Lucca, una risposta all’Amaca classista di Michele Serra / Il bullismo è colpa dei poveri

Sostiene Michele Serra: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza. Non sono d’accordo. Il nuovo bullismo non è un fenomeno “di classe”, ma “di classi”, non sottoprodotto della povertà, quanto piuttosto movimento di tendenza del tempo dei social

E allora l’inganno non è nell’aver convinto le persone che siamo tutti uguali, l’inganno consiste nell’aver detto che quelle sorti non solo erano vere, ma che erano a portata di mano di tutti. E se il populismo, come lo chiama Serra con orrore, dilaga, è per la consapevolezza dell’irraggiungibilità dei livelli di benessere, ricchezza, disponibilità, possibilità di prendere l’ascensore sociale dei genitori.

Va bene che ci sono anche molti istituti borderline e molte situazioni di caos, ma la scuola italiana è piena di virtù e di passione, malgrado un recentissimo saggio di Giovanni Floris (“Ultimo banco”, Edizioni Solferino) abbia dimostrato, numeri alla ,mano che gli insegnanti italiani sono (follemente) in meno pagati in Europa. Se voglio investire qualcuno di nuova autorità – di questo sono convinto – devo anche pagarlo.  

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Lucca, una risposta all’Amaca classista di Michele Serra

di Francescomaria Tedesco – 20 aprile 2018

Lucca, una risposta all’Amaca classista di Michele Serra

La colpa non è di nessuno. Semmai dei poveri. Sembrano i Monty Python, invece è Michele Serra, che commentando i fatti di Lucca, dove un ragazzino è stato filmato mentre teneva un atteggiamento violento e intimidatorio nei confronti di un professore, ha scritto che “il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza”. Questa affermazione intenderebbe forse denunciare la struttura classista della nostra società, ma siccome è falsa non vuole, in realtà, che riprodurla. I poveri delinquono di più, sono ignoranti come i loro genitori, sono aggressivi e impreparati alla vita, dice Serra. Il che significa che i ricchi, i figli dei dottori, sono migliori, e lo sono deterministicamente. Per parodiare quanto Marx diceva a proposito della monarchia – e per prendere in giro Serra e le sue ottocentesche posizioni – si potrebbe dire che “il segreto dell’andare bene a scuola ed essere educati è la zoologia”.

Naturalmente il discorso scivola sul populismo, inteso da Serra come una generica esaltazione del popolo, dunque della massa informe. Una vecchia storia, che risale alla distinzione delle forme di governo nell’antichità classica, e che arriva, frusta, ai nostri tempi. Aristotele distingueva la politeia dalla democrazia come governo a vantaggio dei poveri, condotto dai poveri, dalla plebe, una forma corrotta, così come per Rousseau la democrazia si trasforma in oclocrazia. Ma non meriterebbe altro commento un’uscita del genere su un fatto di cronaca, se essa, andando oltre il fatto stesso, non denunciasse involontariamente tutta l’insipienza delle classi dirigenti nel cogliere i fenomeni, tutta la chiusura che esse dimostrano nei confronti di quelle che, non capendo, indicano come minacce ai loro status.

Intanto partirei da questo fatto: i riformatori e le carceri sono pieni di poveri perché il diritto penale e dell’esecuzione penale prediligono la repressione di fenomeni legati alla povertà e alla subalternità. Detto in altri termini, in carcere vanno solo i poveracci non perché sono poveracci, ma perché il sistema penale preferisce punire loro piuttosto che, per esempio, i colletti bianchi. Questo però non è un dato universale: nella Repubblica Popolare Cinese, i reati considerati di maggiore pericolosità sociale e di maggiore offensività verso la comunità non sono, per esempio, lo spaccio, ma i reati contro lo Stato e la pubblica amministrazione. Non sto dicendo di preferire la Cina (perché lì per esempio questi criteri si abbattono sul dissenso, anche quello espresso in forma religiosa), sto dicendo che la composizione sociale dei detenuti rispecchia le politiche penali, che si fondano su scelte che derivano da specifiche impostazioni culturali, filosofiche, religiose, etc. Per stare all’Europa, l’Italia punisce un colletto bianco ogni 65 pusher, mentre in Germania il numero dei detenuti della prima categoria sopravanza quelli della seconda.

