti tramite il loro incarnare una figura di autorità. La contrattabilità dell’oggetto dell’istruzione indebolisce con ogni evidenza la figura del docente. A questo indebolimento, ormai acclarato, la teoria dell’istruzione ha risposto identificandosi quasi totalmente con la pedagogia, che altro non dovrebbe essere che una tecnica circa la trasmissione dei contenuti, che andrebbero invece stabiliti a monte.

“Ora, sviluppare tecniche pedagogiche atte a motivare i bambini è un obiettivo giusto e importante, ma troppo spesso mettere al centro la motivazione ha portato a sopravvalutare metodi a volte presi di peso dalla psicologia, e ha distratto autorità ed esperti dal riflettere sul tipo di istruzione cui intendono motivare i bambini. (…). Storicamente, fare della motivazione la sfida decisiva per la scuola ha coinciso con la nascita dell’istruzione secondaria di massa negli Stati Uniti del primo Novecento. (…). (Da allora) le discussioni sull’istruzione hanno finito per ruotare intorno a un nuovo, supremo metro di successo: la capacità di non perdere per strada gli iscritti” (pp. 95-96). Abbiamo appena descritto il percorso storico – confermato dalla citazione con cui si apre la recensione – che ha portato al noto problema dell’inclusione, ovvero all’atteggiamento di effettiva negazione delle differenze individuali a partire dal quale non è proponibile né pensabile l’esclusione di alcuno dal percorso formativo completo. In tal modo, però, si ottiene un generalizzato livellamento verso il basso degli standard previsti per il conseguimento dell’attestato di formazione. Molto spesso, sostiene Furedi, dietro l’attestato non vi è più una formazione approfondita né un desiderio verso la conoscenza, ma una semplice abilità a fornire le risposte previste dagli ‘addestratori’: “Come ha osservato una ricerca, “sotto l’ambigua etichetta della centralità dello studente, delle sue scelte e del suo contare di più, le aspirazioni progressiste hanno finito col dare la priorità ad obiettivi di natura gestionale” (p. 104).

La ‘centralità dello studente’ è l’effetto indiretto della perdita di autorità del docente, oltre a rappresentare una subdola cessione di responsabilità nei confronti della parte meno consapevole del rapporto didattico. Attraverso la centralità dello studente trova realizzazione la profezia che viviamo in una società preda della più frenetica spinta innovativa della storia dell’uomo, una società in cui niente è più fisso, una società in cui l’hanno vinta i nuovi guru dell’educazione, che Furedi ribattezza ironicamente neoeraclitei. A giustificare queste affermazioni – che lo studente deve essere il centro – dei teorici dell’approccio soft all’educazione non c’è però alcun dato verificato, solo un affastellarsi di dichiarazioni pleonastiche da parte di politici interessati solo a scaricare i problemi altrove e studiosi di metodi pedagogici interessati a fare sperimentazione.

Tutto questo può comunque essere inquadrato nel generale aumento di controllo sociale esercitato sulle persone. Attraverso lo spostamento del focus dell’istruzione dalla materia di studio agli interessi del soggetto si ottengono persone meno centrate sulla realtà e più infantili, più concentrate sul monitoraggio dei propri bisogni. L’educazione, che nasce come strumento di democrazia volto a rendere disponibili a tutti gli strumenti per interpretare la realtà, si riduce a strumento – spesse volte politico – per fare passare una specifica visione della realtà: “C’è una differenza fondamentale tra socializzazione e ingegneria sociale. La socializzazione non è riducibile alla trasmissione di qualunque valore alla generazione più giovane: essa procede trasmettendo valori già radicati nelle generazioni adulte di una società. Al contrario, l’ingegneria sociale si propone di promuovere valori che al momento non sono radicati, ma che i suoi sostenitori vogliono far attecchire ritenendoli indispensabili al progresso” (pp. 144-145).

L’ingegneria sociale è diventata col tempo un corpus unico che si muove verso un ben definito obiettivo, la produzione di individui felici. Questa ideologia è stata completamente introiettata dal pubblico dell’istruzione (politici, genitori e insegnanti) dando luogo alla generale perdita di autorevolezza che caratterizza l’istituzione scuola: “…l’idea che gli studenti non possano apprendere se non sono contenti, hanno fiducia in se stessi e possiedono un certo numero di altre abilità sociali è la prova evidente dell’adozione di una ben precisa etica dell’insegnamento: prima la psicologia, poi l’istruzione” (p. 215). L’autorevolezza deriva in primis dalla capacità di somministrare dei contenuti. Una scuola che si fa carico del gradiente di soddisfazione dei suoi alunni perde di vista la sua ragion d’essere.

