A noi importa avere il tempo per seguire bambini e bambine in questo mondo che li adultizza precocemente, che li costringe a ritmi e ad apprendimenti stereotipati sbattendoli davanti a uno schermo, purché sia schermo, li costringe alla bidimensione togliendo loro la tridimensione, l’uso delle mani e del corpo,….

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La LIP, il villaggio di Heidi e il triste caso di Fernando Alonso

di Aluisi Tosolini – 9 marzo 2015  

Atto 1583, presentato al Senato della Repubblica il 2 agosto 2014.

Si tratta, come certo i lettori sapranno, della Legge di Iniziativa Popolare sulla scuola (Norme generali sul sistema educativo d’istruzione statale nella scuola di base e nella scuola superiore. Definizione dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di nidi d’infanzia) di cui molto si discute in questo periodo.

Del resto la LIP viene presentata dai suoi fautori proprio come la vera “buona scuola” in opposizione a quella di Renzi (http://lipscuola.it/).
Le discussioni si sono fatte più accese in particolare da quando la FLC-CGIL, per bocca del suo segretario nazionale Pantaleo, ha messo tutto il peso dell’organizzazione sindacale sul piatto della LIP. Ovviamente ognuno può farsi l’idea che vuole e credo che, in ogni caso, la discussione sul presente e sul futuro della scuola sia sempre utile. E ancora meglio se molto partecipata. Ancora meglio se si concordasse su fatto di destinare il 6% del Pil al sistema della formazione. E’ per questo ho letto con grande attenzione il testo della proposta di legge presentata alle Camere.
E qui mi permetto di esprimere alcune riflessioni.

Il villaggio di Heidi

Una persona a me molto cara, che vive e lavora in Giappone, anni fa mi stupì raccontandomi che in molti viaggi turistici organizzati per i giapponesi in visita all’Europa è inserita anche una meta molto particolare: il villaggio di Heidi ! Pensavo mi prendesse in giro ma così non è: il paesino di Maienfeld, in Svizzera, ospita infatti la “casa originale di Heidi“, il “Museo dedicato alla scrittrice Johanna Spyri” che inventò Heidi, un negozio di paese e di souvenir pieno di souvenir di Heidi e l’ufficio postale più piccolo della Svizzera con timbri speciali del paese di Heidi (chi non ci credesse clicchi qui).

Non è il caso di sottolineare il potere dei cartoni animati e della TV e neppure il rischio di mettere sullo stesso piano – nella testa dei turisti – Venezia, Firenze, Parigi e Maienfeld.
Eppure, leggendo la LIP, mi è tornata in mente la vicenda di Heidi e del suo stupendo e tranquillissimo paesino, con il nonno, le caprette, i panorami alpini, la sigla (chi non potesse vivere senza e la volesse riascoltare clicchi qui).
Ma perché Heidi e il suo villaggio? Perché tutto nella Lip richiama il lindo nitore dell’alpestre paesino, lontano dal mondo, sereno, senza nubi e inquinamento: una scuola autocentrata in cui quasi tutto avviene all’interno del sistema educativo senza grandi connessioni con il mondo esterno.
Una scuola dove si torna ad avere quei bei sani programmi (art. 14) di una volta: definiti dal centro e spediti in tutte le periferie (strana richiesta per chi sostiene, ad esempio, che – art. 5 comma 2 – “Nell’ambito della scuola di base, il contesto educativo si basa sulla relazione, strumento e fine di ogni apprendimento”. Se così è, a che servirebbero i programmi? E poi siamo proprio sicuri che la relazione sia strumento e fine di ogni apprendimento?).
Ma Heidi mi è appalesata ancor meglio scorrendo il comma 4 dell’art. 14 dove si dichiara che, mentre una commissione di docenti ed esperti prepara i “nuovi programmi”, torneranno in vigore quelli vecchi: del 1991 per la scuola dell’infanzia, del 1985 per le elementari, del 1979 per le medie.
Per le superiori non è detto ma, leggendo l’articolo 29 sulle abrogazioni, non è difficile capire come il rischio sia quello di tornare, almeno per qualche anno, ai programmi Gentile del 1923.
Insomma, un rassicurante salto indietro. A quando (…come qualcuno vuol far credere) le scuole funzionavano davvero…. E tutti erano felici e cantavano in coro Heidi, Heidi, Heidi….

Il triste caso di Fernando Alonso

Non si creda stia irridendo la LIP: le classi delle antiche magistrali, dove un tempo insegnavo Pedagogia e Filosofia, ogni anno adottavano una sigla di un cartone animato come inno di classe. E girando per i corridoi lo cantavamo a squarciagola, tra lo sconcerto di colleghi, altri alunni e preside. E per molti anni il nostro inno fu Heidi !!!!

Del resto ho iniziato a insegnare nella primavera del 1980, e proprio in una scuola media di “frontiera”.
E so bene, quindi, cosa voglia dire discutere e provare ad applicare le nuove ed innovative norme che in quegli anni venivano pubblicate. Penso alla legge 517 sui disabili, ai programmi del 1979 delle medie. Ai programmi del 1985 per le elementari (su cui vinsi il concorso da maestro).

Ed è qui che mi viene in aiuto Fernando Alonso.
Come certo saprà chi segue cose sportive, il campione di Formula 1 ha avuto un incidente sul circuito di Montmelò alle 12,36 del 22 febbraio. Per settimane si è discusso su cosa sia effettivamente successo. Alcuni media spagnoli hanno anche suggerito che la possibile causa dell’incidente sia stato uno choc elettrico che ha causato nel pilota una amnesia. Pare, dicono i bene informati, che la memoria di Fernando Alonso per una decina di giorni si sia fermata la 1995. Ecco, leggendo la LIP ho avuto la stessa impressione.

