Eppur si detta…

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Occorre ripensare ”il metodo di insegnamento” nell’era digitale. Un metodo, si legge che non abbia più paura, ma che piuttosto valorizzi la strumentazione tecnologica disponibile oggi, potenziando al tempo stesso l’autonomia nello studio e la formazione di un autonomo profilo culturale.
Nell’era dei tablet e delle lavagne elettroniche interattive nelle scuole elementari si continua questa pratica. Ma ha ancora un’utilità? Ecco la ricerca di un’insegnante …
Da La Stampa

«Prendete la penna, e al centro del foglio scrivete: Dettato». La maestra seduta dietro la cattedra comincia: «Io-a-mo-il-ma-re. Le-on-de-so-no-al-te. Lu-i-sa-nu-o-ta». I bambini chini sui fogli scrivono. Nell’epoca di tablet, cellulari, playstation, computer e lavagne elettroniche interattive, nella scuola elementare si detta ancora. Nonostante i cambiamenti dei programmi, la pratica non è scomparsa, anzi. Sembra quasi che il tempo non sia passato da quando Quintiliano nella sua Institutio oratoria prevedeva il dettato come pratica faticosa, eppure utile. Cosa apprendono i bambini attraverso questa tecnica? Che coerenza esiste tra lo scopo che gli insegnanti si prefiggono e le modalità con cui si fanno i dettati? Un’insegnante di sostegno, Elisa Farina, nella sua attività presso l’Università di Milano-Bicocca ha cercato di rispondere alle domande, realizzando un’ampia ricerca con osservazioni sul campo, questionari, colloqui, confronti tra Paesi e scuole diverse. Ne è nato un libro, Il dettato nella scuola primaria (Franco Angeli, pp. 264, € 32).
Ma che cos’è esattamente un dettato? Un’operazione di transcodifica, ovvero la traduzione della catena sonora in lettere scritte. Gli adulti si dimenticano la fatica che hanno compiuto da bambini, lo sforzo che comportava passare dal suono alla scrittura. Il rapporto tra unità acustiche e unità fonologiche non è così stretto come si è portati a credere, cosa di cui ci si rende conto quando si prova a imparare una lingua diversa dalla propria. «Maestra, come si scrive?». Le insegnanti – in maggioranza donne – accentuano la dettatura, marcando le consonanti doppie, insistono sugli accenti, per cercare di non far commettere errori ai bambini. La credenza della perfetta corrispondenza tra codice orale e codice scritto è dura a morire. Nella sua prefazione al libro Gabriele Innàccaro (cognome difficile da dettare), professore di Linguistica a Milano-Bicocca, sostiene che è il paradosso dell’alfabeto: i nostri sistemi di scrittura sono basati sull’alfabeto fonografico vocalico (così tutti gli alfabeti fondati sul latino, greco, cirillico, armeno e georgiano, e curiosamente nessun altro), e per funzionare richiedono abilità contraddittorie.

Le difficoltà che i bambini incontrano nel dettato sono dovute al fatto che questi sistemi di scrittura, per ragioni storiche, utilizzano un meccanismo di corrispondenza tra suono e simbolo che funzionava bene in età greca e latina, mentre oggi non è più alla base dei meccanismi spontanei di lettura. Noi ora leggiamo indovinando le parole, o il sintagma complesso, senza ricostruirlo lettera per lettera, un metodo che somiglia a quello della lettura dei logogrammi cinesi o cuneiformi. A scuola, dice Elisa Farina, per motivi di continuità culturale si continua ancora a insegnare la corrispondenza tra lettere e suoni, nella convinzione adultocentrica che lettere, sillabe, e parole costituite dalle sillabe apprese, siano più semplici da imparare. Questo non è il punto di vista dei bambini.

L’autrice della ricerca ci ragguaglia sul fatto che gli insegnanti usano il dettato spesso con scetticismo, ma con lo scopo precipuo di correggere gli errori di ortografia degli allievi; e gli errori continuano a essere molti tra i banchi, e non solo lì. In una società in cui l’analfabetismo di ritorno sembra dominante, nonostante la scrittura nel web e nei social network, molti adulti non sanno ancora scrivere esattamente le parole. Le maestre e i maestri continuano a usare il dettato nella convinzione di aiutare i bambini a concentrarsi sui suoni, per portarli a un livello superiore di scrittura, da consolidare poi con l’autodettato, che appare una delle soluzioni possibili secondo l’autrice del libro per imparare a non sbagliare. Il dettato appare ancora una soluzione molto praticata nelle scuole elementari.
La conclusione della ricerca di Elisa Farina è che l’insegnamento della didattica della lingua italiana deve evitare le occasioni di scrittura fini a sé stesse, prive di reali scopi comunicativi, come il dettato. La giovane ricercatrice si dichiara convinta che la separazione della dimensione «tecnica» della scrittura da quella del significato rischia d’allontanare gli alunni dalla comprensione della funzione sociale e culturale della scrittura, aspetto su cui insiste molto nel libro. La comunicazione è l’elemento fondamentale, scrive, per l’apprendimento della lingua: vale più il contesto che non le singole parole.

Raccogliendo quello che definisce la scrittura spontanea degli alunni, avvenuta contestualmente alla dettatura, Elisa Farina si è resa conto che la loro lingua è più varia di quella usata nei dettati dagli insegnanti elementari. Nel 1976 Elisabeth Bing, educatrice francese, aveva raccontato la sua esperienza nel laboratorio di scrittura di un istituto medico-pedagogico frequentato da bambini muti, violenti, apatici, i cosiddetti «caratteriali», per i quali scrivere era, e ancora è, una vera e propria tortura. Lo riferisce nel volume Ho nuotato fino alla riga (Feltrinelli). François, uno degli allievi, in un suo racconto scambia «riva» con «riga», e nel lapsus rivela il difficile rapporto con l’atto dello scrivere, sempre perso e poi riconquistato. Il libro della Bing ci fa capire che l’errore ortografico, il lapsus, lo sbaglio, contengono una potenzialità linguistica che esorbita dal regno della comunicazione cui oggi noi tutti siamo consegnati, volenti o nolenti.

Sono stati i surrealisti, sulla scorta di Freud, a suggerirci che proprio negli errori emerge qualcosa che apparenta le scritture bambine alla poesia e al sogno: pratica linguistica irregolare e sovversiva, manifesta il desiderio nascosto dentro la lingua non riconducibile alla capacità comunicativa. Là dove si esercita una costrizione, una norma, come avviene nel dettato, stretto dentro il letto di Procuste della corrispondenza tra fonema e grafema, emerge anche «qualcosa» d’altro. Per questo c’è tanta poesia nella lingua dei bambini, lingua che il poeta finge con inveterata virtù in età adulta. Ce l’ha insegnato Toti Scialoja, artista visivo e scrittore, al cui lavoro di disarticolazione del linguaggio è dedicato un bel libro di Alessandro Giammei (L’officina del nonsense di Toti Scialoja, Edizioni del Verri). È il nostro com’eravamo e forse ancora siamo, nel nostro errare tra le parole.

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