La scuola non è responsabile dell’apparente infelicità che circola nel mondo né della cura al livello del singolo che si suppone necessario apportare: “E’ stato Immanuel Kant a far notare che rendere un uomo felice è tutt’altra cosa da renderlo buono, e la storia ci ha insegnato che una vita ben vissuta non necessariamente è anche una vita allegra” (p. 227). Confondere le acque in modo che la felicità possa essere confusa con il senso delle cose ha come unico risultato produrre persone infelici che non colgono il senso di quello che gli capita.

Il titolo italiano rischia di trarre in inganno. Insegnare non è fatica sprecata, se insegnare è inteso come trasmissione di sapere: è attraverso il sapere che è possibile trasformareil mondo, che è il compito che gli adulti dovrebbero imporre ai giovani, anche a scapito della propria tranquillità: ogni altro scopo (terapeutico o peggio eudemonico) viola la ragion d’essere dell’istruzione. Furedi, consapevole di questo, dedica il libro a quegli insegnanti che chiudono le loro aule e, insensibili alle pressioni, perseguono la strada del sapere attraverso quello che chiama ‘un insegnamento segreto’.

La loro non è fatica sprecata.

http://www.spazioterzomondo.com/2012/09/recensione-frank-furedi-fatica-sprecata-vita-e-pensiero/

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INTERVISTA. Traditi dalla scuola

Alessandro Zaccuri giovedì 22 marzo 2012

​Un sociologo come lui è abituato a fiutare i cambiamenti prima che avvengano, ma che la scuola fosse veramente diventata un problema Frank Furedi lo ha percepito soltanto a cose fatte. Lo racconta nelle prime righe del suo Fatica sprecata, appena pubblicato da Vita e Pensiero nella traduzione di Stefano Galli (pagine 264, euro 18,50). Se il titolo non suona ottimista, il sottotitolo sembra non lasciare scampo: «Perché la scuola oggi non funziona». Anche se quell’oggi, a ben vedere, potrebbe far intuire uno spiraglio di speranza. Nato a Budapest nel 1947, formatosi in Canada e stabilitosi in Gran Bretagna alla fine degli anni Sessanta, Furedi è noto al lettore italiano per saggi decisamente controcorrente come Il nuovo conformismo (Feltrinelli), in cui si prende di mira l’eccesso di psicologia – o, meglio, di psicologismo – nella vita quotidiana o il provocatorio Che fine hanno fatto gli intellettuali? (Cortina). Nel recente On Tolerance (2011) smaschera la sostanziale intolleranza del politicamente corretto, ma tra i suoi bersagli più recenti spicca il cosiddetto paranoid parenting, ovvero come e perché, a forza di proteggere i ragazzi, i genitori abbiano sviluppato una sindrome molto simile alla paranoia. Esagerato? Non troppo, se si pensa che perfino Furedi, quando si è trattato di mandare a scuola il figlio, si è interrogato su quale fosse la scuola migliore a cui iscriverlo. «Una domanda che fino a qualche tempo fa non avrebbe avuto senso – spiega – e che ha confermato una mia sensazione precedente: l’intero sistema dell’istruzione è percepito oggi come un problema. O, quel che è peggio, come la soluzione di ogni problema».

A che cosa si riferisce?

«Una costante della politica inglese degli ultimi decenni è stata l’insistenza, del tutto retorica, sul tema dell’istruzione. La scuola viene presentata come la panacea di ogni male, nella convinzione che tra i banchi i ragazzi possano e debbano apprendere di tutto, preparandosi a diventare buoni cittadini, persone migliori, lavoratori appagati e via di questo passo. Ma questi slogan non fanno altro che rafforzare quello che nel mio libro definisco il “paradosso dell’istruzione”: non si è mai investito così tanto sulla scuola, non se ne è mai parlato così tanto e, nel contempo, non si è mai chiesto così poco agli studenti che la frequentano».Come mai?«Per tutta una serie di motivi, che forse possono essere sintetizzati nel passaggio dal concetto di “istruzione” a quello di “apprendimento”. Non più un percorso formale, costruito su contenuti condivisi e fondato sulla conoscenza del passato, ma un processo vago, che si adegua alle capacità che i ragazzi già possiedono, riducendo al minimo difficoltà e sforzi conseguenti. Gli insegnanti sono terrorizzati dall’idea che in classe ci si annoi e quindi si industriano per rendere le lezioni sempre più divertenti. Peccato che, il più delle volte, si tratti di un divertimento a misura di adulto, che giovani e giovanissimi trovano insopportabilmente noioso. Per fare un solo esempio: i ragazzi conoscono i videogiochi meglio di noi, non hanno alcun bisogno di ritrovarseli a scuola».