Non la farò tanto lunga. Mi basta qui segnalare come la proposta di legge non lasci in alcun modo intravedere che il mondo, dal 1985 ad oggi, è cambiato. E di molto.
Ad esempio: gli alunni stranieri per la LIP sono sempre migranti, mai cittadini non italiani di seconda generazione (quindi tutto fuorché migranti, visto i figlio di un immigrato non è…. un immigrato). Oppure, ed è eclatante, non ho trovato traccia alcuna, nella proposta di legge, dell’esistenza delle reti, del digitale, dell’informatica, dei processi di globalizzazione che stanno cambiando alla radice i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze di oggi. Nulla: come se questo mondo non esistesse.
Come se gli estensori avessero subito stessa, triste, vicenda di Alonso: tornati agli anni ’80/90 del secolo scorso. Dove il divorzio tra potere e politica era solo agli albori. Oggi invece – come segnala lucidamente Bauman – tale separazione è totale, assoluta, inconfutabile.
Così, come scrive nel recentissimo saggio “Stato di crisi” (Einaudi 2015), lo stato, e le sue istituzioni (ergo anche a scuola), non sono altro che i cestini dei rifiuti delle crisi globali. Il mondo globale rovescia sulle città (e sulle scuole, per stare a noi) crisi e problematiche non gestibili in alcun modo a livello locale.
E’ il caso dei processi migratori.
E’ il caso dell’ambiente.
E’ il caso dell’economia di rapina che riduce tutto e tutti, come dice Papa Francesco, a “scarti”. Rifiuti, appunto.

Ma di tutto ciò non vi è alcuna consapevolezza dentro la LIP.
E non vi è alla radice: quando si dice e si scrive che “Non può esserci democrazia se non c’è una scuola democratica, non può esserci una scuola democratica se non c’è democrazia” l’affermazione è – in vitro – corretta e condivisibile. Peccato sfugga la determinazione del termine “democrazia”: si intende paese?, Nazione?, Città? E’ vero che non esiste scuola democratica se non c’è democrazia e viceversa. Peccato che oggi la democrazia sia in crisi (crisi radicale) proprio a livello di società locale/globale. E la cura, purtroppo, non sarà la scuola da sola. Meno che meno se afflitta dalla sindrome Alonso.

Rileggendo Paulo Freire

Insomma la LIP, a mio parere, ha il grande problema di non fare i conti con la contemporaneità.

Con la storicità. Con l’oggi ed i suoi cambiamenti velocissimi e repentini.
Dicevo: come lo smemorato Alonso la LIP vive in un mondo in cui non esiste ciò che potremmo sintetizzare con il termine informatica. E quindi forma cittadini per un mondo inesistente. Mi torna alla mente una affermazione di Paulo Freire – uno dei massimi pedagogisti del ‘900 che certo gli estensori della LIP annoverano tra i propri riferimenti culturali e pedagogici.
Ebbene, Freire, nel 1984 (dico 1984 !!!!!!) scriveva (Sobre educação: diálogos, Rio de Janeiro, Paz e Terra, 1984):

Un educatore che non si preoccupa di cosa si può fare oggi con l’informatica, non sta all’altezza del suo tempo e pertanto non deve insegnare

E forse anche, prima di proporre leggi sulla scuola, dovrebbe almeno superare lo choc del povero Alonso.

Un saluto

Aluisi Tosolini

http://www.tecnicadellascuola.it/blog-home/la-lip-il-villaggio-di-heidi-e-il-triste-caso-di-fernando-alons.html

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Questo mondo che adultizza precocemente bambini e bambine

di Claudia Fanti – 10 marzo alle ore 20.40 

Peccato che noi si sia ai tempi della Gelmini! Maestro unico, compresenze bruciate, tempo pieno inesistente, in pratica un ritorno alle attività integrative per arrivare alle 40 ore. Ma egli sa che cosa è la scuola ora? Mi pare di no.

Ebbene, egli sa che il tempo è un valore perfino per La buona scuola che poi lo vorrebbe frammentato in tante materie aggiunte, magari sottratte alle maestre che poarelle si trovano nella realtà dei paesini di Heidi con bambini che hanno molto meno della fanciullina? Molto meno in termini di esperienze e di vocaboli? Lo sa?

Forse i suoi nipotini e le sue nipotine saranno nativi digitali, ma molti tra i nostri non sanno come si sta seduti a tavola, cosa e come mangiare. E pochi hanno un pc. Lo sa?

E lo sa che tanti bambini di città che per lo più se ne stanno in casa dopo la scuola, pensano che un pulcino abbia quattro zampe e che la lana cresca sugli alberi?

A noi poco importa se i programmi si chiamano programmi o indicazioni. A noi importa avere il tempo per seguire bambini e bambine in questo mondo che li adultizza precocemente, che li costringe a ritmi e ad apprendimenti stereotipati sbattendoli davanti a uno schermo, purché sia schermo, li costringe alla bidimensione togliendo loro la tridimensione, l’uso delle mani e del corpo, che li vuole sportivi senza neppure lasciar il tempo di fare conoscenza del corpo nelle situazioni da cortile, senza più far vivere loro il davanti, il dietro, il sotto, il sopra, il prima e il dopo di esperienze reali, concrete, magari proprio quelle vissute da Heidi.