Ma in generale Serra non fa che ripetere il mantra borghese della virtù salvifica della cultura, che deve essere necessariamente mediata dalla ‘buona educazione’. Non sarà compito mio citare statistiche e dati. Faccio mio quanto ha affermato la saggista e insegnante Claudia Boscolo su Quora: “In nessun modo un istituto tecnico può essere considerato un refugium peccatorum, un’ultima spiaggia, o la scuola dei bulli o dei poco dotati. In realtà, l’istituto tecnico in Italia è una scuola molto seria, dove si studia molto e materie impegnative. È anche, contrariamente a quanto si crede, la scuola superiore dove si boccia di più. In nessun caso si può pensare che all’istituto tecnico passino tutti, che il diploma sia più facile e altre banalità associate a un percorso di studio non liceale da chi – avendo frequentato un liceo – non ha un’esperienza di prima mano di questo indirizzo di studi”.

Forse ciò che invece dimostra l’articolo di Serra è che le vicende di Lucca de te fabula narratur: della incapacità, cioè, degli adulti, dei vecchi, della classe dirigente, degli educati e dei capaci, del ceto medio riflessivo, di guidare i giovani, il popolo, le masse, verso le magnifiche sorti e progressive di cui essi sono i (self-appointed) cantori. E allora l’inganno non è nell’aver convinto le persone che siamo tutti uguali, l’inganno consiste nell’aver detto che quelle sorti non solo erano vere, ma che erano a portata di mano di tutti. E se il populismo, come lo chiama Serra con orrore, dilaga, è per la consapevolezza dell’irraggiungibilità dei livelli di benessere, ricchezza, disponibilità, possibilità di prendere l’ascensore sociale dei genitori.

Francescomaria Tedesco Filosofo del diritto e della politica

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/20/lucca-una-risposta-allamaca-classista-di-michele-serra/4305281/

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[La polemica] Il bullismo è colpa dei poveri. L’assurda teoria dei radical chic di sinistra

Sostiene Michele Serra: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza. Non sono d’accordo. Il nuovo bullismo non è un fenomeno “di classe”, ma “di classi”, non sottoprodotto della povertà, quanto piuttosto movimento di tendenza del tempo dei social

di Luca Telese, editorialista 

Il bullismo? È un problema dei poveri, che sono bulli proprio perché poveri e perché maleducati, e  visto che sono poveri e maleducati sono anche quelli che finiscono all’istituto tecnico. Non sono minimamente d’accordo con questa tesi, sostenuta da Michele Serra, in una clamorosa “Amaca” pubblicata oggi su La Repubblica. E non sono d’accordo con una tesi sostanzialmente “classista”, non per un motivo ideologico, ma per una ragione tutta empirica, che riguarda proprio l’essenza del nuovo bullismo: non fenomeno “di classe”, ma “di classi”, non sottoprodotto della povertà, quanto piuttosto movimento di tendenza del tempo dei social.

La teoria di Michele Serra

Ma procediamo con ordine. Scrive Serra, consapevole del suo strappo culturale (e non solo) anche con la propria identità progressista: “Tocca dire una cosa sgradevole, a proposito degli episodi di intimidazione di alunni contro professori. Sgradevole ma necessaria.

Non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali – spiega – che la situazione è peggiore, e lo è per una ragione antica, per uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole – osserva l’editorialista de La Repubblica – è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza. Cosa che da un lato ci inchioda alla struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società (vanno al liceo i figli di quelli che avevano fatto il liceo), dall’ altro lato ci costringe a prendere atto della menzogna demagogica insita nel concetto stesso di “populismo”.

Populismo violento

Qui Michele Serra fa una digressione che rasenta la politica: “Il populismo – spiega – è prima di tutto un’operazione consolatoria, perché evita di prendere coscienza della subalternità sociale e della debolezza culturale dei ceti popolari. Il popolo – osserva Serra – è più debole della borghesia, e quando è violento è perché cerca di mascherare la propria debolezza, come i ragazzini tracotanti e imbarazzanti che fanno la voce grossa con i professori per imitazione di padri e madri ignoranti, aggressivi, impreparati alla vita”.

Le scuole dei poveri 

Ed è a questo punto che l’editoralista di Largo Fochetti  arriva al carico finale: “Che di questa ignoranza, di questa aggressività, di questa mala educación, di questo disprezzo per le regole si sia fatto un titolo di vanto è un danno atroce inferto ai poveri: che oggi come ieri continuano a riempire le carceri e i riformatori”. Non so quali scuole abbia in mente Serra. Io proprio ieri – per pura coincidenza – ero in un istituto di Maccarese (il Leonardo Da Vinci) che è alle porte di Roma, si potrebbe dire “in periferia”, ma che è ambito è frequentato da studenti che vengono anche dal centro della città. È nato in un anno e mezzo, nel nulla, costruito a tempo di record e con criteri di eccellenza per effetto di uno sforzo titanico, di una volontà ferrea che ha schiantato qualsiasi ostacolo burocratico. La scuola è un istituto molti-comprensorio che annovera, all’interno le sue mura, un classico, un tecnico, uno scientifico, e persino un istituto agrario. Il plesso scolastico è circondato da un Giardino della Memoria, impiantato dei ragazzi dell’agrario, Dedicato alle vittime della Shoah, a quelle della mafia, e persino dei Desaparecidos: ognuno con il suo spazio e la su targa.