Si direbbe che gli adulti non abbiano molta fiducia in sé stessi.

«Il punto è esattamente questo. Di norma, un bambino non vede l’ora di diventare grande, ma in questo momento trova davanti a sé adulti confusi, che si proclamano a loro volta bisognosi di un “apprendimento” costante. È una crisi di responsabilità diffusa in ogni ambito sociale, è vero, ma che nella scuola produce effetti devastanti. Quella che viene messa in discussione, infatti, non è soltanto la gerarchia dei rapporti fra le generazioni, ma la convinzione stessa che esista un sapere da condividere e trasmettere».

Forse perché il concetto di scibile si è talmente allargato da diventare sfuggente?

«A costituire una minaccia non è la vastità del sapere, ma la mancanza di un metodo formale, che risulti applicabile in contesti diversi. Prendiamo la storia, probabilmente la più contestata tra le discipline tradizionali. Il valore da difendere non consiste nel fatto di inserire nel programma le vicende di un determinato Paese o di una determinata dinastia, quando piuttosto nella volontà di insegnare i princìpi basilari della ricerca storica, che stanno all’origine della nostra consapevolezza rispetto al passato. In assenza di questi princìpi, il passato diventa un’entità nebulosa, dalla quale è impossibile apprendere e che pertanto si è autorizzati a trascurare».

Anche lei sta dicendo che la scuola serve per la vita, mi pare.

«Sì, ma nel senso che quello che si studia a scuola, con le caratteristiche formali tipiche dell’istruzione tradizionale, apre la mente alla conoscenza del mondo. I teorici dell’apprendi-mento, al contrario, sostengono che i contenuti non contano, tutto deve avvenire in modo spontaneo, senza impegno».

Una strada senza ritorno?

«Se ci riferiamo ai casi individuali, occorre tristemente ammettere che qualcuno, a questo punto, resterà indietro. Ma viaggiando per l’Europa mi rendo conto di come le mie preoccupazioni siano sempre più frequenti e di come, da più parti, si levi la richiesta di una seria riflessione su questi temi. Possiamo ancora farcela, se vogliamo. Ma non dobbiamo perdere altro tempo».

https://www.avvenire.it/agora/pagine/traditi-dalla-scuola

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Il nuovo conformismo

di Frank Furedi

DESCRIZIONE

Negli ultimi decenni quasi ogni aspetto della vita è diventato oggetto di una nuova cultura delle emozioni. La diffusione del linguaggio e delle pratiche terapeutiche nella quotidianità dimostra quanta importanza la cultura contemporanea attribuisca loro. Bambini di nove o dieci anni affermano di sentirsi ‟stressati” e spesso viene loro diagnosticato uno stato di depressione o di trauma. E mentre ancora si discute se esista o meno una ‟fobia scolastica”, basta che un bambino sia un po’ vivace o turbolento perché venga dichiarato affetto da un disturbo da deficit dell’attenzione. Delusioni quotidiane – un rifiuto, un insuccesso, il sentirsi ignorati – vengono visti come una minaccia all’autostima. L’affermarsi di questa cultura ‟terapeutica”, di un modo di pensare diffuso che influenza la percezione generale dei fatti della vita, coincide per Furedi con una radicale ridefinizione della personalità. Sempre più si incoraggiano le persone a vedersi come impotenti e insicure, a considerare una certa vulnerabilità come una caratteristica psicologica umana e a esternare la propria fragilità interiore. Esempi estremi li vediamo sullo schermo televisivo negli innumerevoli reality e talk show o nelle esibizioni da parte di uomini politici della propria umana debolezza. Questo nuovo conformismo emotivo è per Furedi una forma di gestione sociale, un governo delle anime più sottile e pervasivo di quanto le religioni e le ideologie del passato siano mai riuscite a fare. Serve a smorzare le tensioni sociali, ad anestetizzare i possibili conflitti, a ridurre al silenzio le voci di ribellione, ridefinendo le questioni pubbliche come problemi privati dell’individuo.

http://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/il-nuovo-conformismo-1/#descrizione

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