L’esempio positivo della scuola di periferia

L’istituto era nato senza nome, stava per chiudere, ed ora è guidato da una preside vulcanica e piena di curiosità culturali (una delle artefici di questa resurrezione), e da un corpo insegnanti formato da 120 docenti, motivati, impegnatissimi, che curano i più svariati progetti didattici. Viaggi e gite d’istruzione in giro per il mondo si sprecano. I ragazzi hanno appena vinto una borsa di studio da 100.000 euro che verranno riutilizzati per finanziare nuove imprese. È questa una delle scuole italiane, e mille ce ne sono ne toccano questi elementi di eccellenza e di rigore, ogni volta che entro in uno di questi mondi vengo stupito dall’intelligenza delle generazioni più giovani e dalla dedizione dei professori-missionari che ci lavorano.

Il nodo degli stipendi degli insegnanti 

Va bene che ci sono anche molti istituti borderline e molte situazioni di caos, ma la scuola italiana è piena di virtù e di passione, malgrado un recentissimo saggio di Giovanni Floris (“Ultimo banco”, Edizioni Solferino) abbia dimostrato, numeri alla ,mano che gli insegnanti italiani sono (follemente) in meno pagati in Europa. Se voglio investire qualcuno di nuova autorità – di questo sono convinto – devo anche pagarlo.

Bulli in classe: di chi è la colpa? 

Ma la domanda che pone l’Amaca di Serra è diversa: sono davvero “brutti sporchi e cattivi” i responsabili della crisi, della goliardia, della messa in scena della violenza rituale dell’umiliazione dei professori? Sono davvero così perché figli di genitori ignoranti e marginali? Io non lo credo affatto. Ho visto piuttosto molti padri e madri eccellenti difendere cause indifendibili, un anno fa discutevano di una così di bullismo atroce in una scuola bene di Milano, senza che nessuno pensasse di fare sociologia. La demenza e la stupidità – come direbbe Carlo Cipolla – sono malattie assolutamente trasversali.

Il caso di Lucca risale a 16 mesi fa: una recita 

Tant’è vero che bastava leggere le cronache dei quotidiani di oggi, per scoprire, che l’ultimo episodio di bullismo arrivato a noi dalla lente deformante della rete (quello per intenderci il ragazzo con il casco) risale a 16 mesi fa. Non solo: il ragazzo veniva da una famiglia gentilissima (che fra l’altro in prima battuta  aveva difeso il ragazzo), è rimasto stupito da questo rigurgito dei social, e ha chiesto scusa (piangendo) al suo professore. Andrebbe detto, dunque, che la scuola aveva gestito quella situazione con molta capacità, e a poco più di un anno di distanza aveva recuperato un ragazzo che 16 mesi prima avremmo definito “irredimibile”. Per lo studente di Lucca basta vedere il video (e avere un po’ di dimestichezza con quello che circola in rete per capirlo), la sua performance era veramente costruita ad arte per diventare uno spot, una macchina da consensi e like sui social. Era una messa in scena, una recita.

Non conta la condizione sociale ma l’educazione 

Non c’era proprio nessun problema di condizione sociale, dietro questo episodio, casomai, un ben riconoscibile problema di narcisismo mediatico. La vanità della rete, il bisogno di autoaffermazione, sono da questo punto di vista, (mi verrebbe voglia di ricordarlo a Serra, che dovrebbe saperlo benissimo, perché lo ha raccontato in passato), assolutamente trasversali ad ogni tipo di casta, censo, genere, ragione sociale, ignorano nella maniera più assoluta il luogo di residenza. Nella rete saltano le distinzioni di classe, e tutti possono diventare esibizionisti, protagonisti, attori o “mostri”, perché perdendo il loro sistema di riferimento e di valori del reale, si pongono come primo problema quello dell’apparire. Lasciate stare i tecnici, e soldi, dunque, controllate con un po’ di severità in più quelli da cui tutto parte: i genitori.

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Su Vincenzo Pascuzzi

Vincenzo Pascuzzi: è stato docente precario per quasi venti anni prima del ruolo. Ha insegnato Matematica, Elettrotecnica, Fisica in vari licei, istituti tecnici e professionali di Roma. Segue le vicende dei precari e della scuola. Interviene con note e articoli su vari siti, blog, ml. Partecipa al gruppo Iuas (Insiemeunaltrascuola) e al gruppo facebook Invalsicomio.

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